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Sempre jogando, Dirceu

Sempre jogando, Dirceu

Il 15 settembre 1995 moriva in un incidente stradale a soli 43 anni il calciatore brasiliano Dirceu, vecchia conoscenza della Serie A e uno dei migliori calciatori della sua epoca. Per ricordarlo, vi raccontiamo la sua storia.

– Non spiegherei la felicità a un bambino. Gli darei un pallone. – Dorothee Solle

Qualcuno pensò, in fondo a ragion veduta, di inginocchiarsi quando lo vide arrivare. Qualcun altro credette, ragionevolmente, di avere a che fare con un’apparizione, perché non poteva trattarsi d’altro. I più prosaici, forse facendosi beffe della credulità degli altri, si limitarono a credere che si trattasse di un sosia, ingaggiato per la burla di qualche dirigente buontempone.

Del resto, era la versione più plausibile, quella dell’irrealismo di una simile notizia, ossia che uno che aveva disputato da protagonista tre Coppe del Mondo, affrontando l’Olanda di Crujiff nel girone di semifinale del 1974 e battendo Zoff da lontano, molto lontano nella finale per il terzo posto nel 1978, fosse arrivato nell’estate del 1989 per “dare una mano”, disse proprio così, ai futuri compagni dell’Ebolitana, in Serie D, increduli questi ultimi forse più dei loro tifosi. Dopo una vita passata a scambiare palla con Zico, Falção, Junior, Cerezo, Socrates.

Classe 1952, aveva già trentasette anni, l’età per godersi i bei soldi guadagnati; la soglia esistenziale in cui un calciatore alla fine degli anni ottanta avrebbe dovuto smettere di essere tale già da un pezzo, per seguire i suoi investimenti, o per iniziare ad allenare. Ma José Guimãres Dirceu, quasi scusandosi, rispondeva a tutti che la palla è sempre rotonda, sia al Maracaná che sulla terra battuta di qualche piccolo centro campano, dove i novanta minuti più che dalle lancette, sono scanditi dai “chi t’è muort”, dai “mammeta e sòreta” del pubblico avverso aggrappato alle recinzioni.

E i suoi dirigenti, in quel di Eboli, gli facevano presente, quasi mortificati, che la maggior parte dei campi, compreso il loro, non avevano mai visto l’erbetta verde tagliata con cura alla quale lui era abituato. Per tutta risposta, si offrì di finanziare la rizollatura del campo, oltre alla sistemazione degli spogliatoi e delle attrezzature per gli allenamenti. Fece anche arrivare un po’ di sagome in legno per consentire ai compagni di esercitarsi sui calci di punizione, a fine seduta; mentre pendevano dalle sue labbra e lo vedevano all’opera mentre calciava. Nessuno di quei ragazzi dell’epoca ha più dimenticato quei fotogrammi.

Perché bisogna dire, con un piccolo passo indietro nel tempo, che il suo sinistro era servito, nella stagione ‘83 – ‘84, a preparare gli occhi dei tifosi del Napoli all’arrivo di Maradona: un grandissimo mancino, come preludio più che degno al più grande di sempre.

Quando era arrivato in Italia, nella Serie A che si avviava a diventare la più bella e ricca di sempre, qualcuno pensò che fosse a fine carriera. Era soltanto a metà, ammesso che abbia mai finito sul serio.

Aveva già vestito le maglie del Botafogo, del Vasco, dell’Amèrica di Città del Messico, dell’Atletico Madrid, prima di approdare in quel Verona che Osvaldo Bagnoli cominciava a cementare per costruire lo storico scudetto del 1985. E sempre aveva lasciato il segno, in termini di gol, spesso spettacolari in virtù della dote che aveva di colpire con forza e precisione dalla distanza, spesso senza rincorsa, che si trattasse di un’azione o di un calcio piazzato. Quelle stesse giocate seminate poi ad Avellino, a Como, ad Ascoli: in ordine sparso, ma sempre in ordine. Perché al talento e al tocco di palla sontuoso univa, per dote naturale, la sapienza che aveva nel saper calpestare con criterio ogni zolla: del resto, sin dai primi tempi al Botafogo lo avevano soprannominato “Formiga”, per la laboriosità con cui cuciva il gioco a centrocampo, prima di cominciare a esaltarlo sulla trequarti. Perché fuori dal campo, tra le altre cose, aveva completato gli studi da ragioniere: ecco perché all’interno di un’azione che passava per i suoi piedi, i conti tornavano sempre.

E al contrario del Cristo di Carlo Levi, nemmeno a Eboli era riuscito a fermarsi, in due stagioni in cui una serie di palloni privilegiati, dopo una vita di partite trascorse in mezzo alle scorticature di tacchetti amatoriali, seppero cosa volesse dire ricevere un massaggio.

Andò a Benevento, poi in Messico ancora una volta; poi, a Bologna per il calcio a cinque.

Sempre onorando il gioco, la proporzione perfetta della innata felicità che germoglia ogni volta che, in qualche parte della terra, comincia una partita: sotto i riflettori di un Mondiale, o in qualunque paesino dalle parti di Salerno. Ecco perché José Dirceu da Curitiba, in fondo, si ostinava a non voler sentire il fischio finale, a ritardarlo il più possibile.

Una sola volta non gli tornarono i conti; fu quella mattina di metà settembre del 1995, quando l’incidente automobilistico di cui fu vittima, nella zona residenziale di Rio De Janeiro, interruppe il suo felice girovagare. Col paradosso di una carriera infinita incastonata in una vita durata quarantatré anni: sempre jogando, Dirceu; col tempo trascorso così di fretta, giorni colorati come maglie da gioco; con la stessa rapidità con cui calciava di sinistro: senza che si capisse mai se la palla stesse partendo, o se fosse già arrivata.

A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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