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Sei vincente e ti tirano le pietre: José Mourinho, Special One sempre e comunque

Nel suo primo anno da allenatore del Manchester United ha vinto: Community Shield, Coppa di Lega ed Europa League. Ha conquistato di diritto il pass per la Champions League. Ha ridestato l’entusiasmo di un Old Trafford ormai troppo abituato a ricordare i fasti del passato e rimbrottare sul confronto con il presente. Eppure, più di qualcuno ha storto il naso e ha dipinto Josè Mourinho come uno dei “flop” stagionali sulle panchine del calcio europeo: forse basta questo per sottolineare ancora una volta il soprannome dell’allenatore di Setubal. The Special One. Nel bene e nel male.

Sarebbe inutile però nascondersi dietro un dito: per Mou quella di Stoccolma contro l’Ajax rappresentava più di una finale. Si trattava di un autentico esame: non di maturità, perché quella Josè l’ha scavallata da tempo, ma di prestigio. Quello che lo United gli ha chiesto di tornare ad accarezzare quando lo ha chiamato per guidare i Red Devils. Lui e la squadra hanno risposto presenti: a loro modo. Senza entusiasmare-ma per il bel gioco raramente ci si può rivolgere alle squadre allenate dallo Special One- ma raggiungendo l’obiettivo: sollevare una coppa europea. E chi meglio dell’uomo al quale “non piacciono le medaglie d’argento”, tanto per citare uno degli aforismi a lui cari, per tornare a urlare all’Europa la propria forza come non accadeva dal 2008? Allora si festeggiava la Champions League, è vero, ma da qualche parte si doveva pur ripartire. E già che occorreva farlo, meglio provare una gioia inedita: quella coppa che da quelle parti non avevano mai sollevato, neppure quando si chiamava Coppa Uefa.

A condannare dolcemente Mou e i suoi alla vittoria erano anche i numeri: le otto vittorie interne in Premier League, come l’Hull City retrocesso o lo Swansea.  “Ha già vinto due trofei” replicavano i suoi acerrimi difensori. Vero, ma i 24 punti di distanza dal Chelsea con i quali Mata e compagni avevano archiviato la stagione in campionato, Con lo Special One in panchina in questa stagione lo United ha già vinto. Così anche i successi in Community Shield ad agosto contro il Leicester di Ranieri e la Coppa di Lega conquistata in febbraio contro il Southampton, quando Ibrahimovic vanificò la doppietta di Gabbiadini, sembravano antipasti incapaci di placare la voglia di riscatto dopo un settimo e un quinto posto.

Costretto a vincere. Si sa, è la meravigliosa maledizione dei grandi. Contro l’Ajax dei giovani terribili lo United aveva forse solo da perdere. Così Mou l’ha vinta a suo modo: linee strette, pochi fronzoli e difesa blindata, la stessa che nell’intero cammino di Europa League ha incassato appena 4 reti. Poi, ci pensano i singoli: Pogba e Mkhitaryan, nel caso. Quella coppa sollevata al cielo ha fatto dimenticare a tanti infortuni pesanti  come quelli di Rojo, Ibrahimovic, Shaw avrebbero dato problemi a tutti: in tanti hanno cancellato come un colpo di spugna il sesto posto con il quale la squadra aveva chiuso la Premier League. Più di qualcuno, forse aveva dimenticato che delle venticinque finali giocate in carriera, il portoghese ne ha vinte diciassette. E che in bacheca ha 13 coppe nazionali, 8 campionati e 4 coppe internazionali. Mou, dica 25.

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