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Sei Nazioni 2019: ItalRugby, parola a coach Conor O’Shea

Sei Nazioni 2019: ItalRugby, parola a coach Conor O’Shea

Grande attesa per il debutto azzurro nel Sei Nazioni che vedrà l’ItalRugby impegnato domani nella difficile trasferta in terra di Scozia, ma mai come quest’anno c’è grande fiducia e voglia di far bene per evitare il quarto cucchiaio di legno consecutivo. Dopo diciotto sconfitte di fila confidiamo nel calendario che ci da una mano con tre partite casalinghe contro Galles, Irlanda e Francia che saranno un ulteriore test per sondare i reali progressi della Nazionale targata Conor O’Shea alle prese con gli ultimi allenamenti e la voglia di dimostrare la propria competitività. Giunto al secondo Sei Nazioni sulla panchina azzurra il quarantottenne coach irlandese guarda avanti con fiducia ad un 2019 ricco di impegni che vedrà dopo l’estate gli azzurri impegnati nella Coppa del Mondo in un girone di ferro con Sudafrica e Nuova Zelanda. Dopo i test match dello scorso novembre e l’imminente sei nazioni alle porte, abbiamo avuto il piacere di contattarlo per tracciare un bilancio della sua esperienza in azzurro e sulle prospettive a medio e lungo termine di un movimento in crescita e in grado di catalizzare migliaia di appassionati e sempre più giovani adepti.

Coach buongiorno, ormai siamo prossimi all’esordio. Come ci arriviamo?

Abbiamo qualche  infortunio, ma è una cosa comune a tutte le Nazionali. Sicuramente, approcciamo questo Torneo con il solito entusiasmo e la solita voglia di esprimere il nostro rugby, nel Torneo più bello e difficile del mondo. L’entusiasmo di questo gruppo di atleti e tecnici è straordinario, è un privilegio lavorare insieme.

I criteri di scelta nelle convocazioni, tra infortuni e recuperi dell’ultima ora. C’è un blocco importante di atleti di Benetton e Zebre. Scelta voluta? 

Abbiamo tanti giovani di qualità che stanno emergendo nelle franchigie ed in TOP12, segno che il processo di sviluppo funziona e produce atleti. Le franchigie sono il primo bacino della Nazionale, è importante che continuino a crescere ed a lavorare in sinergia con il percorso formativo identificato da FIR per lo sviluppo dei migliori prospetti indigeni.

Il livello del sei Nazioni è altissimo, con la seconda, la terza e la quarta potenza del ranking mondiale. E’ oggettivamente dura? 

Probabilmente il Sei Nazioni non ha mai visto così tante squadre così competitive come quello di quest’anno. Conosciamo la sfida e le difficoltà che ci attendono, dobbiamo alzare l’asticella e cercare di essere più competitivi lavorando ancora più duramente per fare si che i momenti chiave di queste partite vadano sulla strada che vogliamo”

Da un punto di vista psicologico, lavorare con una nazionale non abituata a vincere rende il suo lavoro più complicato? Qual’è l’approccio e gli obiettivi che si è posto per questo sei Nazioni? 

Continuare il nostro percorso, concentrandoci sulle cose e sugli aspetti del gioco che possiamo controllare, senza farci distrarre da ciò che non rientra nel nostro diretto controllo. Quando ho accettato questo incarico avevo ben chiaro in mente che i risultati sarebbero stati legati ad un lavoro costante e duraturo che richiede oggettivamente tempo.

Quest’anno abbiamo tre appuntamenti casalinghi. Il pubblico di Roma, può essere di grande supporto? O il nostro tifo è lontano dagli standard di altre nazioni? 

E’ inutile fare paragoni e guardare sempre l’orto del vicino, il nostro pubblico è straordinario, ha grande passione e siamo consapevoli della responsabilità di continuare a crescere per i nostri fans e per tutto il rugby italiano. Faremo di tutto per non deluderli.

.

I giovani: c’è un movimento crescente in Italia di ragazzi dediti al Rugby? O siamo ancora indietro? 

Come detto, ci sono giovani interessanti e un percorso di formazione e sviluppo chiaro e coerente. Vedo entusiasmo  ovunque  vado. Forse in passato non sempre sono state fatte le scelte giuste, ma oggi stiamo lavorando tutti nella stessa direzione e questo è l’aspetto più importante. Da questa sinergia virtuosa credo possa nascere un movimento forte e coeso con buone prospettive future.

Il suo rapporto con le Istituzioni e gli organi federali italiani? A mio avviso c’è voglia di Rugby in Italia e i frutti del sui lavoro si incominciano evidentemente a vedere. Abbiamo concreti margini di crescita nel ranking? 

L’Italia è stata, può e deve tornare ad essere una grande nazione di rugby. Negli anni passati è stato fatto molto lavoro, ma non sempre con la coerenza necessaria che adesso, tutti assieme, stiamo ritrovando. Il sistema del movimento è quello corretto, noi vogliamo vincere ed essere competitivi in ogni partita, ma dobbiamo anche essere consapevoli che i risultati non arrivano dall’oggi al domani e che è necessario continuare a lavorare sulla strada che abbiamo intrapreso. Questa è l’unica ricetta possibile e stiamo lavorando bene sugli ingredienti.

Quest’anno c’è anche la Coppa del Mondo. Nonostante il girone proibitivo è un’altra grande opportunità di crescita?   

Ogni test match è una grande opportunità di crescita per questo gruppo. Noi vogliamo essere competitivi, e andremo in Giappone non per fare le vittime sacrificali, ma dobbiamo riuscire a controllare a pieno quegli episodi che possono fare la differenza in un test match. L’esperienza aiuta di sicuro e giocare contro i top team potrà darci ulteriori risposte in merito.  

Per chiudere, un invito e una promessa ai tanti tifosi appassionati che seguono la Nazionale. Accorrete all’Olimpico perchè?  

Non amo i proclami. Dico solo che, se sapremo esprimerci come ad esempio a novembre contro l’Australia, potremo essere all’altezza in ogni gara. Divertirci e divertire. 

Fabio Bandiera
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1 Comment

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  1. Avatar

    Lodovico Marco Fiori

    Febbraio 4, 2019 at 4:14 pm

    La nazionale italiana, rispetto alle altre, è come se giocasse al rallentatore. Fisicamente non mi sembrano all’altezza. Se gli altri “tirano i remi in barca”, riusciamo a esprimerci, altrimenti la loro intensità ci sovrasta. Forse c’è un problema di preparazione atletica, che deriva da un problema di cultura, forse da noi il rugby si gioca per il terzo tempo…

    ho scritto 2 volte “forse”, perché spero non sia così

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