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Il segreto di Bruce Springsteen si chiama Sport

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Il segreto di Bruce Springsteen si chiama Sport

Domani, 25 ottobre, uscirà nelle sale cinematografiche degli Stati Uniti il film Western Stars, pellicola di accompagnamento all’omonimo album di Bruce Springsteen rilasciato nello scorso mese di giugno. Scelta singolare quella del Boss che, avendo deciso di non portare in tour le canzoni del suo ultimo lavoro, ha voluto regalare ai suoi fan una visione originale delle tredici tracce che lo compongono attraverso la combinazione di immagini, note e strumenti che rielaborano i temi di un album intensamente lirico.

Ma perché parlare di Springsteen in uno spazio solitamente dedicato ad argomenti legati allo sport e ai suoi temi contigui? La risposta, forse scontata per chi segue Bruce dagli inizi di una carriera che affonda le sue radici negli anni settanta, risiede nell’immagine che l’artista del New Jersey ha trasmesso di sé sui palchi di tutto il mondo. Immagine, invero, riflesso di contenuti non fittizi, magari creati al solo fine di costruire un personaggio legato più ai format del marketing promozionale che alla realtà della vita quotidiana. Lo ricordate, a metà degli anni ottanta, lo Springsteen tutto bicipiti e chitarra, corse sul palco con magliette sbracciate e sudate che in ogni concerto per più di tre ore urlava al pubblico e al mondo le difficoltà dell’essere nato negli USA? Quel ragazzo diventato uomo sull’onda del successo, che brandiva il suo strumento preferito come una mazza da baseball pronta a colpire sembrava più intento ad allenarsi all’aperto unendo capacità aerobica e potenza muscolare piuttosto che assorbito da una delle sue performance musicali.

Per gestire spettacoli di quella portata, un fisico da rocker non è sufficiente: è necessario essere sportivi veri, capaci di sostenere, oltre alla fatica del movimento abbinato al canto, la tensione dell’esibizione dal vivo che non perdona errori. E Bruce, da sempre, è un cultore della preparazione fisica, attitudine dapprima testimoniata dall’evidenza della sua muscolosità scultorea e oggi, nel pieno dei suoi settant’anni splendidamente portati, confermata dalla sedute in palestra alle quali si sottopone quotidianamente sotto l’attenta guida di un personal trainer che ne indirizza sforzi e recuperi.

Fedele alla sua immagine affatto patinata, Bruce, anche nella scelta dei luoghi, non rincorre echi glamour: la palestra dove è facile incontrarlo è quella vicino a casa sua che, stando alle cronache, ha il costo non proprio proibitivo di 10 dollari al mese. È lì che corre sul tapis roulant, alza pesi, fa piegamenti, si lascia fotografare senza difficoltà da fan increduli ed entusiasti di ritrovarselo vicino durante le loro ordinarie sessioni d’allenamento. Perché lo sport come la musica, per il Boss, è un’ineluttabile esigenza, un modo di essere e di comunicare, una situazione nelle quale mettersi alla prova, un momento di condivisione da gustare con la gente di ogni livello sociale. Da Greetings from Asbury Park a Darkness on the Edge of Town, da Nebraska a Tunnel of Love, da The Ghost of Tom Joad a High Hopes, Bruce ha corso su e giù per la sua terra d’America, fisicamente e con le sue storie cantate in tutto il mondo senza mai risparmiarsi, uscendo da ogni concerto madido di sudore, fatica, soddisfazione, successo. Come un maratoneta nel suo lungo tragitto ha modo di vivere le aspettative dei primi chilometri, la costanza dei passaggi intermedi, la fatica scarnificante delle ultime centinaia di metri, Bruce percorre i suoi concerti senza rallentare, andando incontro al pubblico che lo accompagna passo dopo passo con un abbraccio ideale fatto di storie struggenti, malinconiche, d’amore e di riscatto.

Cosa aspettarsi da un film di cui Springsteen è anche regista insieme a Thom Zimny? Probabilmente le stesse emozioni scaturite dall’album, sicuramente tra i migliori della produzione più recente del Boss. Un film che recupera gli stessi ambienti raccontati in Western Stars con voce solida e cuore morbido, nei quali Bruce, di volta in volta, si muove come un vagabondo alla ricerca di qualcosa, un uomo caduto che vuole dimostrare di potersi riscattare, un amante solitario che riesce a non sprofondare nella speranza che, un giorno, la sua lei possa tornare. Racconti tipici della sua poetica nei quali Springsteen, come un campione alla sua ultima stagione, seduto in tribuna guarda il campo sul quale ha giocato mille partite, più segnato dalle ferite inferte dall’irrimediabilità della sconfitte decisive che illuminato dalla gloria delle vittorie importanti. Immagini western arrugginite dalle luci del tramonto e arrotondate dalle sonorità di un’orchestra che suona alla Stone Hill Farm di Colts Neck, New Jersey, regalando alle sue tracce un’inusuale dolcezza: quella che sa regalare il percorso di chi, nato per correre, col suo ritmo ha saputo trascinare i cuori affamati di milioni di persone.

Leggi anche: 70 anni del Boss: Bruce Springsteen e l’amore per lo Sport in una canzone

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Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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