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Sarri, la prossima volta conta fino a dieci

La spontaneità è una brutta bestia. Ti fa dire talvolta quello che non pensi e ti impedisce di emergere per quello che sei realmente. Maurizio Sarri, spesso protagonista di polemiche più che evitabili, lo sa bene, ma sembra non aver ancora imparato la lezione. Lo dimostra l’ennesima uscita a vuoto di domenica scorsa, da giorni sulla bocca di tutti. Il tecnico del Napoli, visibilmente nervoso dopo il pareggio deludente con l’Inter che gli ha fatto perdere il primato in classifica, ha risposto in malo modo, con una frase sopra le righe dai contorni sessisti, ad una domanda della giornalista Titti Improta, scampata al viaggio di sola andata per quel paese solo in virtù del sesso e l’avvenenza estetica. Questo fa di Sarri un sessista? Non possiamo affermarlo, ma una cosa è certa: ne fa un pessimo comunicatore, e non è la prima volta.

Ricordate cosa successe due anni fa? Una polemica, per molti versi simile, lo vide scontrarsi con Roberto Mancini, allora allenatore dell’Inter, al termine di una semifinale di Coppa Italia vinta dai nerazzurri. Il tecnico jesino, infatti, accusò il collega napoletano di averlo insultato pesantemente, dandogli del “frocio” e del “finocchio”. Un intervento delle Iene portò i due a riappacificarsi, e fu in quella occasione che capimmo che Sarri è un po’ dottor Jekyll e un po’ mister Hyde. Se da una parte abbiamo un Maurizio semplice, innocente, simpatico e verace, dall’altra troviamo l’insopportabile Sarri, allergico alle domande scomode e incapace di mantenere il controllo ogni volta che la pressione sale. Nel momento in cui le Iene gli chiesero di affrontare la questione, prima alzò la voce e li minacciò di chiamare la polizia salvo poi, pochi minuti dopo, abbracciare bonariamente il giornalista con un atteggiamento completamente differente, chiudendo la polemica con uno scambio di regali.

Questo non dimostra niente, eppure rafforza una sensazione: Sarri, probabilmente, non è né sessista né omofobo, ma è inevitabile che si possa pensare. Perché la spontaneità non può essere una giustificazione e non è possibile trascurare il peso mediatico che ha ogni parola venuta fuori dalla bocca del tecnico della seconda migliore squadra d’Italia. È un peccato: il mondo del calcio, sempre più artefatto, avrebbe un gran bisogno di una dose di genuinità, ma il provincialismo è un’altra cosa e non è altro che una macchia. Soprattutto se si parla di sessismo e omofobia, temi caldi che meritano di essere affrontati con durezza. Ma non solo. Il provincialismo si riflette nei mille volti che assume il “bipolarismo” di Sarri. Il maniaco del lavoro, visionario, cultore della bellezza e assetato di gloria non sa convivere col comunicatore perdente, sempliciotto, rancoroso e mai pronto ad assumersi le responsabilità per una sconfitta.

Chi è davvero Sarri lo sanno Roberto Mancini, che accettò le scuse con un sorriso, e Titti Improta, che non a caso ha parlato di “volgarità” e non di “sessismo”. È importante? Sì, ma per un grande allenatore è altrettanto fondamentale essere un grande comunicatore. E la spontaneità, purtroppo, rischia di essere un pericolosissimo intoppo. Un’arma a doppio taglio, che può rivelarsi utile (pensate a Gattuso) o dannosa. Maurizio Sarri ha ricevuto in questi anni degli attestati di stima invidiabili (ricordiamo ancora le parole di Guardiola) e il suo calcio è tra i più belli d’Europa, ma una mentalità vincente non si costruisce solo sul campo. Una comunicazione efficace, con la squadra e col mondo, è imprescindibile e in questo Sarri è da Terza Categoria. Lui lo sa e per questo, prima di “non” mandare a quel paese la Improta è stato in silenzio per qualche secondo, contando fino a cinque. Non è stato sufficiente: la prossima volta dovrà arrivare a dieci.

Antonio Casu
A cura di

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