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Sandro Mazzola racconta Messico 1970

Sandro Mazzola racconta Messico 1970

Sandro Mazzola fu uno dei calciatori più rappresentativi dell’Italia vicecampione del mondo nel 1970. Coprotagonista con Gianni Rivera della famosa staffetta che riempì le pagine dei giornali dell’epoca. In occasione dei suoi 78 anni compiuti oggi, vi riproponiamo l’intervista che ci rilasciò per farci raccontare aneddoti e curiosità di quel mondiale in altura.

Mazzola, quando partiste per il Messico avevate coscienza di poter arrivare fino in fondo?

No, assolutamente. Anzi, scoprimmo anche che la Federazione aveva già preso i biglietti per rientrare in Italia alla fine del girone eliminatorio! E questa fu una cosa che ci dette una carica incredibile.

Come pensaste di affrontare il problema dell’altitudine?

Io ebbi la fortuna di fare in precedenza una tournee con l’Inter a Toluca. Lì capii che non si poteva giocare all’italiana, coi lanci lunghi per intenderci, perché poi c’erano dei tempi di recupero troppo lunghi. Non si riusciva a respirare, ti dovevi piegare in due per riprenderti. Io prima del mondiale non ero titolare e l’Italia andò a giocare proprio a Toluca un’amichevole. Nel primo tempo scese in campo la formazione che Valcareggi pensava avrebbe iniziato il mondiale. Eravamo sotto di un gol e io dissi ai miei compagni che sarebbero subentrati con me nella ripresa che non si poteva giocare coi lanci lunghi. Per cui, utilizzando i fraseggi alla brasiliana, nel secondo tempo ribaltammo il risultato. A quel punto l’allenatore pensò di cambiare la squadra. Mi andò bene!

So che questa domanda le è stata fatta tante volte ma trattandosi di Messico 70 gliela devo riproporre: lei e Rivera come vivevate il vostro dualismo?

All’epoca uno dell’Inter e uno del Milan “non potevano” andare d’accordo, non potevano nemmeno fare una passeggiata insieme. Ma era solo quello che si aspettava l’opinione pubblica. In realtà noi soffrivamo questa situazione. Pensi che se volevamo fare due chiacchiere dovevamo nasconderci per evitare che qualcuno ci vedesse. Se un giornalista ci avesse scoperti a parlare insieme, subito sarebbe uscito un titolone sui giornali! Quando eravamo in libera uscita con la nazionale dovevamo addirittura camminare lontani uno dall’altro…

Lei, Rivera, gli altri… sicuramente era una nazionale piena di grandi giocatori. In particolare che parole si sente di spendere per raccontare Gigi Riva?

Gigi era un grande. Noi sapevamo che potevamo giocare chiusi nella nostra metà campo e all’improvviso dare la palla a lui che si sarebbe inventato l’azione risolutiva o il gol. Calciava con una potenza e una precisione che io ho visto raramente anche oggi. E poi sui trenta-quaranta metri era impressionante.

La finale col Brasile: secondo lei c’era un modo per arginare quella squadra, considerando anche il fatto che voi ci arrivaste dopo quell’estenuante partita con la Germania?

Questa è una domanda che tante volte, quando ci ritroviamo, ci facciamo anche noi. Avessimo giocato al livello del mare come loro, probabilmente avremmo avuto altre possibilità, anche se loro erano indubbiamente una grande squadra. Il giorno della finale noi eravamo morti per via della lontananza da casa, dei viaggi e soprattutto per il fatto di aver giocato a quell’altitudine. Non credevamo nemmeno noi di potercela fare anche se per un tempo riuscimmo a tenere in piedi la partita. Ma erano troppo forti.

Dopo tutti questi anni, siete riusciti a dare una spiegazione ai famosi sei minuti di Rivera in quella finale a risultato ormai acquisito?

No, non siamo mai riusciti a capire quella scelta. Quando vidi che Gianni stava per entrare mi preparai ad uscire e quindi andai verso la panchina. L’allenatore si incazzò e mi disse:”Lo dico io chi deve uscire, vai al tuo posto!”. Fu una mossa che non capimmo nemmeno noi. Penso che, tornando indietro, anche Valcareggi cambierebbe quella scelta. Comunque facemmo una grossa impresa perché, lo ripeto, tutti in Italia erano convinti che non avremmo passato il primo turno a causa del problema dell’altitudine.  

A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo "Ci vorrebbe un mondiale" – Ultra edizioni. Nel 2021, sempre con Ultra, ha pubblicato "Da Parigi a Londra. Storia e storie degli Europei di calcio".

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