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Sandro Campagna: a tu per tu con la Leggenda della pallanuoto azzurra

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Sandro Campagna: a tu per tu con la Leggenda della pallanuoto azzurra

Nell’universo dello sport italiano le ondate cicliche si susseguono senza soluzioni di continuità, ogni disciplina ha un suo ecosistema specifico fatto di momenti di gloria e bui repentini a cui è difficile dare una logica che ne preveda il nesso causa effetto. O meglio, quasi tutti gli sport. L’eccezione che conferma la regola è data dalla Pallanuoto che, come un enorme sempreverde, mantiene intatta la sua competitività negli anni rinnovandosi continuamente grazie ad un movimento sinergico e mirato, nel quale svetta la figura totemica di sua maestà Sandro Campagna. Un palmarès da brividi che parla da solo farcito da l’oro europeo di Sheffield 1993, quello mondiale di Roma 1994 e quello olimpico contro la Spagna di Manuel Estiarte targato Barcellona 1992 che è entrato di diritto negli annali della storia. Se a questo aggiungiamo un argento ai mondiali del 1986 e due bronzi europei targati 1987 e 1989 chiudiamo una carriera da atleta leggendaria, ma il bello arriva nel terzo millennio in cui i destini di Campagna e del settebello si incrociano di nuovo in un sodalizio che va avanti dal 2008. Con lui in panchina undici anni di trionfi con due argenti e due bronzi europei ed olimpici e due titoli mondiali a distanza di otto anni (2011-2019) sintomo evidente di un perenne stato di salute. A due mesi dall’incredibile trionfo iridato di Gwangiu abbiamo avuto il piacere di condividere alcune riflessioni sullo stato dell’arte della nostra pallanuoto con uno dei miti viventi  di questo sport sia in vasca che a bordo vasca.

Coach buongiorno, riavvolgiamo il nastro e partiamo dall’impresa di Gwangiu. Sensazioni a freddo?

E’ stata un’impresa, vincere un mondiale non è mai facile e ripetersi dopo otto anni con un gruppo completamente nuovo è motivo di orgoglio ed è anche il frutto di un lavoro cominciato anni fa che ci ha portato ai livelli altissimi di questo evento. Siamo cresciuti di partita in partita, disputando una semifinale e una finale superlative. Battere la Spagna così nettamente, smontando le loro sicurezze con una gran difesa e gestendo l’attacco con lucidità è il sintomo lampante di un mondiale perfetto. Sono fiero dei miei ragazzi!

Ne hai viste tante, troppe sia da atleta che a bordo vasca. Questo movimento è in continua crescita e sempre competitivo al top, qual è la chiave di volta dei nostri continui successi?

Nelle rassegne degli ultimi dieci anni solo una volta non siamo entrati nelle prime quattro, questa è la risultante di un lavoro costante e in continua evoluzione. Analizzare e preparare al meglio le gare nelle sue variabili tattiche, seguire il repentino divenire delle dinamiche di gioco, essere all’avanguardia a livello giovanile che seguo personalmente essendo vicino ai club con i quali condivido durante l’anno momenti di discussione e crescita. Nulla nasce per caso, bisogna essere sul pezzo e continuare a lavorare nella stessa direzione, noi ci stiamo riuscendo rinnovandoci nel tempo.

Allenatore e giocatore, differenze sostanziali? La tua esperienza.

Due cose completamente diverse. L’allenatore è coinvolto a trecentosessanta gradi in tutte le fasi di programmazione e di gestione delle situazioni logistiche ed emotive. Il giocatore se ha uno staff all’altezza deve focalizzare la propria attenzione e le proprie energie concentrandosi solo sulla partita, con punte di soddisfazione ed emozioni più forti di chi sta a bordo vasca, chi allena è più soggetto ad un logorio mentale che deve essere in grado di reggere per il bene della squadra.

Il tuo rapporto con la federazione e i club. C’è molta più disponibilità nel vostro ambiente rispetto ad altri sport? La nazionale è vista come un punto di arrivo e non come un intralcio alle carriere dei singoli?

Assolutamente sì, c’è una cultura differente e interessi convergenti. I club sanno benissimo che durante le pause della nazionale gli atleti si allenano e tornano preparati, c’è una sinergia tra noi tale che presuppone uno scambio di informazioni utili per evitare tipologie di allenamento in contrasto al lavoro svolto coi club. Parlo molto con gli allenatori delle rispettive squadre e finalizzo il mio lavoro per migliorare degli aspetti di gioco a vantaggio del collettivo. Alla base c’è sempre grande rispetto e i ragazzi sono stra-motivati e orgogliosi nel vestire la maglia azzurra. Credo che questo discorso valga per molti altri sport, il calcio è un discorso a parte ma c’è anche da dire che il rischio infortuni è molto più alto rispetto alla pallanuoto.

Gioie e dolori nella tua carriera. Due cose che ti vengono in mente?

Partiamo dalle vittorie, ognuna è come un figlio dalla gestazione alla nascita. Sono gioie incredibili e difficilmente potrei sceglierne una perché solo chi sa il lavoro che c’è dietro può capirne la reale portata. Per le sconfitte quella che brucia di più è senz’altro l’unica finale scudetto alla quale ho partecipato proprio con Roma, quella è una ferita aperta difficilmente rimarginabile.

I giovani. Un Movimento con ricambi più che soddisfacenti mentre in molte altre discipline si arranca.   

Dieci anni fa quando ho ripreso ad allenare la nazionale si facevano esattamente gli stessi discorsi sulla mancanza di materiale umano. Ci siamo rimboccati le maniche ed abbiamo agito in primis a livello normativo bloccando l’avvento in massa degli stranieri, quattro giocatori in acqua su sette devono essere italiani. A questo aggiungerei un grande lavoro svolto su formazione e informazione degli allenatori con meeting e clinic collegiali con materiale video e didattico volto ad un’analisi approfondita delle varie fasi del gioco. Un insieme di elementi virtuosi che ha ridato slancio ad uno sport che ha circa ventimila adepti, tirarne fuori una ventina di livello è il minimo che avremmo potuto fare senza arrampicarci sugli specchi.

 

Com’è cambiato questo sport tra il Campagna giocatore e quello allenatore?

Sono cambiate le metodologie di allenamento, la velocità del gioco e le regole. Le ultime introdotte proprio in occasione del mondiale vanno a mio avviso nella giusta direzione. La tecnica individuale e la velocità tornano in maniera predominante e decisiva rispetto ad una pallanuoto più muscolare, oggi si può anche non essere dei Supermen per poter competere e questo a mio avviso è un bene per il futuro di questo sport. Poi ovviamente c’è un discorso di evoluzione razziale: ai tempi nostri l’altezza media era inferiore al metro e novanta, oggi siamo abbondantemente sopra quella soglia.

Sei entrato di diritto nella Hall of Fame di questo sport, hai deciso cosa vorrai fare da grande? 

Bella domanda! Ad oggi il mio obiettivo è Tokyo 2020, poi deciderò con la federazione cosa fare nel quadriennio successivo. Strada facendo leggerò dentro me stesso capendo quali sono le mie reali motivazioni, potrei anche optare per una terza via quella da dirigente. Per ora mi diverto troppo stare a bordo vasca, ci metto tanta passione, mi diverto e finchè continueremo a divertirmi vuol dire che non sono ancora pronto per fare altro. Vedremo, lo scoprirò nel tempo.

Per chiudere: argento a Londra, bronzo a Rio, non ci resta che l’oro a Tokyo.

E’ inutile nascondersi, dopo l’oro di quest’anno abbiamo i riflettori addosso e l’obiettivo è quello di centrare l’oro. Ci proveremo con grande serenità, spirito di sacrificio e consapevolezza della nostra forza anche nei momenti difficili. Sono fiducioso e credo che dopo questi dieci mesi saremo ancora più maturi e determinati, abbiamo motivazioni pazzesche e a mio avviso ampi margini di crescita. Ce la metteremo tutta per non deludere gli italiani anche se sarà durissima.

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Fabio Bandiera
A cura di

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