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Sandor Kocsis, una storia nella Storia

Sandor Kocsis, una storia nella Storia

Continuiamo a commettere l’errore di giudicare la storia di una vita dalla sua durata, senza mai fermarci a considerare che in una vita sola, lunga o breve che sia, di storie possano starcene davvero tante, scandite da rinascite e disperazioni, da destini chiusi in una valigia, da scommesse accettate pur di ritrovare se stessi in un luogo diverso da quello in cui ci si era smarriti.

Poi ci si mette anche la Storia, quella con la maiuscola, coi suoi passaggi obbligati e le sue ragioni superiori. Come il corso del Danubio, che ha levigato confini per poi vederli stravolti, parlato idiomi per poi saperli proibiti, attraversato regni per poi annegarli nella loro stessa dissoluzione.

Basterebbero le vicende dell’Europa di mezzo, cosiddetta perché sotto il suo cielo convergeva ogni punto di vista, a spiegare perché il novecento sia stato definito “il secolo breve”. Le sono passati sopra i cingoli della Wermacht, prima di quelli dei carri sovietici.

E Budapest, più di Vienna, ha cicatrici che raccontano e meriti che le sono stati negati. A cominciare dal suo calcio, sorta di esperanto tecnico ed estetico che seppe farsi venerare dal resto del mondo, prima di dissolversi nel pulviscolo d’oro di una diaspora che seminò talento e Coppe dei Campioni sotto altri cieli, frammentandosi negli almanacchi della gloria altrui.

Aranycsapat: la squadra d’oro, appunto; la nazionale ungherese che dal 1948 al 1956 non si limitò a dominare ma fece scuola nel calcio mondiale, coi suoi stilemi tecnici impossibili da imitare e quella Coppa del mondo impossibile da perdere eppure sacrificata sull’altare della stanchezza nella misteriosa finale di Berna del 1954, stretta fra braccia tedesche che poi finirono martoriate dagli aghi dei tanti prelievi, dopo quella strana epatite collettiva che requisì in una corsia d’ospedale i Campioni del mondo della Germania Ovest.

E se viene sempre in mente, a proposito di quella compagine tanto leggendaria da non sembrarci oggi reale, la grandezza irripetibile di Ferenc Puskás, la punteggiatura di quel dominio furono sempre i gol di Sandor Kocsis. È di lui che vogliamo parlarvi. Della sua “testa d’oro”, quanto oro in quella Ungheria; terminale perfetto per il gioco aereo, insuperabile in sospensione e per la precisione con cui impattava la sfera con la fronte. Ma non era altissimo, non quanto dovrebbe esserlo uno specialista, perlomeno. Un metro e ottanta scarsi, da educare e sfinire con una serie di esercizi da lui stesso ideati, per imparare a colpire staccando sempre più in alto, in una persistenza di elevazione.

Durante il secondo conflitto mondiale, allenarsi all’aperto non sempre era possibile; quasi mai per l’esattezza. Nel chiuso di una palestra, Kocsis fa calciare forte ai compagni la sfera contro il muro, dopo il rimbalzo stacca, più in alto che può, per intercettarla, indirizzandola in maniera sempre più precisa. È così che nel suo repertorio, variegato per natura, comincia a spiccare una dote che la natura aveva soltanto sussurrato, in mezzo al ben di Dio del suo bagaglio tecnico.

Bambino al Ferencvaros, titolare adolescente in prima squadra, una squadra i componenti del cui attacco riuscivano quasi a mettere insieme più gol che presenze: il titolo nazionale del 1949 è un impressionante concentrato di record e numeri strabilianti: 140 gol in 30 partite; lui, giovanissimo, ne mette a segno 33, sempre partendo titolare.

Un anno prima, aveva già esordito con la nazionale, a Budapest, contro una Romania maciullata da nove reti tra le quali spicca la doppietta del suo bagno d’esordio.

Ancora il vento della Storia, però, col suo alito a volte gelido; con la mannaia delle sue esigenze che si abbatte su ciò che sarebbe giusto e che invece va sacrificato sull’altare di tutte le ragioni di stato. Il regime in Ungheria privilegia la Honved, la squadra dell’esercito, che fa capo direttamente al Ministero della Difesa. È alla compagine governativa che debbono finire i migliori talenti; è lì che finisce Kocsis, assieme a Budai. Trovano “il Connello” Puskas, con il quale Kocsis troverà un’intesa sublime, a livello tecnico ancor più che realizzativo.

 

L’apporto di Kocsis alle fortune della Honved è devastante; la squadra (a far parte della quale nel 1953 si aggiunge anche Czibor) conquista il titolo nel 1950, ’52, ’54 e ’55: successi ai quali lui contribuisce aggiudicandosi in tre occasioni – 1951 con 30 reti, 1952 con 36 e 1954 con 33 – la palma di Capocannoniere.

Nel mentre, la nazionale magiara riscuote l’ammirazione del mondo; gli appassionati di ogni altro paese sentono parlare del calcio ungherese come della mecca del predominio tecnico e tattico, sui quali si innestano le doti individuali di Puskas, Kocsis e compagni.

Il 1956, in Ungheria: i cingoli dei carri sovietici non seppelliscono soltanto l’idea di un socialismo diverso, sotto il catrame di Budapest; col rumore degli spari si disperde anche il calcio più belli ed efficace che l’Europa abbia visto fino a quei giorni. La Honved diviene il biglietto da visita che il regime tenta di esibire in giro per il continente per tentare di dar l’idea che tutto sia sotto controllo. A cavallo di un turno di Coppa dei Campioni contro l’Athletic Bilbao, alla fine di novembre, molti giocatori né approfittano per lasciare il paese, diventando dissidenti. Tra questi, Czsibor, il Colonnello Puskas, Sandor Kocsis. Proprio lui.

Ventisettenne in Svizzera, tentando una prima volta di diventare uomo d’affari, grazie anche all’aiuto del presidente dello Young Boys, suo ammiratore, memore delle prodezze della Squadra d’oro al Mondiale del 1954.

Gli manca il calcio, trova sbronze e depressione; al calcio torna, proprio con lo Young Boys, ricambiando subito il presidente a suon di gol.

Poi, la Spagna, sponda catalana, dove lo aspetta Laszlo Kubala, il primo dei grandi giocatori ungheresi a lasciare il paese, molto prima degli altri, meritevole di aver compreso con molto anticipo che tipo di vento avrebbe iniziato a spirare in tutta l’Europa orientale.

Rinasce, con la maglia del Barcellona, sempre con uno sgambetto del destino in agguato, sempre sul luogo del primo delitto calcistico che già aveva sequestrato una parte della gloria che avrebbe meritato: finale di Coppa dei Campioni del 1961, il Barça deve arrendersi al Benfica. 2-3, ancora una volta. Il terreno, nemmeno a dirlo, quello del Wankdprfstadion di Berna.

Sandor Kocsis chiude nel 1965, definitivamente, con il calcio. Non è stato solo un gioco, è stato il veicolo che ha portato la sua anima inquieta dove non avrebbe mai pensato di arrivare.

Per due anni allena l’Hercules di Alicante, senza mai del tutto sentirsi a suo agio nel ruolo di tecnico e senza risultati di rilievo.

Poi comincia a gestire un ristorante, fino all’estate del 1979, quando delle fitte lancinanti allo stomaco lo costringono a un ricovero improvviso. Stavolta non si trova sul prato di Berna, ma il terzo verdetto impietoso della sua vita ora non contempla possibilità di rivincite.

In controtempo rispetto ai tempi del suo male, come quando si allenava a staccare per intercettare quei rimbalzi sul muro, decide di lanciarsi dal decimo piano dell’ospedale che lo ospita. Deve ancora compiere cinquant’anni.

68 presenze con l’Ungheria più grande di sempre; 75 gol. E giudicate voi quante vite abbia vissuto, Sandor Kocsis.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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