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Sadaf Khadem, la pugilessa senza velo che non piace all’Iran

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Sadaf Khadem, la pugilessa senza velo che non piace all’Iran

Lo stato della Repubblica islamica dell’Iran, al giorni d’oggi, non brilla certo per alcune questioni che possono rientrare nel concetto di rispetto dei diritti personali.

Noi di Io Gioco Pulito, per farvi un esempio concreto, vogliamo parlarvi di una storia che, sotto numerosi punti di vista, richiama quella della surfista iraniana Shahla Yasini. In questo nuovo pezzo cambia però l’ambito sportivo di riferimento: dal surf alla boxe.

Pochi giorni fa, infatti, Sadaf Khadem è stata la prima pugilessa iraniana a partecipare – e a vincere – in un combattimento ufficiale internazionale di boxe. L’evento si è tenuto nella città di Royan, nella regione francese della Nuova Aquitania, e si è concluso con il trionfo della stessa Shadem sulla 25enne francese Anne Chauvin.


Per questa sua impresa Khadem si aspettava l’accoglienza di un eroe quando sarebbe tornata nel suo paese natale.

I problemi, però, sono sorti una volta terminato l’incontro. La pugilessa iraniana, infatti, non è rientrata in Iran ma è rimasta, insieme al suo allenatore Mahyar Monshipour, in Francia. Per la precisione ha trovato rifugio città di Poitiers, 350 km a sudovest di Parigi.

Come mai una decisione del genere? Sembra che, sia sull’atleta che sul suo allenatore, ci sarebbe, in Iran, un mandato di arresto. Il motivo? La pugilessa sarebbe accusata di avere violato la legge islamica dell’abbigliamento femminile che impone alle donne di indossare, anche durante un match agonistico sportivo, l’hijab.

Tale termine si riferisce a un particolare capo di abbigliamento femminile, il velo islamico, e in particolare a quella foggia di velo che adempie almeno alle norme minime di velatura delle donne, così come sancite dalla giurisprudenza islamica. L’accusa per l’allenatore sarebbe invece quella di complicità.

I funzionari iraniani non hanno commentato, ma il capo della federazione di boxe iraniana ha negato che Khadem sarebbe stata arrestata se fosse tornata a casa.“La sig.ra Khadem non è un membro degli atleti organizzati dall’Iran per il pugilato, e dal punto di vista della federazione di pugilato tutte le sue attività sono personali”, ha detto Hossein Soori a un’agenzia di stampa iraniana.

Per l’esattezza Khadem ha combattuto con un giubbotto verde e pantaloncini rossi con una cintura bianca – i colori della bandiera nazionale iraniana – nell’incontro in questione. La 24enne ha dovuto combattere all’estero perché, nonostante avesse la benedizione delle autorità sportive iraniane, si è rivelato troppo complicato per soddisfare il requisito fondamentale, secondo la legge islamica più conservatrice, che l’incontro fosse arbitrato e giudicato dalle donne.

Secondo la legge iraniana, infatti, le donne e le ragazze che sono viste in pubblico senza il velo possono essere punite con una pena detentiva compresa tra 10 giorni e 2 mesi, o una multa. Le atlete iraniane sono obbligate a coprire capelli, collo, braccia e gambe durante la competizione.

Fino a poco tempo fa, inoltre, a Khadem non sarebbe stato permesso di prendere parte ad un incontro di pugilato ufficiale con indosso un hijab o un’uniforme da completo per le regioni religiose. A questo però ci ha pensato l’AIBA ( Associazione Internazionale Boxe Amatori): l’ente governativo internazionale ha infatti cambiato le regole su questa questione verso le fine del febbraio scorso.

Vogliamo chiudere il pezzo con questa frase pronunciata dalla stessa Khadem pochi giorni prima del suo trionfo sportivo: “Voglio migliorare il più possibile e mostrare alle donne iraniane che possono salire sul ring”.

Per salire sul ring ha sfidato tutto quello che il suo Iran le impone. Anche a costo di non poter più tornare a casa.

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