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Ruud Krol a Napoli, anche libero va bene

Ruud Krol a Napoli, anche libero va bene

In una foto al porto di Napoli, in mezzo a due pescatori e con una grossa spigola in braccio, ha la faccia divertita e i lineamenti di chi potrebbe tranquillamente farsi passare per uno nativo di Mergellina. Del resto, nessuno più di un olandese riesce ad avere i connotati del cittadino del mondo. Invece era arrivato da poco, peraltro in prestito, inizialmente e in molti pensarono che fosse arrivato a svernare sotto il Vesuvio, per godersi tra le vetrine di Via Toledo il suo sunset boulevard.

C’è da dire che tutto quello che c’era da dimostrare, da esibire e da conquistare lui l’aveva già conquistato, esibito, dimostrato.

 

Perché cominciamo quasi dalla fine? Perché c’è di mezzo Napoli e perché in quell’estate del 1980 lui arriva dopo una parentesi nel campionato canadese, a Vancouver. La prima, istintiva e persino ovvia sensazione che scaturì in Italia dal suo acquisto, presso la stampa e l’opinione pubblica, fu che fosse approdato per racimolare un altro po’ di denari, cosa che a quelli del suo paese riesce sempre parecchio bene, quasi in modo naturale diremmo. Come se Antonio Juliano, dirigente partenopeo ed ex leader del primo Napoli che aspirava a diventare grande nell’era moderna, con quei centodieci milioni di prestito avesse portato in città soltanto un prestigioso, celeberrimo nome che avrebbe funto da specchio per le allodole presso una tifoseria affamata d’ambizione. Dall’alto delle sue due finali mondiali con gli Oranje, 1974 e 1978; delle tre Coppe dei Campioni e degli innumerevoli titoli nazionali conquistati con l’Ajax, che motivazioni poteva avere oltre a quella di conoscere i babà e il sorriso delle tante ragazze napoletane che, in effetti, si innamorarono di lui?

Qui arriva il primo insegnamento incarnato da Ruud Krol: un grande giocatore smette di essere tale soltanto quando decide di spegnere l’interruttore che ha in testa; solamente quando ha esaurito davvero il propellente della sua tempra caratteriale. Mai prima.

 

Ecco perché alla fine è rimasto quattro stagioni; ecco perché, soprattutto, la sua presenza ha fatto di un Napoli decente un Napoli ambizioso, realmente attrezzato per aspirare a vincere. Il Napoli dei Ferrario, dei Citterio e dei Guidetti, col Giaguaro Castellini in porta, arriva a giocarsi il titolo con la Juventus e con una Roma guidata da un leader speculare a Krol, quanto a carisma: Paulo Roberto Falcao. Primi anni ottanta, riapertura delle frontiere e inizio del bengodi calcistico nel Belpaese. Un concetto va precisato e rimarcato, a questo punto: la dimensione nobile e vittoriosa che il Napoli ha conosciuto negli anni irripetibili di Diego Maradona, la presidenza di Ferlaino ha cominciato a seminarla quando ha portato un fuoriclasse come Krol a calpestare l’erba del “San Paolo”.

Pensarono a un glorioso e declinante turista reduce della grande Olanda; trovarono un leader che seppe insegnare a una squadra e a una città ad aspirare alla grandezza che non pensavano di meritare.

Oltre al carisma e all’esempio di una fulgida regia difensiva, Krol porta in dote alla società azzurra l’intelligenza calcistica e la duttilità tattica che sono un moltiplicatore della sua immensa classe. Lui, che sotto la guida tecnica di Rinus Michels era stato un indimenticabile terzino sinistro ma che, proprio in virtù dei dettami di un simile maestro, aveva assimilato subito la predisposizione alla intercambiabilità dei ruoli: a Napoli reciterà da regista difensivo “totale”, con le virgolette dovute al calcio da cui proveniva e in cui era nato. Olio minerale del meccanismo e ingranaggio principale, in virtù della sua esperienza e della sua visione di gioco. Non soltanto un libero, inteso nella maniera tradizionale; ma se serve per semplificare il concetto, allora anche libero va bene, citando il film di Kim Rossi Stuart.

Le doti tecniche e atletiche di Krol erano senz’altro un patrimonio naturale; ciò che però le ha esaltate al massimo grado è stata la sua solidità caratteriale, impermeabile a ogni contrarietà. Riavvolgendo il nastro della memoria, torniamo al 1971 e a una gamba spezzata: ventidue anni, il crack contro il NEC in campionato e un’epoca in cui un calciatore non può avere nessuna certezza di tornare ai suoi livelli; di tornare in assoluto, in realtà.

La prima Coppa dei Campioni di Crujiff e degli altri compagni la vive nel sottopassaggio di Wembley, con le stampelle. La rabbia accumulata per quella dolorosa, in tutti i sensi, assenza con il Panathinaikos, la sublimerà nello slancio per afferrare da protagonista le grandi orecchie della coppa l’anno successivo contro il Milan e quello dopo ancora contro la Juventus. La storia dei fuoriclasse indimenticabili ha la semplicità della grandezza assoluta e la complessità dei passaggi esistenziali: in mezzo a essi esce palla al piede l’uomo, quando è un predestinato. Uno così a Napoli non poteva restare un solo anno: aveva troppo da insegnare e, come tutti gli uomini di valore, da continuare a imparare.

Ecco spiegata, almeno in parte, la ragione della sua onnipresenza nei discorsi più enfatici su quella grande Olanda: ogni volta che si intavola una discussione su quella squadra epocale, recitati a mo’ di rosario i nomi di Cruijff, di Neeskens e di Haan, arriva sempre poi anche quello di Krol; grande fra i più grandi, degno di essere annoverato in quella indimenticabile élite che va declinata come una calcistica preghiera.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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