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Russia 2018: Due storie da raccontare

Le storie al freddo si conservano meglio. Ai Mondiali abbiamo trovato una squadra tremendamente simpatica e irriverente. L’Islanda. Intanto è la nazione più piccola a partecipare ad un mondiale, 334mila abitanti. Praticamente centomila in più di quanti erano al concerto evento di Vasco a Modena. Poi hanno una saggezza enorme e la consapevolezza che se non stanno uniti non vanno da nessuna parte. Il loro Ct dubitava perfino che dopo la qualificazione storica agli europei, si qualificassero ai mondiali, disse “è come se vuoi essere alla grande a letto dopo una notte di sbornia, impossibile”. Invece la sbornia se la sono fatta passare e sono andati ai mondiali. Il ct è Heimir Hallgrimson, uno che fa paura se avete una carie. Proprio così, fa il dentista, anche se con i soldi guadagnati nelle qualificazioni la federazione lo ha assunto a tempo indeterminato, prima era part time. Ci gioca Bjarnason, famoso perchè mentre giocava a Pescara e c’era la serie A in ballo, fu precettato per le qualificazioni europee dalla nazionale e questo indusse una mole enorme di tifosi abruzzesi a invadere il sito della federazione di improperi (tra i più gradevoli: “per molto meno abbiamo invaso il Molise”). Il nome della federazione islandese è francamente impronunciabile, Knattspyrnusambandislands, abbreviato per pietà verso chi deve pronunciarlo in Ksi. Giocano l’uno per l’altro e spesso fanno male a chi li sottovaluta. Inoltre da quando il calcio ha preso piede, sono nettamente diminuiti i giovani che usano droga e quelli che abusano di alcolici. Diciamo che ha una funzione sociale.

(intanto Argentina – Islanda 1 a 1, con il portiere Halldorsson che ha parato il rigore a Messi. Gioca in seconda divisione danese e fa il videomaker)

L’altra storia viene dalla Danimarca. Riguarda Thomas Delaney, centrocampista del Borussia e nazionale. Piccola parentesi, se amate le maglie da calcio, guardatevi quella con cui la Danimarca ha affrontato le qualificazioni mondiali. Magnifica, con un vichingo seduto che si vede in controluce sul petto. Thomas è nato in una famiglia irlandese emigrata negli Usa, poi il padre in Danimarca, uno concreto ma gentile, sempre sorridente. Che considera il mestiere di calciatore una fortuna. Qualche tempo fa ha chiamato una trasmissione per raccontare la sua esperienza, senza sovrastrutture, voleva condividere e basta. Thomas è daltonico. Quando davanti ha delle squadre che giocano con maglia e pantaloncini diversi, ha problemi, ha confessato che col Messico, verde e bianco, stava andando in tilt.

Lo ha raccontato come racconterebbe chiunque, senza dare nomi. Ma è stato riconosciuto e da quel momento, avversari, amici, estranei e persone comuni gli hanno mandato messaggi di solidarietà. Ma non tanto per il daltonismo che pure ha evocato tenerezza, quanto per la sua esperienza raccontata umilmente e senza spocchia.

(E intanto Perù – Danimarca 0 a 1.)

Insomma come dice l’ex nazionale inglese Gary Lineker: “Il calcio è quello sport dove 22 giocatori corrono appresso ad una palla e alla fine vince la Germania”. Forse sarà così, ma due nazionali che non hanno paura di nessuno, fatte da gente comune che non si atteggiano a star, fanno simpatia vera. E poi non hanno alcuna freddezza. A parte il clima, beninteso.

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