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Rugby: la crisi del movimento che riempie lo Stadio in Italia

Il 5 febbraio del 2000 allo stadio Flaminio di Roma la Nazionale italiana di Rugby fece il suo debutto nel Torneo delle Sei Nazioni sconfiggendo la Scozia 34-20; fu il momento in cui la rincorsa ai vertici europei del movimento, iniziata tanto tempo prima, il 20 maggio del 1929 a Barcellona con una sconfitta 9-0 contro la Spagna, arrivò a conclusione: l’Italia del rugby ora giocava con i grandi ed era in grado di vincere una partita. In realtà però la rincorsa si fermò lì, e ferma rimane ancora oggi, dopo che la Nazionale della palla ovale di edizioni del Sei Nazioni ne ha giocate diciassette. Vediamo i numeri per capire meglio.

A quel primo successo seguirono, nell’ambito del torneo, 14 sconfitte consecutive, serie interrotta solo nel 2003 alla quarta partecipazione, il 15 febbraio 2003, quando fu il Galles a cedere al Flaminio 30-22. A oggi l’Italia ha giocato 85 match nel 6 Nazioni, vincendone 12, pareggiandone 1 e perdendone 72. Il bilancio in casa parla di 10 vittorie e 32 sconfitte, quello in trasferta di 2 successi, entrambi contro la Scozia, nel 2007 e nel 2015, 1 pareggio,in Galles nel 2006, e 40 sconfitte. I testa a testa sono ovviamente drammatici: 7/10 con la Scozia il migliore, 2/14 e un pari col Galles, 2/15 con la Francia, 1/16 con l’Irlanda e 0/17 con l’Inghilterra. L’Italia si è classificata ultima in 11 occasioni, penultima in 4 e solo 2 volte ha raggiunto il quarto posto, in un caso ( 2013 ) a pari punti con la terza. Insomma siamo iscritti all’Università ma di esami ne superiamo ben pochi. Il contratto che permette la partecipazione italiana al Sei Nazioni scadrà nel 2020, e non è certo se sarà rinnovato.

Migliori i numeri, ma non la realtà concreta, nella Coppa del Mondo. Di fondazione recente, 1987, e cadenza quadriennale, si è disputata otto volte. L’Italia è sempre stata presente, giocando un totale di 28 partite con 11 vittorie e 17 sconfitte. Il primo turno non è però mai stato superato. Nelle edizioni disputate prima del 2000, che prevedevano gironi a 4 squadre nella prima fase la nostra Nazionale ha tre volte chiuso al terzo posto il suo gruppo con 1 vittoria e 2 sconfitte e solo nel 1999 ha terminato ultima perdendo tutte e tre le partite. Nelle quattro occasioni in cui i Mondiali si sono invece giocati nel nuovo millennio quindi successivamente al nostro ingresso nel Sei Nazioni, coi gironi diventati a cinque squadre, il risultato è stato sempre fotocopia, terzo posto con 2 vittorie e 2 sconfitte, piazzamento che dal 2007 vale perlomeno la qualificazione al campionato successivo senza passare dalle qualificazioni. In concreto quindi una serie di risultati che certifica la mediocrità assoluta.

Le cause di questa mancata ulteriore crescita del rugby italiano non sono semplici da capire. Certo è che all’interno della Federazione le acque sono agitate. Lo scorso 17 settembre durante l’assemblea della FIR sono state rinnovate le cariche federali per il quadriennio 2016-2020, e nonostante un bilancio in rosso di oltre un milione di euro e i risultati sportivi del quadriennio precedente decisamente deludenti, il 54,92% dei votanti ha scelto di riconfermare alla guida il Presidente uscente, Alfredo Gavazzi. Il diretto interessato si è detto deluso dalla percentuale ottenuta, aspettandosi almeno un 60%, e dalla campagna elettorale, per le tante bugie e nefandezze dette sul suo conto.  Inoltre Gavazzi non ha certo annunciato investimenti per il prossimo quadriennio, ma ha spiegato che dovrà al più presto ricomporre il capitale, quindi ridimensionare.

Non è mancata l’immediata replica del candidato sconfitto, Marzio Innocenti, che ha ovviamente ribaltato le accuse, definendo Gavazzi e la sua gestione “questa gente che non sa nemmeno quanto male ha fatto al rugby italiano facendolo scadere di immagine”.  E lo ha accusato di aver vinto le elezioni  “applicando  alla lettera proprio molte di quelle metodologie vessatorie e ricattatorie che egli intende attribuire al nostro gruppo”.

Non certo le basi migliori per poter riprendere l’ascesa, nell’ambito di uno sport dalle gerarchie rigidissime scolpite negli anni: basti pensare che dei 64 posti disponibili nei quarti di finale delle otto edizioni dei Mondiali 55 sono stati occupati dalle solite otto squadre ( Nuova Zelanda, Australia, Sudafrica, Inghilterra, Francia, Galles, Scozia, Irlanda ) con 4 presenze per l’Argentina, 2 a testa per Samoa e Figi, e 1 per il Canada. Mentre i 32 delle semifinali sono stati appannaggio 30 volte delle otto di cui sopra e 2 dell’Argentina, che, va detto, ammessa alla corte dei grandi dell’Emisfero Sud, il Rugby Championship, ex Trinations  nel 2012, quindi molti anni dopo l’entrata dell’Italia nel torneo di vertice dell’emisfero Nord, ha saputo fare decisamente meglio dei nostri.

Inoltre il movimento italiano ha avuto la fortuna/sfortuna di avere un pubblico meraviglioso, che non ha mai fatto mancare il suo appoggio nonostante le sconfitte: le partite del Sei Nazioni fino al 2011 si sono disputate allo Stadio Flaminio, che regolarmente si riempiva in ogni ordine di posti fino a raggiungere i 30.000 spettatori, dal 2012 si è giocato all’Olimpico dove si sono più volte superati le 70.000 presenze nonostante le sconfitte a grappolo. In altri contesti, pensiamo al calcio, le tribune sarebbero andate invece svuotandosi costringendo forse chi di dovere a reagire.

A nulla è servito sinora nemmeno l’ingresso di due franchigie italiane, la Benetton Treviso e le Zebre Parma, nel Pro12 il torneo professionistico per club che raggruppa squadre gallesi, irlandesi e scozzesi oltre alle nostre. La prima partecipazione risale al 2010/11 con gli Aironi Viadana al posto delle Zebre poi subentrate nel 2012/13 per i problemi economici dei primi, ma anche qui risultati non ne sono mai arrivati: da tre stagioni le formazioni italiane si classificano ultima e penultima, una ha sempre occupato l’ultimo posto in tutte e sei le partecipazioni e il bilancio vittorie/sconfitte è  drammatico: 55 vittorie 6 pareggi e 203 sconfitte.

La situazione insomma è di totale stallo in basso, anche se chi andrà il prossimo 12 novembre all’Olimpico di Roma a vedere il test match con gli All Blacks troverà tribune piene e il gran clima di festa e amicizia che i tifosi del rugby regalano sempre. Potrebbe avere qualche dubbio sul reale stato delle cose solo al maturare del punteggio finale, ma si sa contro i neozelandesi cosa si vuol pretendere?

 

Redazione
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    Enrico Cesarini

    Settembre 28, 2016 at 2:05 pm

    Analisi dei risultati molto triste ed in effetti cause dello stallo a prima vista poco comprensibili per chi ama questo sport bellissimo. Quando ho cominciato a seguirlo (1999) nella mia città, Viterbo, la squadra giocava in serie B, come ora e le realtà rugbystiche in giro non erano molte. Tanto entusiamo, ambiente sano tra giocatori, simpatizzanti, tifosi, genitori e ragazzi delle giovanili. Ma niente soldi. Ora ci sono squadre ovunque in Italia, Viterbo ne ora persino due, ma, se tanto mi da tanto, a parte poche eccezioni (Treviso, Calvisano ecc.) la grande maggioranza delle Società non ha un euro come da noi. Azzardo un’ipotesi: Poichè ora il “serbatoio” di giocatori italiani è diventato grande, è anche sicuro che in giro ci sono grandi campioni sconosciuti, ma il bussines sul territorio nazionale è e deve restare solo il Calcio, di Rugby a livello locale si parla poco o nulla, se non tra gli “addetti”. Le cose non devono cambiare per non intaccare interessi consolidati. A livello di campionati non si vuole creare una valida alternativa, quindi silenzio sui media e soprattutto sulle TV, ergo niente sponsor, ergo niente soldi, ergo niente vittorie. Anche il Rugby fa paura alla Casta.

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    Massimo Liverani

    Settembre 28, 2016 at 3:33 pm

    Proviamo per una volta a verificare. I fatti e commentare senza includere sempre “la casta”.
    Ho giocato a rugby, lo seguo da 40 anni ci sono stati Indubbi passi avanti ma certamente la situazione è’ poco rosea.
    Credo che la mancanza di allenatori sia ad esempio una delle cause del mancato decollo, non inserire il rugby all’interno delle scuole in modo da creare un ricco serbatoio di futuri talenti.
    Aver puntato tutto sull’immagine della nazionale e voler continuare a dimenticare le realtà’ locali.
    Il rugby italiano merita certamente seri professionisti e non improvvisatori.

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      Enrico Cesarini

      Settembre 29, 2016 at 9:08 am

      Massimo, il sebatoio c’è già, non enorme ma cospicuo. Abbiamo 80.000 tesserati , più dell’Argentina (56.000), Galles (73.000), Scozia (49.000) e quasi come Irlanda+Ulster (96.000), tutte nazioni che esprimono fantastiche squadre di club. Non infiliamoci la Casta ma la causa resta per me, politica la crescita di questo sport che potrebbe essere potenzialmente esplosiva è contrastata volutamente.

  3. Avatar

    leo

    Settembre 28, 2016 at 3:45 pm

    Non ho capito questo articolo era una critica contro il movimento Rugby ? È giusta. Poi contro il presidente Gavazzi? È giusta. Ma il fatto degli stadi pieni secondo me è una cosa un po lunga da spiegare. Da quello che ho capito chi ha fatto l’articolo non ne sa di Rugby. Glielo spiego giornalista. Noi prima di tutto, appassionati diRugby, siamo sportivi. Secondo nel Rugby, quasi sempre, il più forte vince. Terzo è una festa un test match o il 6Nazioni. Per finire le dico quando finisci una partita di Rugby tu hai sempre vinto. Spero che vi interessiate ancora di più al Rugby. Perché voi del Fatto gli assomiglierà molto come squadra e come spirito.

  4. Avatar

    cucaracha

    Settembre 28, 2016 at 5:18 pm

    Non so, ma a me questa nazionale perdente, arruffona, capace di ottimi momenti di rugby, e di perdere sanguinosamente, e che riesce a mettere 70.000 persone nello stadio (come l’Inghilterra a Twickhenam, per intenderci) mi sta molto simpatica, e la seguirò anche se so che vincerà difficilmente. Questo è lo spirito del rugby, no?

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    Gianni Jeeg

    Settembre 28, 2016 at 6:13 pm

    Il Rugby mi ha insegnato a dare e ricevere, a lottare per arrivare alla meta anche se l’avversario è invincibile e non c’è più tempo, insomma mi ha insegnato come si deve affrontare la vita. Per questo consiglio a tutti, a prescindere, di far praticare il Rugby ai loro figli ma per essere vincenti a livello internazionale serve altro, serve cultura Rugbystica, servono competenze che, purtroppo, in Italia non vedo

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