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Ron Lyle: storia del Campione che sbagliò epoca

Ron Lyle: storia del Campione che sbagliò epoca

Il 26 novembre 1941 moriva Ron Lyle, il pugile afroamericano la cui storia insegna che, a volte, la gloria personale è inesorabilmente legata al proprio destino. Ve la raccontiamo.

Scriviamo anche per risarcire, noi che andiamo a caccia tra le pieghe della gloria, per così dire; o in un qualche sgabuzzino dove è rimasto chiuso il successo che avevano meritato quei campioni che non seppero di esserlo, o che non riuscirono a dimostrare quanto lo meritassero; non del tutto perlomeno.

Per non parlare di chi ebbe in sorte di essere grande in mezzo ai giganti, di nascere papavero in mezzo ai gigli.

Avessimo in mano un calice, ora lo alzeremmo in onore di tutti quelli che avrebbero dominato qualsiasi altra epoca, tranne quella in cui gli era toccato in sorte di vivere.

Brinderemmo con Ron Lyle, alla sua vita e alla sua storia; un piccolo sorso per ogni giorno sbagliato, per ogni minaccia subita o ricevuta dietro le sbarre; per ognuno dei suoi diciotto fratelli, per le loro fedine penali immacolate, per ogni visita ricevuta da dietro un vetro dopo un omicidio di secondo grado, mentre la vita degli altri scorreva senza che dovessero guardarsi intorno durante una doccia.

Si chiamava Cliff Mattax, dirigeva il carcere di Dayton. Forse il resto del mondo quando guardava Ron Lyle, giovane galeotto, ci vedeva un precoce rifiuto della società, non ancora del tutto uomo ma già da buttare. Mattax ci vide un monumentale pugile nero, una montagna scolpita per natura in lastroni di muscoli. Forse per gratitudine, quella forma di gratitudine che può mostrare un peso massimo nero e carcerato a metà degli anni sessanta, Lyle cominciò a demolire uno per volta i suoi avversari da dilettante: il suo modo per non affondare del tutto. A ogni laccio dei guanti tagliati dopo un knock out, la sensazione di un gradino in più salito lungo la scala della redenzione.

Cercava il corpo a corpo, forse non soltanto come stile di combattimento, ma anche come modo di vendicarsi, di chiedere a qualcuno di pagargli i danni. Fece tanto male, facendosene fare a volte, non sempre quando incontrava un avversario più potente: gli davano problemi quelli agili, svelti, non necessariamente campioni, perché quando si faceva sotto per abbatterli, esponeva a volte troppo di sé alla loro rapidità.

Si trovò al bivio della gloria, più d’una volta: in un’occasione incrociando la strada di Ali, in un’altra quella di George Foreman. Una forma di predestinazione, potremmo definirla così. Dopo le rispettive vittorie, sia Ali che Foreman si sentirono come se fossero stati obbligati a sdraiarsi sotto un treno, ma sono cose che non finiscono negli almanacchi. Tutto tra il ‘75 e il ‘76, quando le luci che si accendevano sul quadrato dei Massimi fermavano il pianeta.

Con Foreman si buttarono giù a vicenda; George batté due volte la faccia sul tappeto, nel tentativo di ritrovare se stesso dopo Kinshasa; si aggrappò a corde immaginarie, pur di riuscire a restare in piedi contro Lyle, che quell’incontro se lo era guadagnato massacrando Ernie Shavers, quello del quale Ali aveva detto che quando si beccava un suo pugno, il dolore arrivavano a sentirlo anche i tuoi parenti in Africa. Questa era la boxe in cui Ron Lyle seppe ritagliarsi il suo spicchio di gloria, prima di ritrovare la dignità facendo l’istruttore di boxe per giovani problematici, per conto dell’Esercito della Salvezza.

Quando se n’è andato, il 26 Novembre 2011, in seguito alle complicazioni per un’operazione allo stomaco, i volontari che lo frequentavano dissero che si sentivano orfani di un gigante buono.

Si chiamava Douglas Bird, il ragazzo ucciso tanti anni prima; faceva parte di una gang rivale di quella di Lyle. Colpì quest’ultimo con un tubo d’acciaio, alla testa. Poi partì un colpo di pistola che lasciò Bird a terra, mentre Lyle si rialzava, senza riuscire a discolparsi.

Un po’ come nascere campioni nel tempo di Ali e di Foreman.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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