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Omicidio De Falchi: è stata fatta giustizia?

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Omicidio De Falchi: è stata fatta giustizia?

Il 4 Giugno 1989  a Milano, Antonio De Falchi, tifoso romanista, perdeva la vita rimanendo vittima di un agguato in prossimità di San Siro. Una tragedia il cui processo ha lasciato adito a polemiche e sconforto. Ripercorriamo la vicenda a 30 anni esatti di distanza. 

Milan-Roma non è mai una partita come le altre. Una sfida dal sapore antico, match memorabili alla Scala del Calcio. Ma Milan – Roma è anche una partita triste per il popolo giallorosso e l’Italia tutta. Un ricordo stretto al cuore che ci riporta alle soglie degli anni 90. Il 4 giugno del 1989, Antonio De Falchi, tifoso giallorosso, moriva. Vittima di un agguato dei tifosi milanisti a San Siro. La storia è nota: un’aggressione brutale, senza possibilità di scampo. Antonio perde la vita alle 11,45 circondato da trenta teppisti che lo hanno pestato. Il referto medico stabilisce la morte per arresto cardiaco. É morto di botte e di paura.

L’esito dell’inchiesta condanna solo un indagato.

13 luglio 1989 il tribunale di Milano stabilisce il verdetto. Luca Bonalda, condannato a 7 anni di reclusione. Il Pm ne chiede otto. L’imputato, ora colpevole, paga una cauzione di 50 milioni. La Corte d’Assise concede il beneficio della remissione in libertà. Solo poche ore di carcere. Torna a casa. Libertà vigilata. Assolti per insufficienza di prove gli altri imputati, Antonio Lamiranda e Daniele Formaggia. Nessun testimone li aveva notati o riconosciuti.

La sentenza solleva polemiche: la mamma di Antonio De Falchi, la signora Esperia, che ha già perso il marito, concede solo poche parole. “Questa è la giustizia? E’ uno schifo. A me questa sentenza non sta bene. Loro dovevano pagare, anche se nessuno mi può riportare il povero Antonio”. Poi si chiude nel silenzio.

Come sta, oggi, la famiglia De Falchi? Cosa ha fatto lo Stato per loro? Come è ricordato oggi Antonio? Tante domande e poche risposte.

Una famiglia numerosa, quella di Antonio, composta da otto fratelli. Maria, Luisa, Alvaro e Massimo vivevano già per conto loro al momento della tragedia. Maurizio, Marco e la sorella Anna hanno vissuto il dolore insieme alla madre nella casa di Via Torre Maura.

I funerali, a spese della Roma, sono stati celebrati il 7 giugno del 1989, nella Chiesa di San Giovanni Leonardi. Di quel giorno, un’istantanea. Dino Viola, il presidente della Roma, accanto alla signora De Falchi. Un giovanissimo Peruzzi e Sebino Nela si avvicinano commossi. Nessun risarcimento alla famiglia da parte dello Stato. La giustizia ha compiuto il suo corso. E non sono previsti rimborsi, da quella sentenza.

Il tempo passa. Il ricordo di Antonio De Falchi è tenuto vivo soprattutto dalla “sua” Sud. Più dalla curva, che dalle istituzioni. Roma, intesa come città, gli dedica un Parco, un’area verde, su viale di Torre Maura. Si dimenticano, però, di inaugurarlo. E  anche di metterci una targa. Il parco è rintracciabile su qualsiasi stradario e anche sulle mappe digitali. Quando si arriva sul posto, però, non c’è né una dicitura, né un segnale.  Un area verde anonima. Un destino amarissimo.

E l’Olimpico? La sua Sud? Neanche lì, è stato possibile mettere una targa. Sino a qualche anno fa, Antonio De Falchi però è stato una bandiera. Nel senso pieno del termine. Il suo viso volava in Curva.

Non basta, ovviamente, a mamma Esperia, ormai avanti con gli anni. Anche se, sabato 29 giugno 2013, su un campo della Tiburtina, accade un qualcosa di molto importante…

Torneo di calcio a 5 in memoria di Antonio. In tanti si stringono intorno alla signora, la mamma di tutti, quel giorno. E le consegnano “quella” bandiera.Mamma Esperia, Antonio è sempre qui”. Un sorriso riesce a fare capolino fra le rughe e un viso provato dal dolore. 400 ragazzi, 25 squadre. Inutile allora come oggi, provare a intervistarla. Piange. Si commuove. Come fa da 26 anni.  In un composto silenzio. Non  alza la voce. Non chiede giustizia. Non va a caccia dei riflettori. Non scrive libri. Non fonda associazioni. Gli basta un ricordo e l’affetto della gente che amava Antonio. Quel giorno le viene consegnata una targa: “Ieri, oggi, domani, eternamente nel cuore della tua gente. Alla famiglia di Antonio. Gli ultras della Roma“. Ha pianto, Mamma Esperia. Ha ringraziato. E poi è tornata a casa. Dove sicuramente ha pianto. Come al solito. In silenzio. Stringendo con amore, un drappo, un anelito. Stringendo Antonio. C’è Roma-Milan. Non dimenticatelo.

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