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Roma – Milan: la distanza non è solo nei chilometri

Roma – Milan: la distanza non è solo nei chilometri

Roma – Milan. Roma e Milano. Una splendida dicotomia. Difficile che chi ami una, apprezzi l’altra. Distanti 572 chilometri: bastano e avanzano. Roma, la Capitale: un museo a cielo aperto, calda, solare, attraente. Milano, da bere: moderna, ha un fascino algido, ama le solide realtà. Ammette, a denti stretti, di non essere Roma, ma si ritiene efficiente, pratica. In una parola: produttiva.  Di certo, le differenze sono marcate. Ridiamoci su.

IL CALCIO – Beati i milanisti che, prima dei cambi societari, hanno contestato un Presidente che in 30 anni ha vinto ventotto trofei. Se in casa rossonera ci si lamenta di 18 scudetti, 5 Champions e altrettante Supercoppe Europee, 3 Coppe Intercontinentali, 1 Coppa Italia e 7 Supercoppe italiane cosa dovrebbe fare il tifoso romanista che in 90 anni di storia ha visto 3 scudetti, 9 coppe Italia e una Coppa delle Fiere? Il tifoso del Milan è abituato a vincere, orgoglioso del suo passato e lo rimpiange. Le vittorie sono comunque celebrate con senso della misura. Una notte di baldoria e si ricomincia. Il romanista è platonico: arriva spesso a sfiorare la vittoria, ma ne coglie l’essenza. Quando vince, vive l’evento con una gioia irrefrenabile. Un “Unicum”. Appunto.

E se si vive diversamente il calcio, figurarsi il resto…

IL TEMPO –  A Milano il concetto di “timing” è più chiaro rispetto a Roma. Nella Capitale molto dipende dal traffico: un  motivo (e una scusa) per giustificare i ritardi. “Darsi un appuntamento” a Milano, equivale a un’ipoteca. A Roma l’idea di vedersi in un certo luogo in una data ora, si lega a imprevisti e probabilità. Anche per questo vi è comprensione e tolleranza.

IL LAVORO – Il milanese “vien via” dal “Briefing”, con idee chiare sul “target” analizzato in “call conference”. E se è sfuggito qualcosa? A Roma si chiede un “riassunto”. A Milano, il  “recap”. Nei negozi di via dei Condotti trovi i “commessi”. A Via della Spiga i “sales account”. A Roma, prima, dopo e durante le riunioni e il lavoro, sono ammessi, doverosi, più caffè. Meglio se arrivano dal bar. A Milano c’è “la macchinetta”. Utilizzarla con parsimonia, visto mai si diventi ancor più frenetici. Capita, che un milanese in trasferta a Roma possa assumere la caffeina di una giornata nel giro di tre ore scarse. E che un romano cerchi del caffè a Milano come acqua nel deserto.

CIBO –  Non si accettano compromessi. Piatti differenti per gusti, consumi e porzioni. Orari e abitudini altrettanto distanti. All’ombra del Colosseo “brunch” o ”apericena” rappresentano concetti  astrusi: su certe cose non si scherza. O è colazione o pranzo. O è aperitivo o cena. E in ogni caso si va a “mangiare qualcosa” o “bere una cosa”. Cosa sia la cosa? Dettagli. Ah, è particolarmente interessante che a Milano si paghi alla “Romana”.

TRAFFICO & GUIDA –  Questione filosofica. A Milano il semaforo giallo è un invito a fermarsi. A Roma è una sfida ad evitarlo. Il clacson? Il milanese, lo userebbe, forse, in caso di un malore improvviso di un parente strettissimo. A Roma, invece, “parlano”. Colpo secco: attenzione. Lungo e deciso: sbrigati.  A Milan si parcheggia con meticolosità e anche un camioncino crea traffico. A Roma ogni spazio è vitale: una macchina in doppia fila è sostenibile leggerezza dell’essere. E quello sarebbe traffico? Per definirlo tale, occorre un incolonnamento di tre chilometri e almeno due vetture incidentate. Altrimenti è un rallentamento.

APPELLATIVI – Aspetto affascinante. Il milanese antepone l’ articolo al nome.  Roma lo accorcia e, nei casi migliori, usa il dittongo “aho”. E cosi “La” Luisa o “L’Antonio” diventano “aho luì” o “aho antò”. Se si vuole offendere o prendere in giro, a Milano si usano nomignoli o il suffisso “-ina” evitando il turpiloquio. Un concetto che si riassume in una parola:“Testina”. Il romano tende a essere leggermente più diretto…

Milano o Roma? Roma o Milan? Scegliete voi. Solo una: Roma e Milano non si somiglieranno mai. Ed è giusto così sebbene, fra simpatia e diffidenza, in fondo, si vogliano bene.

 

Luigi Pellicone
A cura di

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