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Roberto Baggio: Genealogia del Divin Codino

Roberto Baggio: Genealogia del Divin Codino

Quest’anno le candeline da spegnere sono cinquataquattro. Se provi ad affiancare le immagini di quando accarezzava palloni deliziando i palati dei più fini intenditori con quelle di oggi, ti accorgi che a Roberto Baggio il tempo ha portato rispetto. Qualche chilo in più, gli occhi un po’ appesantiti, ancora, però, di quel colore chiaro disarmante, i capelli spruzzati di bianco ma non perduti, non lasciano dubbi sull’identità di chi ti trovi di fronte: il Divin Codino, il fiore notturno sbocciato nell’estate del 1990, il trascinatore dell’Italia nelle torride giornate di Usa 94.

Nonostante un post carriera scevro di quella notorietà che, quand’anche avesse rifuggito, nel tempo in cui giocava sapeva di dover affrontare, la luminosità dei suoi pezzi brilla ancora nei ricordi di chi l’ha visto giocare. Impossibile non notare quel ragazzino che, a metà degli anni ottanta, ancora teenager, rubava gli occhi di spettatori e talent scout di un Vicenza decaduto dai fasti di qualche anno prima. La Fiorentina entra nel suo destino nonostante il primo infortunio serio della carriera. Il suo talento cristallino avrà sempre un nemico da combattere che, a seconda degli anni, si chiamerà sfortuna, dualismo con qualche compagno, incomprensione con un allenatore. Un talento che, paradossalmente, deve faticare per imporsi. Ma che si impone, diamine se lo fa! Firenze si inchina ai suoi piedi prima ancora di averlo veduto, regalandogli un amore che la città medicea prima di lui aveva riservato al solo Antognoni e dopo di lui rimetterà esclusivamente nelle braccia del bomber con la mitraglia venuto da Reconquista.

Tra pennellate d’autore e infortuni che ne singhiozzano il cammino, Baggio entra a far parte della nazionale che il duo Matarrese-Vicini vuole portare sul tetto del mondo. Nelle sue giocate di bellezza inesprimibile si cullano i sogni di vittoria di compagni e tifosi, che vivono le notti magiche di Italia 90 come un percorso a tappe verso un risultato che sembra garantito. Non è così, forse perché il suo talento deve sempre combattere per imporsi, forse perché nella semifinale di Napoli contro l’Argentina Azeglio Vicini decide di non farlo giocare. Ma lui rimane lì, col suo gol alla Cecoslovacchia affrescato nel cielo sopra l’Olimpico, a declinare un calcio di tecnica e fantasia che lo colloca nell’imperitura memoria dei campioni di tutti i tempi. La Juventus lo vuole e lo prende, rubandolo a Firenze bussando a denari. Ragione e sentimento, ambizione ed affetti si scontrano fragorosamente in un trasferimento mal digerito, che l’anno successivo porterà ad un clamoroso doppio gesto nella trasferta bianconera a Firenze: il rifiuto a calciare un rigore contro la sua ex squadra e la raccolta di una sciarpa viola lanciata al suo indirizzo. Facile immaginare il disappunto in casa Agnelli, il cui massimo esponente troverà il modo di definirlo “un coniglio bagnato” nel corso della sua militanza bianconera.

E’ con la Juventus, tuttavia, che Baggio raccoglie il maggior numero di allori della sua carriera: Coppa Uefa nel 1993, scudetto e Coppa Italia nel 1995; capocannoniere della Coppa delle Coppe nel 1991; Pallone d’Oro, Fifa World Player e World Soccer’s World Player of the Year nel 1993. È il suo periodo di massimo splendore, che la spedizione azzurra negli Stati Uniti del 1994 potrebbe consacrare a livello assoluto anche per i titoli di squadra. E’ Sacchi il selezionatore di quella nazionale, che prova disperatamente a replicare nel caldo torrido dell’estate americana le dinamiche di gioco del Milan di qualche anno prima. Pura utopia pensare di sostenere pressing e ripartenze veloci per novanta minuti col sole che ustiona la pelle a quaranta gradi. Nonostante non sia il suo giocatore ideale, è Baggio a togliere le castagne dal fuoco al mister di Fusignano, trascinando l’Italia fuori dall’incubo dell’eliminazione con la Nigeria e portando gli azzurri alla finale di Pasadena. E la storia del talento che fatica ad imporsi? Si ripresenta puntuale anche negli Usa, dove Baggio vive un altro episodio della regola che lo perseguita, perché è nel periodo di maggior splendore di tutta la sua carriera, a quattro giorni dalla finale del mondiale, che i muscoli lo tradiscono: stiramento. Impossibile recuperare in così poche ore. Ma quando ricapita l’occasione di giocarsi la coppa del mondo contro il Brasile? Il numero dieci scende in campo menomato, incapace di dare il suo contributo ad una squadra che, dopo un mese di disidratazione continua, non ha più risorse per correre.

Il destino, beffardo, gli da comunque la possibilità di alzarla al cielo quella coppa dorata. Ma sarà che non sono più le notti magiche, o forse l’emozione, Baggio al cielo blu della Califonia alza solo il rigore che costringe l’Italia alle lacrime. E’ l’acme della sua storia, la vetta più alta di un percorso che, nonostante la vittoria dei due campionati successivi (il primo nell’ultimo anno di Juventus, il secondo con l’ultimo Milan degli Invincibili), da quel rigore non si riuscirà più a smarcare. Lippi e Capello non lo amano, Sacchi lo esclude dalla nazionale. Lui prova a ritrovare una dimensione a sua misura nella sponda nerazzurra di Milano insieme al Fenomeno Ronaldo. Ma è solo trasferendosi a Brescia, coccolato da Carletto Mazzone, che Baggio torna in pace con il calcio, lasciandolo nel 2004 dispensando ancora giocate e gol al servizio di una squadra che non ha mai visto, né più vedrà, una luce più limpida di quella irradiata dal Divin Codino.

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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