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Roberto Baggio: una divinità fragile

Roberto Baggio: una divinità fragile

La storia del calcio italiano è ricca di calciatori che si sono contraddistinti per le loro eccelse qualità mostrate sul rettangolo verde. Francesco Totti, Alessandro Del Piero, Paolo Maldini, Franco Baresi, Andrea Pirlo, Gigi Riva e Gianni Rivera sono solo alcuni dei migliori talenti che il nostro calcio ha saputo produrre negli ultimi 50 anni. C’è però un calciatore che nel corso del tempo si è spogliato delle vesti del semplice giocatore di calcio per vestire quelle del mito. Stiamo parlando di Roberto Baggio, il 10 per eccellenza, campione in grado di incantare per più di due decadi e che ancora oggi viene considerato da tutti gli appassionati di calcio il più forte italiano ad aver mai calcato un campo di calcio.

La nascita e la consacrazione del mito

Quella di Roberto Baggio non è una storia ordinaria. Cresciuto nelle giovanili del Vicenza, il 5 maggio del 1985, a soli 18 anni, subì il primo gravissimo infortunio al ginocchio che rischiò di pregiudicare per sempre la sua carriera di calciatore. Nonostante all’epoca le conoscenze in campo medico non fossero al pari di quelle odierne, il talento di Caldogno riuscì a recuperare in tempi record, conquistando immediatamante una maglia da titolare nella Fiorentina che nel frattempo l’aveva acquistato proprio dal Vicenza. La sua permanenza a Firenze fu breve ma intensa e contribuì in modo significativo alla nascita del mito. All’epoca, la Viola viveva una situazione finanziaria tutt’altro che tranquilla e la società del presidente Pontello si vide costretta a cedere alle ripetute offerte della Juventus dell’avvocato Agnelli. Quella cessione gettò i tifosi gigliati nello sconforto e le proteste pacifiche della prima ora, in un batter d’occhio si tramutarono in veri e proprio moti popolari che sfociarono in violenza. L’esperienza quinquennale in quel di Torino permise a Baggio di farsi conoscere dal grande pubblico internazionale, di vincere i suoi primi trofei e di aggiudicarsi il Pallone d’Oro del 1993. Nelle successive esperienze in quel di Milano, dapprima con la maglia dei rossoneri e, poi, due anni dopo, con quella dei nerazzurri, Baggio non riuscì a replicare quanto di buono aveva fatto vedere con la maglia bianconera, sia per colpe proprie che per i burrascosi rapporti con i tecnici delle compagini meneghini. Fu solo in provincia che Baggio riuscì a dare il meglio di sé. Contro ogni pronostico delle agenzie di quote e scommesse online come Betway, prima a Bologna e, poi, a Brescia, il Divin Codino riuscì a trascinare la propria squadra in Europa, dimostrando una volta di più di essere un calciatore “differente” che, sebbene fosse ormai limitato nei movimenti a causa dei continui problemi al ginocchio, era ancora in grado di risolvere da solo le partite grazie a giocate di puro genio.

Roberto Baggio: il campione del popolo

Sono diverse le teorie sul perché Baggio fosse, e sia tutt’ora, così amato da parte del grande pubblico. Probabilmente, a differenza di altri campioni della sua epoca, inevitabilmente divisivi per via della propria storica appartenenza ad un unico club, il successo di Baggio è legato al fatto che il Divin Codino negli anni abbia assunto il ruolo di giocatore del popolo, venerato in quanto tale in modo trasversale da chiunque amasse il calcio o, per meglio dire, la bellezza. Eppure, come raccontato anche nel suo libro “Una porta nel cielo” in vendita su Amazon, la sua storia è stata fatta da molti alti ma anche da moltissimi bassi. I continui e ripetuti infortuni al ginocchio giunti sempre in momenti decisivi della propria carriera, le ripetute incomprensioni con i vari allenatori incontrati lungo il proprio percorso, in uno con le delusioni sportive accumulate nel corso degli anni con la maglia della Nazionale Italiana, hanno fatto sì che il pubblico in un certo senso si immedesimasse in Baggio. Con il passare delle stagioni, Roberto ha saputo entrare nel cuore degli italiani non solo per le sue prodezze ma anche, e soprattutto, per le sue debolezze e per i suoi fallimenti, indossando per sempre le vesti di “divinità fragile”. Tant’è che anche un mostro sacro come Pep Guardiola, compagno di Baggio ai tempi del Brescia, ha recentemente dichiarato che nonostante la sua condizione fisica fosse ormai precaria, il fenomeno di Caldogno è stato di gran lunga il calciatore più forte che abbia mai visto su un campo di calcio.

Come è accaduto a tutti i grandi della storia dello sport, Roberto Baggio ha fatto della bellezza la propria missione ed è anche per questo se sarà per sempre nel cuore di tutti noi.

 

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