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Road to World Cup: Svizzera 1954, il Miracolo di Berna e la nascita del Panzer tedesco

Anno particolare il 1954, che sembra voler procrastinare botti e champagne di capodanno per qualche settimana: il 14 gennaio, infatti, Marilyn Monroe e Joe Di Maggio si sposano in forma privata nel Municipio di San Francisco. Di Maggio corona così un sogno durato un lungo corteggiamento. Entrambi molto gelosi, bruceranno il loro matrimonio in soli nove mesi. Il 24 gennaio, invece, è la data storica nella quale la RAI trasmette per la prima volta una partita di calcio: nel match di qualificazione per i mondiali svizzeri, gli azzurri sconfiggono 5-1 la nazionale egiziana. La guerra in Corea, finita l’anno precedente, non ha placato gli istinti di supremazia degli Stati Uniti, che nella corsa agli armamenti dicono potentemente la loro il 1° marzo facendo esplodere sopra l’atollo di Bikini una bomba all’idrogeno mille volte più potente di quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Qualche settimana più tardi sono sempre gli Stati Uniti a far girare i titoli dei telegiornali, quando la loro Corte Suprema dichiara incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole. E’ un mondo che cambia pelle, si lascia gradualmente alle spalle le ferite della seconda guerra mondiale e riprende a vivere il presente con lo sguardo rivolto al futuro.

A questa prospettiva la FIFA vuole dare il suo contributo e decide, in occasione dei suoi cinquant’anni, di regalarsi un mondiale in casa, in quella Svizzera che dalla guerra era stata solo lambita e vantava una situazione di benessere economico che le altre nazioni europee potevano solo invidiare. E’ così che dal 16 giugno al 4 luglio sedici squadre danno vita alla quinta edizione dei campionati del mondo di calcio: un’edizione storica perché per la prima volta le partite sono visibili non solo agli spettatori assiepati negli stadi ma a chiunque possiede una televisione. E’ una svolta epocale che in Italia viene gestita dalla televisione di stato, in quel momento, e per tanti anni ancora, non obbligata a fronteggiare gli spasmi della concorrenza.
Con un criterio molto bizzarro, le rappresentative nazionali vengono divise in quattro gironi, ciascuno con due teste di serie che tra loro non possono incontrarsi. Eventuali situazioni di pari punti tra seconda e terza classificata devono essere risolte da una partita di spareggio. L’Italia gioca il suo con la Svizzera e, rimediando un fragoroso 1-4, torna a casa al primo turno.
La grande favorita è l’Ungheria di Puskas, Hidegkuti, Kocsic e Czibor. Una squadra che l’anno precedente è andata a dare lezione di calcio agli inglesi a domicilio, umiliando con una prestazione sublime la presunzione di un calcio che, dopo la sconfitta rimediata nel 1950 in Uruguay con gli Stati Uniti, è nuovamente tornato pesantemente coi piedi per terra. Alle sinfoniche trame di gioco eseguite dai magiari, fa da contraltare il sistema tattico elaborato dagli svizzeri già nel 1950 e poi prediletto dagli italiani: il “verrou”, il catenaccio, basato sull’estremizzazione della fase difensiva e la capacità di ottenere il massimo risultato dal contropiede. Si afferma così la figura del libero, destinata a rimanere un caposaldo degli schieramenti difensivi di moltissime squadre fino a quando il gioco a zona e la sua disposizione in linea dei difensori arriverà alla diffusione “di massa”.
Economicamente la manifestazione è un successo: la FIFA chiude il bilancio con un attivo di un milione di franchi. Siamo in Svizzera, c’è da sorprendersi?

I RISULTATI
Tutti i risultati di Svizzera 1954

LE CURIOSITA’

Mario Viana e la battaglia di Berna

Delicate alcune delle situazioni che vissero gli arbitri nel 1954. Il brasiliano Mario Viana, al termine del primo incontro che l’Italia perse 2-1 con la Svizzera, venne contestato dagli azzurri per la direzione incline ai padroni di casa e l’annullamento inspiegabile di un gol di Benito Lorenzi, che scatenò l’aggressione degli italiani a fine gara nei suoi confronti. Viana venne successivamente radiato. Otto anni dopo in Cile, Boniperti, che della nazionale del 1954 faceva parte, riconosciutolo, a stento venne fermato dal tentativo di aggredirlo di nuovo.
Ebbe il suo bel da fare, invece, l’arbitro inglese Hellis nel quarto di finale che vide opposta l’Ungheria al Brasile. In campo le due squadre se le dettero di santa ragione e il malcapitato fischietto britannico fu costretto a fischiare due rigori e sventolare tre cartellino rossi per provare a placare le ire che si scatenavano in campo. Impresa impossibile a giudicare da quanto avvenne alla fine della partita, quando nacque un parapiglia generale nel quale vennero coinvolti fotografi, poliziotti, bottiglie di vetro e calciatori. L’episodio passò agli archivi come la battaglia di Berna.

Ungheria-Germania 8-3

No, non è il risultato della finale ma quello del primo incontro tra le due squadre che poi disputarono la partita decisiva per l’assegnazione del titolo mondiale, che a molti lasciò immaginare l’Ungheria campione del mondo anzitempo. L’allenatore tedesco Herberger tenne fuori molti titolari in quel match, consapevole del poco valore che aveva sullo svolgimento della competizione tranne che dal punto di vista psicologico: una sconfitta rimediata con le seconde linee non avrebbe scalfito il morale della sua squadra. Al contrario, avrebbe potuto ammorbidire l’approccio alla finale degli ungheresi, probabilmente convinti di poter vincere senza sforzi eccessivi dopo quel risultato eclatante.

Il ritorno dei panzer…
Bandita dalla partecipazione al mondiale del 1950 in quanto paese aggressore nella seconda guerra mondiale, la Germania rientra prepotentemente in gioco vincendo il primo dei suoi quattro titoli mondiali. In Svizzera si assiste anche, per la prima volta dal 1945, all’esecuzione dell’inno nazionale tedesco in un luogo pubblico.

…e i dubbi sul doping

Campioni del mondo con qualche ombra. Si, perché dopo il miracolo di Berna, molti dei componenti della selezione teutonica vennero colti da itterizia, secondo alcuni possibile conseguenza di iniezioni di metanfetamine somministrate ai ragazzi di Herberger che, nel corso della finale, dimostrarono di avere più birra in corpo di Puskas e compagni. Accuse peraltro mai sostenute da prove reali: anzi, il fatto che lo stesso allenatore tedesco ne fu colpito fece sorgere più di una perplessità su un’illazione che nessuno ormai potrà più verificare.

LA FINALE

Il 4 luglio 1954, al Wankdorfstadion di Berna, l’Ungheria di Puskas si presenta con le credenziali della favorita per la vittoria del titolo mondiale. Il suo recente curriculum è impressionante: non una sconfitta nei quattro anni precedenti e una serie di vittorie di prestigio a certificarne il valore assoluto. A cominciare da quella ottenuta alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 e continuata con la conquista di Wembley del 1953, quando la cosiddetta “Squadra d’Oro” fu la prima nazionale non britannica a battere gli inglesi a domicilio. Un 6-3 replicato pochi mesi più tardi a Budapest, a poche settimane dall’inizio dei mondiali, con gli interessi: 7-1. Una squadra più simile ai globetrotter che a una nazionale di calcio. Anche l’Italia toccò con mano la forza dei magiari, quando scesero in campo il 17 maggio 1953 per l’inaugurazione dello stadio Olimpico di Roma: un 3-0 senza repliche che strappò applausi anche al pubblico di casa.

4 luglio 1954, si diceva. All’atto finale della manifestazione l’Ungheria, per la verità, arriva con qualche cerotto: Puskas, nella partita giocata contro la Germania nel girone eliminatorio, ha rimediato un infortunio alla caviglia che ne mette in dubbio la presenza in campo. Lui, ovviamente, vuole giocare anche se non è al top della condizione. Si vocifera anche che qualche compagno sia contrario al suo inserimento nell’undici titolare. Pochi dei 64.000 spettatori presenti al Wankdorfstadion, però, pensa che, Puskas o non Puskas, l’Ungheria non possa far sua la coppa del mondo. Soprattutto quando, all’8° minuto del primo tempo, i ragazzi di mister Sebes si trovano in vantaggio di due reti grazie ai gol dello stesso Puskas e di Czibor. Sembra fatta ma la capacità della Germania, si sa, sta nella sua innata voglia di reagire. Al 10° Morlock dimezza lo svantaggio e otto minuti più tardi Helmut Rahn agguanta il 2-2. Venti minuti scoppiettanti che mettono l’Ungheria davanti alle sue reali difficoltà a fronteggiare un avversario motivato e probabilmente favorito dal campo reso pesante dalla pioggia caduta abbondantemente. Come tori feriti, i magiari reagiscono alla provocazione del pareggio ricominciando a masticare il loro calcio superiore. Colpiscono un palo e costringono Turek a una serie di interventi difficili. Stesso copione nella ripresa, quando arriva anche una traversa a salvare la porta tedesca da un nuovo svantaggio. La superiorità tecnica non basta all’Ungheria per soffocare le velleità di vittoria della Germania, che mette in evidenza una capacità di resistenza agli attacchi avversari che gli vale la conquista del titolo: è ancora Rahn, a sei minuti dalla fine, che infila Grocics con un diagonale rasoterra che rende vani gli ultimi tentativi di recupero degli ungheresi, che si vedono anche annullare un gol per un dubbio fuorigioco di Puskas.

E’ l’epilogo di quello che passa alla storia come il miracolo di Berna, il preludio dello scioglimento di una nazionale fantastica che di lì a due anni, complici anche gli eventi legati all’invasione russa, sarebbe scomparsa dai fatti di cronaca per entrare di diritto nelle pagine della storia. Una squadra che seppe trovare una terza via tra le due modalità di gioco adottate fino a quel momento, il “metodo” (con la sua disposizione a W-W) e il “sistema” (W-M), ossia quella doppia M che prevedeva l’avanzamento delle mezz’ali in attacco, l’arretramento delle ali esterne e, soprattutto, del centravanti, che invece che essere il terminale offensivo delle azioni d’attacco diventava una sorta di regista avanzato. Il “falso nueve” di oggi affonda le sue radici nel nuovo ruolo in cui si cimentò in quei primi anni cinquanta Nandor Hidegkuti, il “centravanti” della Squadra d’Oro.                 

I PROTAGONISTI

Ferenc Puskas – Come un altro immenso giocatore del ventesimo secolo, Johan Cruijff, Ferenc Puskas non ebbe la fortuna di legare il suo nome alla vittoria di una coppa del mondo. Il fatto, però, che la sua fama sia entrata nella storia superando l’esame del tempo evidenzia con maggior enfasi la qualità assoluta della sua classe. Attaccante completo in grado di finalizzare e rifinire con uguale efficacia, Puskas vanta un palmarès infinito: cinque campionati ungheresi, altrettanti spagnoli, tre coppe dei campioni, una coppa intercontinentale se si vogliono considerare solo i suoi maggiori successi di squadra. Se si va sui record individuali, può essere esaustivo, oltre agli innumerevoli titoli di capocannoniere, ricordarne uno ad oggi ancora imbattuto: i quattro gol segnati nella finale della Coppa dei Campioni del 1960 tra Real Madrid ed Eintracht Francoforte. Come anche quella degli altri compagni di squadra della Honved, la sua vita fu significativamente segnata dalla situazione politica che si venne a creare nel 1956 in Ungheria, paese nel quale non potè fare più ritorno per tanti anni dopo il suo rifiuto a rientrare dopo l’invasione russa, che comportò anche una squalifica di due anni da parte dell’UEFA. In quel periodo di inattività forzata, Puskas soggiornò anche in Italia, dove nel gennaio del 1958 disputò a titolo di favore un’amichevole con la squadra toscana del Signa, società che di recente ha dedicato il suo nuovo campo sportivo alla memoria di colui che Alfredo Di Stefano, suo compagno nel grande Real Madrid dei primi anni sessanta, non esitava a definire il miglior calciatore di sempre.

Helmut Rahn – Se la Germania vinse il mondiale del 1954, buona parte del merito va riconosciuta a lui, l’autore della doppietta che spinse i bianchi oltre l’ostacolo insormontabile che sembrava essere la Grande Ungheria. Insieme a Fritz Walter era il giocatore di spicco di quella nazionale, dotato di grandi doti tecniche oltre che di una personalità fin troppo accentuata che gli valse il soprannome di Der Boss. Personalità che spesso lo mise in contrasto con l’allenatore Josef Herberger, del quale spesso disattendeva le indicazioni per seguire il suo istinto talentuoso ma disorganizzato. Classica ala destra dotata di ottimo dribbling e di un tiro potente, col suo gol vincente nella finale di Berna Rahn divenne l’eroe di una generazione che forse per la prima volta negli anni successivi alla seconda guerra mondiale tornò a riassaporare la percezione dell’orgoglio nazionale.

L’INTERVISTA

Questa intervista è stata immaginata prendendo spunto dalle dichiarazioni che in passato Giorgio Ghezzi, portiere dell’Italia ai mondiali del 1954, rilasciò a vari organi di stampa.

Ghezzi, che ricordi ha di quel mondiale?
Beh, sicuramente poco felici. Tra l’altro mi viene in mente una discussione tra il Direttore Tecnico Lajos Czeizler e Silvio Piola, l’allenatore.

Motivo del contendere?
Bisognava decidere se, appena arrivati in Svizzera, fosse opportuno ricominciare subito gli allenamenti oppure concederci qualche giorno di riposo.

Come andò a finire?
Ricominciammo subito ad allenarci. Forse perché i nostri responsabili temevano che la splendida sede del ritiro di Vevey avrebbe potuto rilassarci troppo. In effetti, dopo le fatiche del campionato, quello era un luogo ideale per ricaricare le energie.

In campo, però, quel beneficio non si vide. 
Sì, è vero. Quel relax alla fine fu eccessivo, non servì a ritemprarci: semplicemente ci tolse la cattiveria agonistica indispensabile per giocare un mondiale. Vorrei poter dimenticare quelle due partite perse con la Svizzera.

Come fu il rientro in Italia?
Direi abbastanza prevedibile: ricordo che a Chiasso un gruppo di tifosi ci tirò i classici pomodori…  

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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