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Road to World Cup: Francia 1938, Italia bicampione con la Guerra dietro l’angolo

Nel 1938 l’Europa covava già i germi dell’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale. Gli equilibri della pace scricchiolavano sinistramente sotto i sussulti della guerra civile spagnola, delle mire velleitarie dell’Italia in Africa e, soprattutto, delle incontinenti necessità espansionistiche della Germania nazista, che proprio l’11 marzo di quell’anno, a poche settimane dall’inizio dei mondiali, aveva annesso l’Austria. Eventi che incombevano plumbei all’orizzonte di un’Europa che si stava avvicinando a uno scontro tanto cruento da costituire, una volta concluso, il seme di una pace che dura ancora oggi.
Nel 1936 a Berlino i delegati della FIFA non vollero considerare il criterio dell’assegnazione alternata dei mondiali tra Europa e Sudamerica e affidarono alla Francia l’organizzazione della terza edizione della coppa del mondo. Per la prima volta venne adottato il principio per il quale il paese organizzatore e quello detentore del titolo non dovevano sostenere incontri di qualificazione per partecipare alla fase finale. Conseguentemente Francia e Italia si ritrovarono automaticamente agli ottavi di finale. Sempre assente l’Inghilterra (e la Scozia, che proprio in quell’anno sconfisse i bianchi di Sua Maestà nel torneo Interbritannico) per i motivi che l’avevano tenuta lontana anche dalle due precedenti edizioni dei mondiali, oltre che l’Uruguay e l’Argentina. A Montevideo si continuava a seguire la linea della rappresaglia già adottata quattro anni prima, causata dai dinieghi delle nazionali europee di giocare il primo campionato del 1930. Qualche chilometro più a sud, invece, il rifiuto a partecipare fu dettato dalla mancata assegnazione dell’organizzazione del torneo a Buenos Aires. Ai nastri di partenza venne a mancare anche l’Austria, inglobata dalla Germania hitleriana anche a livello di rappresentativa calcistica.
L’Italia campione in carica si trovò a giocare in un ambiente decisamente ostile: la Francia di Daladier dava asilo ai tanti oppositori di Mussolini in quel periodo e, specialmente poco prima del fischio d’inizio della partita d’esordio contro la Norvegia, gli azzurri furono bersagliati dagli insulti degli antifascisti seduti sugli spalti. Pozzo e i suoi, più per non cedere alle intimidazioni che per reali convinzioni personali, risposero due volte col saluto romano. Ma lo sport non deve essere politica e questo il pubblico francese e quello neutrale presenti a Marsiglia lo sapevano bene e non vedevano l’ora che si cominciasse a giocare.

I RISULTATI

LA FINALE
Il 19 giugno, allo stadio olimpico Yves du Manoir, conosciuto anche come stadio di Colombes, Italia e Ungheria si trovano opposte per la conquista della Coppa Rimet. E’ un luogo che molti anni più tardi diventerà noto al grande pubblico per i richiami fatti ad esso nei film Fuga per la Vittoria e Momenti di Gloria. Nel 1938, però, è solo il posto dove Vittorio Pozzo e i suoi sono chiamati a confermare la loro supremazia calcistica dopo la controversa vittoria ottenuta quattro anni prima a Roma. L’Ungheria è un avversario ostico che si presenta all’ultimo atto del torneo col miglior attacco (13 reti segnate) e la miglior difesa (i ragazzi di mister Dietz hanno subito un solo gol). Il clima a Parigi è decisamente ostile agli azzurri: la maggior parte dei francesi (tra l’altro eliminati dall’Italia nei quarti di finale) sostiene i magiari così come i fuoriusciti antifascisti, accorsi in massa all’evento.

Sessantamila spettatori che non vedranno deluse le loro attese: la partita è spettacolare ed entra subito nel vivo già al 6° minuto, quando l’ala sinistra Gino Colaussi (all’anagrafe Luigi Colausig) porta in vantaggio gli azzurri dopo una bella azione in contropiede. In due minuti gli ungheresi vanno al pareggio con un bel tiro forte e angolato di Titkos. Sembra una partita destinata all’equilibrio ma in realtà Meazza e compagni prendono in mano l’inerzia dell’incontro: Piola aggiusta la mira e, dopo aver colpito anche un palo, sigla il secondo gol italiano al 16°. Gli azzurri lasciano che sia l’Ungheria a sviluppare il gioco, risultando efficaci in contropiede: un altro palo, questa volta di Ferrari, è il preludio al secondo gol di Colaussi, pronto a raccogliere un assist in diagonale di Meazza al 35°. Partita finita? Neanche a pensarlo. Nella ripresa i legni colpiti dall’Italia diventano tre: in questa occasione è Biavati a dover strozzare in gola la gioia della rete. Accorciano le distanze i magiari a venti minuti dalla fine con Sarosi prima che Piola (doppietta anche per lui) chiuda definitivamente i conti al 37°.
E’ la vittoria della concretezza italiana sui ricami di gioco ungheresi. Due modi di interpretare il calcio forse figli delle realtà di due paesi diversi e lontani: in cerca di un’identità e di un valore emergente da povere risorse quello dell’Italia; conseguenza di un’eredità imperiale il magiaro. Per la prima volta, dal “metodo” imperante come strategia di gioco, emergono abbozzi di un contropiede elevato a strumento tattico. E’ una vittoria che legittima e conferma quella più criticata del 1934. A quattro anni di distanza, sono solo due gli azzurri che scendono ancora in campo per disputare la finale: le mezze ali Ferrari e Meazza. A dimostrazione della crescita e del valore di un movimento che, rispetto al passato, perde la necessità di ricorrere agli oriundi: sul terreno dell’Yves du Manoir il solo Andreolo viene dal Sudamerica. Un successo riconosciuto anche dal pubblico parigino che, seppur inizialmente ostile per questioni extra calcistiche, alla fine applaude l’impresa dell’Italia di Pozzo. Sono gli ultimi bagliori di una spensieratezza che di lì a pochi mesi annegherà nei cupi orrori della guerra.

I PROTAGONISTI
Giuseppe Meazza – Il mondiale francese dette ulteriore lustro al ragazzo di Porta Vittoria, popolare quartiere milanese dove nacque il “Balilla”. Questo il soprannome che accompagnò la carriera di Giuseppe Meazza, che gli venne assegnato nell’immediata vigilia della prima partita ufficiale giocata con l’Inter, quando l’allenatore nerazzurro Arpad Weisz comunicò nello spogliatoio che avrebbe giocato titolare. La scelta probabilmente infastidì uno dei compagni più anziani, che quasi incredulo esclamò:”Adesso facciamo giocare anche i balilla!”. Era l’inizio di una carriera luminosa che portò Meazza a vincere tre campionati con l’Inter, tre volte il titolo di capocannoniere e due volte la Coppa del Mondo. Calciatore di tecnica sopraffina, alternò il raggio della sua azione tra l’area avversaria, in qualità di centravanti, e il centrocampo avanzato, calcato nei panni di mezz’ala. Di lui Vittorio Pozzo ebbe a dire che “averlo in squadra significava partire dall’1-0”. Con 33 reti è il secondo cannoniere di sempre della nazionale italiana, secondo solo a Gigi Riva che ne ha siglate 35.

Silvio Piola – Dopo Riva e Meazza, il terzo marcatore più prolifico della storia dell’Italia è Silvio Piola che però, con le sue 30 reti in 34 apparizioni, dei tre è quello con la migliore media realizzativa. Il suo esordio in nazionale fu da predestinato: al Prater di Vienna il 24 marzo del 1935, Piola segnò la doppietta che regalò agli azzurri la prima vittoria contro l’Austria sul loro terreno di gioco. Fu un campione assoluto, di cui è difficile indicare una qualità maggiore delle altre: aveva ottime capacità fisiche e atletiche, toccava con classe la palla con entrambi i piedi ed era estremamente capace nelle acrobazie, tanto che le sue splendide rovesciate sono citate ancora oggi. Stando alle cronache del tempo, Piola incarnava anche il prototipo del calciatore moderno: giocava spalle alla porta per partecipare attivamente alla manovra dei compagni e pressava i difensori per indurli all’errore, che era sempre pronto a sfruttare. Contrariamente a Meazza, amante della bella vita, Silvio era l’antidivo per eccellenza. Forse grazie anche ai suoi atteggiamenti senza distrazioni riuscì a giocare la sua ultima partita in serie A a quasi quarantuno anni. Ancora oggi detiene per distacco il record di marcature nel nostro massimo campionato: ben 274.

LE CURIOSITA’
L’aereo per Parigi
Nel 1938 i cieli d’Europa non erano così affollati di rotte aeree come oggi. Lo provarono sulla loro pelle gli azzurri, che dovevano giocare a Marsiglia col Brasile tre giorni prima della finale. I sudamericani, molto confidenti sulla possibilità di battere l’Italia, prenotarono l’unico volo disponibile per Parigi. Quando Pozzo lo venne a sapere, provò a contattare i dirigenti brasiliani per sapere se, in caso di vittoria dell’Italia, avrebbero messo a disposizione le loro prenotazioni ma la risposta fu negativa. Pozzo, da fine motivatore qual era, raccontò l’episodio ai suoi calciatori, che da quell’atteggiamento ostile trovarono ulteriori stimoli per battere i verde-oro. A Parigi gli azzurri andarono in treno, alternandosi nei soli cinque posti letto disponibili sul convoglio.

Questione di anticipo
Il giorno della finale l’Italia arrivò in pullman allo stadio di Colombes tre quarti d’ora prima del fischio d’inizio. Pozzo, però, non volle far scendere subito dal convoglio i suoi ragazzi perché riteneva che rimanere ad aspettare quarantacinque minuti l’inizio della partita avrebbe disperso le energie nervose. Chiese così all’autista di fare un giro ulteriore. Alla fine i calciatori arrivarono negli spogliatoi a ridosso dell’inizio del match, giusto il tempo di cambiarsi ed entrare in campo per dare sfogo all’adrenalina accumulata nelle ore precedenti.

La grande assente
Per le vicende storiche accennate in precedenza, l’Austria non potè partecipare alla fase finale del mondiale del 1938 nonostante il 5 ottobre dell’anno precedente avesse acquisito sul campo il diritto a disputarla vincendo la partita eliminatoria contro la Lettonia per 2-1. Annessa alla Germania tre mesi prima dell’inizio della manifestazione, l’Austria era di fatto diventata una provincia tedesca, perdendo i suoi connotati ufficiali di stato sovrano. Accadimento che, tuttavia, non portò a modificare il tabellone degli ottavi di finale, dove l’accoppiamento tra Svezia e Austria rimase. Il passaggio ai quarti della Svezia venne giustificato dagli organizzatori “per la mancata presentazione dell’Austria”.  

Storie di rigore
Il 12 giugno Brasile e Cecoslovacchia si affrontano nei quarti di finale. Al 64° Nejedly va sul dischetto per calciare il rigore che può dare il pareggio ai cechi, sotto di un gol per la marcatura del capocannoniere del mondiale Leonidas. Tiro, rete. Poi Nejedly si accascia al suolo privo di conoscenza, crollato per il dolore: il rigore, infatti, l’ha tirato con un piede rotto!
A Marsiglia, il 16 giugno, altro rigore contro il Brasile. Questa volta è Giuseppe Meazza che si reca sul dischetto per beffare il portiere Walter. La leggenda narra che lo faccia tenendosi i pantaloncini perchè, un attimo prima, si racconta che il loro elastico abbia ceduto. Storia al confine tra realtà e leggenda, dal momento che le immagini del tiro (visibili anche oggi su internet) hanno qualche fotogramma tagliato che non dà certezze sugli attimi che precedono il calcio del Balilla. Né le cronache del giorno seguente, almeno quelle de La Stampa, riportano aneddoti atipici sull’episodio del rigore, narrato da Vittorio Pozzo nelle sue vesti di giornalista. Chissà. Resta il gol, quello si certificato, che spinse gli azzurri verso la vincente finale del 19 giugno.

Sudare fa bene
Uno degli ultimi allenamenti che l’Ungheria sostenne prima della finale contro l’Italia, i giocatori magiari lo sostennero indossando maglioni e tute di flanella. Freddo fuori stagione? No, solo la convinzione dell’allenatore Dietz che, sudando copiosamente, i suoi ragazzi avrebbero perso gli eventuali chili superflui accumulati nei giorni senza partite ufficiali.


L’INTERVISTA
Questa intervista è stata immaginata prendendo spunto dalle dichiarazioni che in passato Gyorgy Sarosi, capitano della nazionale ungherese nel 1938, rilasciò a vari organi di stampa.

Sarosi, come vi avvicinaste a quel mondiale?
Fummo molto attenti alla preparazione atletica. Il torneo si svolgeva nell’arco di due settimane e quindi dovemmo bilanciare le esigenze di un lavoro pesante con la necessità di non arrivare troppo imballati in Francia.

Come andarono le cose?
In effetti approdammo al mondiale decisamente stanchi. Avemmo però la fortuna di dover giocare la prima partita contro le Indie Olandesi, una squadra troppo distante da noi dal punto di vista tecnico. Anche nei quarti di finale con la Svizzera non eravamo al meglio ma riuscimmo comunque a passare il turno. I benefici di quella preparazione cominciarono a farsi sentire in semifinale, quando battemmo in scioltezza la Svezia (5-1, ndr) nonostante si trattasse di una squadra temibile.

Quel lavoro atletico non fu sufficiente per vincere il mondiale?
Purtroppo no, nel calcio la componente fisica è solo uno degli elementi che ti consente di vincere. Quella finale la giocammo bene, non demeritammo. Ma l’Italia era davvero una grande squadra e noi non potemmo far altro che uscire dal campo a testa alta.

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

1 Comment

1 Comment

  1. Avatar

    giovanni

    Giugno 11, 2020 at 8:50 am

    mi serviva sapere come veniva chiamato Giuseppe Meazza (il calciatore) dopo la finale contro i francesi del 1938 però non c’è scritto

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