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Road to World Cup: Brasile 1950, i Mondiali del Maracanazo

Dopo Francia 1938, la palla avrebbe dovuto rotolare ancora tra i piedi dei migliori calciatori del mondo nel 1942. La FIFA coltivava l’idea di assegnare la manifestazione al Brasile, nazione calcisticamente in crescita. Ma anche la Germania, con la sua politica aggressiva, sarebbe stata in lizza se non avesse dato inizio a una delle pagine più buie della storia dell’umanità. Per questi motivi, il mondiale del 1942 resterà solo un miraggio costruito dalla fantasia di Osvaldo Soriano, che nel suo “Il figlio di Butch Cassidy” raccontò come, nella Patagonia argentina, la selezione degli indios mapuches vinse il torneo contro la squadra degli elettrotecnici tedeschi nazisti.
Finita la guerra, la FIFA si rimise al lavoro e decise di conferire al Brasile l’organizzazione dei mondiali. La prima edizione post bellica inizialmente avrebbe dovuto tenersi nel 1949 ma i brasiliani ottennero lo slittamento di un anno per avere il tempo di costruire uno stadio più grande di quello di Glasgow,  l’Hampden Park, a quel tempo quello in grado di raccogliere più spettatori al mondo con una capienza di 134.000 spettatori. Fu così che al campionato del mondo del 1950 arrivarono tredici squadre delle trentatrè inizialmente iscritte per partecipare. Germania e Giappone vennero escluse sin dall’inizio pagando lo scotto di essere “paesi invasori”. Una sorte che, alla luce delle alleanze belliche, sarebbe dovuta toccare anche alla squadra azzurra. Ma gli italiani, si sa, qualche scappatoia hanno sempre la fortuna di trovarla. E poi c’erano le norme della FIFA, per le quali la squadra campione del mondo in carica aveva il diritto di partecipare alla fase finale dei mondiali senza passare per le partite di qualificazione. Senza considerare, poi, il fatto che la popolazione brasiliana pullulava di ascendenti e immigrati italiani. Quindi l’Italia ai nastri di partenza del mondiale c’era, anche se più che dimezzata per la tragedia che colpì il Grande Torino l’anno prima. Dopo l’addio di Vittorio Pozzo, consumato dopo la sconfitta patita nel 1948 contro l’Inghilterra, la nazionale si presentò in Brasile con la doppia guida di Ferruccio Novo, presidente del Torino, e Aldo Bardelli, noto giornalista dell’epoca. Un’accoppiata inedita: come ha fatto giustamente notare Federico Buffa nelle sue “Storie Mondiali”, è come se oggi la panchina dell’Italia venisse affidata congiuntamente a Andrea Agnelli e Mario Sconcerti.
Per la prima volta ai mondiali parteciparono anche i maestri inglesi: un’apparizione che, più che per loro, rimarrà nella storia per gli ex sudditi nord americani di Sua Maestà, che li sconfissero nell’incredulità generale.
Alla fine, le nazionali che occuparono i gradini del podio (Uruguay, Brasile e Svezia) furono tra quelle meno colpite dalla devastazione della guerra. Probabilmente non a caso.

I RISULTATI
Tutte le partite dei gironi e delle fasi ad eliminazione diretta dei Mondiali 1950

LE CURIOSITA’

Il mondiale di Vittorio Pozzo
Come riportato in precedenza, Vittorio Pozzo non era più il tecnico della nazionale italiana ai mondiali del 1950. L’ex ct azzurro, per il quale il calcio fu sempre una passione inestinguibile, partecipò comunque alla manifestazione brasiliana nelle vesti di giornalista, scrivendo i suoi articoli per La Stampa di Torino.

La nave
In Italia è ancora forte l’eco della sciagura di Superga, nella quale perì il Grande Torino nel 1949. Il viaggio di andata in Brasile venne pertanto organizzato in nave. Una scelta che si rivelò quanto mai inappropriata: oltre al fatto che dopo pochi allenamenti tutti i palloni disponibili finirono dispersi in mare, i tempi della trasferta furono così dilatati da togliere agli azzurri condizione fisica e concentrazione. L’eliminazione al primo turno, forse, sarebbe stata meno scontata se non fosse stata fatta questa scelta. In piena contraddizione, peraltro, col fatto che, per il viaggio di ritorno, si fece ricorso all’aereo.

Nipote d’arte
Se Obdulio Varela si voltava a sinistra, nella linea mediana di quell’Uruguay campione del mondo trovava Andrade. Questo nome non vi è nuovo? Non potrebbe esserlo, dal momento che Victor Rodriguez Andrade, che alla fine della carriera potrà contare 42 presenze con la maglia della Celeste, era il nipote di quell’Andrade (Josè Leandro) che figurava nella nazionale uruguaiana campione del mondo vent’anni prima.

Verde-oro
Questo è uno degli appellativi ai quali solitamente si ricorre per definire la nazionale brasiliana: verde-oro appunto, facendo riferimento alla maglia giallo chiaro col colletto verde che indossano i convocati della Selecao. Il Brasile, però, non ha giocato sempre con la divisa che richiama la sua bandiera. Le immagini del 1950, a tal riguardo, non mentono: la nazionale di Ademir e Zizinho giocava in maglia bianca con colletto blu. Il dramma vissuto al Maracanà il 16 luglio 1950 spazzò via quella divisa, ripudiata per sempre a favore di quella utilizzata ancora oggi.

Le conseguenze del Maracanazo
La mancata affermazione nella coppa del mondo gettò un intero paese nel più totale sconforto, a cominciare dalla guardia d’onore che, al termine della “finale”, avrebbe dovuto comporre due file dall’uscita del tunnel fino al centrocampo: cerimoniale saltato perchè i suoi componenti erano tutti in lacrime. Fu l’intero Brasile a piangere e addirittura un centinaio di persone persero la vita a causa di quella sconfitta: si registrarono cinquantasei morti per infarto e trentaquattro suicidi. Anche Danilo, centrocampista centrale del Brasile di quel 16 luglio, cadde in una depressione che lo portò quasi al punto di togliersi la vita. Il dolore collettivo fu tale che vennero proclamati tre giorni di lutto nazionale.

Bambole e pali
Moacir Barbosa
, come molti calciatori, era superstizioso. Prendendo il suo posto tra i pali era solito sistemare in fondo alla rete che difendeva una bambola portafortuna che gli aveva regalato la sua compagna. Almeno fino alla partita con l’Uruguay, dopo la quale si narra che Barbosa abbia dato fuoco al suo piccolo amuleto. E, a proposito di piccoli falò, uno dei pali della porta difesa con poca fortuna dal portiere brasiliano fu bruciato tredici anni più tardi nel corso di una grigliata tenutasi proprio nella sua casa.

Inghilterra vincente
Solo per il Daily Express però. Sì, perché quando la notizia del risultato tra i bianchi della regina e gli Stati Uniti varca l’Atlantico, il giornale non può pensare che i cafoni delle ex colonie abbiano battuto l’Inghilterra. Così il risultato che viene pubblicato è: Inghilterra 10 – Stati Uniti 1. Il giorno successivo l’errata corrige, tra lo sconcerto generale, sarà d’obbligo.

LA FINALE
Parlare di finale ai mondiali del 1950 è tecnicamente inappropriato anche se, di fatto, la partita tra i padroni di casa e l’Uruguay risultò decisiva per l’assegnazione del titolo. Le tredici finaliste vennero suddivise in quattro gruppi eliminatori (due da quattro squadre, uno da tre e il quarto costituito solo da Uruguay e Bolivia), le cui selezioni vincitrici si sarebbero affrontate in un girone all’italiana che avrebbe assegnato il titolo. Alla vigilia della “finale” il girone era guidato dal Brasile che con quattro punti, frutto delle due larghe vittorie conseguite contro Svezia e Spagna, sopravanzava l’Uruguay, fermo a tre punti. Quel 16 luglio 1950 l’attesa per lo scontro con la Celeste è altissima: almeno 200.000 spettatori (anche se i paganti ufficiali risultano “solo” 175.000) affollano gli spalti del Maracanà. Un assembramento del genere per un evento sportivo non si registrava dai tempi dell’antica Roma. Tutto il paese si aspetta la vittoria, che sembra scontata alla lettura dei giornali e ai festeggiamenti diffusi e già cominciati in tutto il Brasile. Balli, danze e feste celebrative sono già preparati e pronti a esplodere in un’atmosfera che quasi riecheggia il carnevale di Rio. Lo stesso Jules Rimet è pronto a pronunciare un discorso in onore di Ademir e compagni.

L’ingresso in campo dei padroni di casa viene accolto da un frastuono incredibile, tanto che Obdulio Varela, il capitano uruguagio, raccomanda ai suoi di non alzare lo sguardo una volta usciti dagli spogliatoi. Il Brasile comincia subito ad attaccare a spron battuto: del pareggio, anche se li porterebbe dritti alla coppa, i ragazzi di mister Costa non sanno cosa farsene. L’Uruguay sa che partita lo aspetta e gioca la carta del sangue freddo per non lasciarsi intimorire da tutta quella spinta emotiva avversa. I brasiliani danzano col loro giro palla, le loro evoluzioni estetiche, i risultati altisonanti con cui si sono accreditati: sette gol alla Svezia, sei alla Spagna. L’Uruguay con gli iberici ha fatto 2-2 e con gli scandinavi ha vinto di misura 3-2. Ha una concezione del gioco più essenziale, talvolta ruvida ma spesso efficace, adatta a rendere inoffensive la maggior parte delle iniziative degli avversari. Il primo tempo finisce 0-0 ma bastano due minuti della ripresa per rompere l’equilibrio: è Friaca, con un tiro in diagonale che si insacca alla destra di Maspoli, a dare il vantaggio al Brasile. Il Maracanà non attendeva altro: scoppi di petardi, canti, urla, gioia che si diffonde contagiosa. Sembra semplicemente lo svolgimento di un copione già scritto.

Le cose, però, prendono una piega diversa già al 21° quando Juan Alberto Schiaffino, tecnica e visione di gioco da fuoriclasse assoluto, raccoglie un passaggio di Ghiggia e scaglia il pallone sotto l’incrocio della porta di Barbosa. E’ 1-1, il Brasile è ancora campione e Rimet va a ripassare il suo discorso. Che, però, andrà rivisto e corretto. Anzi, non verrà nemmeno pronunciato, perché quello che succede al 34° della ripresa cambia il corso degli eventi. E’ ancora Ghiggia che scende sulla fascia e, arrivato quasi sul fondo, invece che optare per un passaggio al centro, sorprende Barbosa con un rasoterra sul primo palo. E’ la firma su quello che la storia riconoscerà per sempre come il Maracanazo.

I PROTAGONISTI

Moacir Barbosa – Valutato come il miglior portiere di tutti i tempi del Vasco da Gama, molto bravo a parare i rigori, Moacir Barbosa è stato considerato il capro espiatorio della sconfitta con l’Uruguay, il parafulmine sul quale scaricare le colpe di una partita persa a prescindere. Il gol di Ghiggia, infilatosi a pochi centimetri dal palo che avrebbe dovuto coprire il portiere, non gli fu mai perdonato, nonostante non si trattasse certo di un errore clamoroso. Anzi, per il dirimpettaio Maspoli, che visse il Maracanzo nella porta dei vincitori, il gol di Ghiggia non fu un errore di Barbosa bensì di Ghiggia, che invece di tirare in rete in quella zona del campo avrebbe dovuto crossare la palla in mezzo all’area:”Ghiggia fece gol perché sbagliò, e Barbosa lo incassò perché si comportò nella maniera giusta. Se entrambi avessero agito in maniera corretta, non ci sarebbe stato il gol”. Nonostante Maspoli, quella palla infilata tra il palo e Barbosa rimase un marchio d’infamia che il povero Moacir dovette sopportare (con estrema dignità, a dire il vero) fino alla fine dei suoi giorni, nonostante la sua carriera proseguì con il suo Vasco da Gama con altri successi, tanto che nel 1954 in Svizzera il titolare del Brasile sarebbe stato ancora lui se un infortunio non lo avesse tirato fuori dai giochi.

Alcides Ghiggia – “Solo tre persone sono riuscite a zittire il Maracanà: Frank Sinatra, Giovanni Paolo II ed io”. Questo il biglietto da visita che Alcides Ghiggia si costruì facendo riferimento all’evento più significativo di una carriera ventennale, spesa tra Sudamerica ed Europa: il gol che il 16 luglio 1950 consentì all’Uruguay di vincere il suo secondo mondiale e di spingere nel lutto un paese intero. Ala destra classica, leggero e di ottimo dribbling, insieme a Schiaffino fu il protagonista assoluto di quella partita antologica, nella quale i due si scambiarono i passaggi per i rispettivi gol. Entrambi naturalizzati italiani, si ritrovarono a disputare con l’Italia le fallimentari qualificazioni ai mondiali del 1958, i primi ai quali gli azzurri non riuscirono a qualificarsi per la fase finale. Il loro rincontrarsi andò meglio a Roma, dove nel 1960-61 insieme vinsero la Coppa delle Fiere con i giallorossi. Il Maracanazo rimase nel suo destino: morì infatti il 16 luglio 2015, a sessantacinque anni esatti da quella data storica. Oggi ha un posto nella Walk of Fame del Maracanà.


L’INTERVISTA

Questa intervista è stata immaginata prendendo spunto dalle dichiarazioni che in passato Juan Alberto Schiaffino, autore del gol del pareggio tra Uruguay e Brasile, rilasciò a vari organi di stampa.

Juan Alberto, come preparaste la partita decisiva col Brasile?

Sapevamo delle difficoltà che avremmo dovuto affrontare: il Brasile era favorito, giocava in casa, poteva contare sulla spinta del pubblico e aveva giocatori di tecnica sopraffina. Studiammo molto la strategia di gioco da adottare, puntando sulle mosse tattiche da sviluppare in campo, dove sapevamo che avremmo dovuto prevalere alla distanza perché loro avrebbero spinto subito sull’acceleratore.

Che atmosfera c’era quel giorno al Maracanà?

Notevole, davvero impressionante. Ma noi sapevamo che non dovevamo farci influenzare. Avevamo un motto: nervi saldi, mente fredda e cuore caldo.

Come fu lo sviluppo della gara?

Provammo a mettere in pratica quello che avevamo pensato a tavolino. Dovevamo rendere inoffensivo il gioco che il Brasile sviluppava a centrocampo con Zizinho, Jair e Ademir. Fermarli individualmente era difficile per cui, più che adottare delle marcature rigide, cercammo di isolare le loro giocate dal resto della squadra.

Come reagiste al gol di Friaca?

Riuscimmo a non scomporci. Sapevamo che avrebbe potuto essere solo un passaggio della partita, sapevamo che dovevamo uscire alla distanza perseverando con la nostra strategia. Dopo il mio gol capimmo che il Brasile aveva speso molto e quando Ghiggia segnò il 2-1 per loro non ci fu più modo di riprenderci. 

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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