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Rivoluzione UEFA: Perché l’abolizione dei prestiti migliorerebbe il nostro calcio

Una proposta rivoluzionaria che cambierebbe il mondo del calcio è passata del tutto inosservata. Se ne discute sottobanco da diversi mesi, senza mai conquistare le grandi platee. E dire che non è arrivata da uno qualunque, ma dall’attuale presidente dell’UEFA (nonché vicepresidente FIFA), Aleksander Ceferin. Stiamo parlando di una nuova regolamentazione dei prestiti di calciatori tra club europei che potrebbe portare addirittura alla sua totale abolizione. Un’utopia? Forse sì (almeno per ora), ma l’intenzione è quella, e le conseguenze non potrebbero non essere positive. Anche perché innescherebbero un effetto domino molto interessante.
La proposta dell’illuminato dirigente sloveno parte da un presupposto fondamentale: il Fair Play Finanziario funziona da sempre a targhe alterne, oggi funziona ancora meno e le follie dell’ultima finestra di mercato hanno reso necessaria una valutazione approfondita della questione. L’abolizione dei prestiti non risolverebbe il problema, ma sarebbe un ottimo presupposto per avere un calcio migliore e regolamentare meglio gli investimenti dei grandi club. Specie se affiancata alla riduzione del numero di giocatori in rosa, elemento che spingerebbe la nostra FIGC verso l’introduzione delle famigerate seconde squadre, ormai indispensabili da più punti di vista.

Questa, tuttavia, sarebbe solo la punta dell’iceberg. Lo strumento del prestito, del quale si abusa da anni (ancora di più da quando sono state abolite le comproprietà, sostituite di fatto da formule alternative come la recompra) ha innescato un circolo vizioso che ha reso le squadre più ricche sempre più forti e le più povere ancora più deboli. La buffonata dei prestiti con obbligo di riscatto ha permesso infatti una rateazione selvaggia dei pagamenti. Volete un esempio? Il caso più eclatante è Kylian Mbappé, secondo acquisto più caro nella storia del calcio, passato dal Monaco al PSG grazie ad un grottesco prestito con diritto di riscatto a 145 milioni di euro (più 45 di bonus).
I grandi club, inoltre, non comprano solo i giocatori in base alle necessità del campo, ma anche per limitare il raggio d’azione delle avversarie. Tesserano spesso dei giocatori che non indosseranno mai la maglia della squadra che ne detiene il cartellino e bruciano così una miriade di giovani talenti che sarebbero cresciuti meglio altrove, in contesti nei quali le motivazioni per farli maturare sarebbero maggiori.

La nostra Serie A lo manifesta con chiarezza: attualmente i giocatori in prestito sono 185, 51 dei quali di proprietà della Juventus. Tanti, troppi. E la ricchissima Inghilterra non è da meno, con un’aggravante: la Premier League impedisce ai giocatori in prestito di giocare contro il club d’appartenenza, e questo ha creato non poche polemiche (anche l’estate scorsa, col Chelsea protagonista) su un campionato che risulta essere in parte falsato. Lo Stoke City, per esempio, non può schierare Kurt Zouma, uno dei giocatori più rappresentativi, nei match contro i Blues, proprietari del cartellino.


Un mondo senza prestiti sarebbe un mondo nel quale i club più poveri non si vedrebbero “scippare” i talenti più promettenti in giovanissima età in nome di una logica monopolistica, e non di valorizzazione effettiva dei giocatori. La competitività generale e il livello medio dei campionati, abbassati anche da questo fenomeno, non potrebbero non beneficiarne (ce ne sarebbe un gran bisogno, come dimostra la Serie A delle cinque sorelle e di una middle class troppo operaia) e il superamento dell’era disastrosa dell’ipocrita Fair Play Finanziario troverebbe così compimento grazie ad un’idea semplice, seppure di difficile applicazione nel breve termine. Ceferin riuscirà nel suo intento? Oppure è solo una provocazione? Staremo a vedere, ma una cosa è certa: sarebbe una rivoluzione pazzesca, il gioco del calcio sarebbe un po’ più pulito e tutti, a quel punto, sarebbero costretti a parlarne. Mica male, vero?

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