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Ripresa della Seria A, Dossena: “Doveroso provare a ricominciare. Allenamenti collettivi anticipati? Da censurare. Ci sono gli organi predisposti per prendere decisioni adeguate”

Ripresa della Seria A, Dossena: “Doveroso provare a ricominciare. Allenamenti collettivi anticipati? Da censurare. Ci sono gli organi predisposti per prendere decisioni adeguate”

Questo il punto di vista di Beppe Dossena in una intervista esclusiva dove non si è parlato solo di calcio.

Beppe Dossena, una bella carriera a cavallo tra gli anni settanta e ottanta impreziosita da trentotto presenze con la Nazionale e un titolo di campione del mondo, è sempre stato uomo intelligente, fuori dagli stereotipi del calciatore professionista. Lo abbiamo intervistato per parlare non solo di pallone: ne è emerso un lungo excursus che, partendo dalle considerazioni sulla situazione che affronta oggi il calcio italiano, è transitato per le lezioni di storia all’università e quelle di Bettino Craxi prima di riportarci nei pressi di San Siro. Buona lettura.

Beppe, parto subito con l’attualità stretta: che idea hai riguardo alla ripartenza della Serie A?

Mi sembra doveroso provare a rimandare in campo le squadre nel rispetto delle indicazioni fornite dagli scienziati. E’ chiaro che bisogna chiedere un sacrificio ai giocatori, agli staff e a tutto il personale che lavora intorno a una squadra di calcio, perché non vedo altre soluzioni che portarli in ritiro e fare solo allenamenti e partite. E’ auspicabile che il tutto venga preso alla stregua dei ritiri premondiali, che sono eventi considerati nella norma. In questo modo potremo finire il campionato.

Credi che la classe dirigente del calcio professionistico abbia le competenze giuste per trovare le soluzioni adatte a gestire la situazione attuale?

Come in tutti i settori ci sono persone capaci e altre meno. Però mi sembra che si possa riconoscere l’equilibrio con il quale il presidente Gravina sta gestendo questa situazione. Mi sembra che nel Consiglio Federale ci siano persone di spessore e lungimiranti: va dato atto che con molta precauzione, sensibilità e tatto si sia saputo muovere. Ovviamente ci sono anche le persone sbagliate nei posti giusti: speriamo che ce ne siano sempre meno. Ma in generale credo che si possa apprezzare il lavoro svolto fino ad oggi.   

Se si riprenderà, sarà vero calcio o piuttosto un surrogato per necessità?

Dopo qualche imbarazzo iniziale penso che sarà calcio vero. Ci sarà la competizione, la voglia di superare l’avversario. Insomma verranno fuori delle partite autentiche anche se in un contesto diverso.

Credi che il mondo del calcio cambierà dopo questa pandemia?

Inevitabilmente: nei rapporti, nelle prospettive, negli obiettivi. E nei comportamenti: credo sia indispensabile per trovare qualcosa di meglio. Tutte le componenti del mondo del calcio sono chiamate a un’introspezione che porti a capire la necessità di dialogare tra tutti e con tutti. Ci vogliono lungimiranza ed equilibrio: chi ne ha deve tirarli fuori.

Come valuti la notizia che ha riportato degli allenamenti collettivi svolti dalla Lazio prima dei tempi stabiliti?

Se è vera ovviamente siamo davanti a una violazione delle disposizioni vigenti e dei rapporti che ci sono tra competitor del campionato. Mi sembra una cosa sbagliata, assolutamente da censurare. Ci sono gli organi predisposti per prendere le decisioni adeguate.

Nella vita hai fatto tante cose: hai giocato a calcio, ti sei laureato, hai avuto anche delle esperienze in politica. Come diventasti amico di Bettino Craxi e cosa ti piaceva di lui?

Con Craxi ho avuto un rapporto profondo. Io mi sono laureato in scienze politiche, diritto storico. Geografia e storia erano le uniche materie che mi facevano stare seduto sul banco: quando seguivo le altre lezioni la mia testa viaggiava altrove… Ma quello che ho imparato in alcuni dei momenti passati sul terrazzo di Bettino ad Hammamet è impagabile. Non ho mai seguito una lezione di storia come quelle a cui ho assistito lì: c’erano lui, Cossiga, il presidente tunisino. Al di là delle sue posizioni politiche, io ho apprezzato l’uomo, la sua intelligenza: era una persona acuta, profonda, di una visione enorme. Di lui ho un ricordo straordinario, mi ha dimostrato la sua amicizia in tanti modi. Sono stato contento di aver avuto questa possibilità: altrimenti chissà cosa avrei dovuto pagare per avere le lezioni che ho appreso da lui!

Come vi eravate conosciuti?

Una volta dichiarai che ero vicino alle posizioni politiche di Craxi e lui il giorno dopo mi mandò una lettera in cui scrisse: una maglia granata e un garofano rosso possono valere un’amicizia.  

Ti piacerebbe avere un ruolo attivo nella politica di oggi?

Non lo so. E’ un campo che mi interessa da osservatore esterno. La politica c’è da tutte le parti, anche nello sport: non la considero letale anche se ha le sue distorsioni. Come tutte le cose del resto. Ma la politica sana, che ti fa crescere e ti fa sviluppare idee e progetti: ecco, quella credo che interessi tutti coloro che hanno voglia di pensare.  

Cosa ti ha dato l’esperienza di allenatore del Ghana?

Ha migliorato il mio senso di tolleranza, la capacità di riflettere su quello che ho fatto e che sono stato. Mi ha consentito di ritenermi fortunato a essere nato a queste latitudini, dove non ci sono le situazioni drammatiche che esistono lì. E poi ho trovato amicizia e solidarietà che mi hanno riempito e gratificato come persona.

Hai raccolto trentotto presenze in nazionale, non poche. Eppure qualcosa non è andato per il verso giusto con la maglia azzurra. Perché?

Non lo so. Io nelle cose che ho fatto ho sempre cercato di essere me stesso: se questo ha portato a non esser valutato nel modo giusto non lo so. In ogni caso non posso accusare nessuno per quello che è stato. E’ vero, non sono riuscito a giocare ai mondiali. Però ero lì: ho partecipato alle qualificazioni e ho contribuito con gli altri a creare un clima di serenità e di agonismo durante gli allenamenti. Non è un rimpianto al quale mi aggrappo. Ho preso quello che ho meritato. I miei comportamenti sono sempre stati dettati dalla libertà di pensiero e di azione: ovviamente posso aver sbagliato nel dire e fare alcune cose. Forse anche il fatto di essermi schierato da una parte politica potrebbe aver influito, chissà. Ho cercato di vivere la mia vita.

Se Dossena giocasse oggi che ruolo occuperebbe?

Certamente in mezzo al campo anche se in carriera ho fatto pure l’esterno e, a parte il portiere, praticamente ho giocato in tutti i ruoli. Una delle accuse che mi furono mosse, infatti, era quella di non avere una posizione definita. Il calcio non è cambiato: l’interpretazione del ruolo e della situazione è tua. Devi avere le conoscenze e gli strumenti. In questo senso io devo ringraziare il settore giovanile del Torino perché i fondamentali me li hanno insegnati lì: lo stop, il passaggio, i tempi, lo smarcamento. Quelle sono cose che assorbi a livello giovanile e una volta che le hai metabolizzate non ti spaventa nulla, nemmeno giocare fuori ruolo.   

Dopo una vita passata nel mondo del calcio, sei rimasto tifoso di qualche squadra?

Personalmente no. Io sono nato a cinquanta metri da San Siro ed ero interista. Poi ho fatto cinque anni nel settore giovanile del Torino e dopo sette da professionista, quindi se oggi mi chiedi per quale squadra tifo ti rispondo nessuna. Ho delle simpatie che sono legate a persone, amici, situazioni, questo sì. Però io ho sempre cercato di tenere le distanze da quello che facevo per poter vivere una realtà più limpida. Questo talvolta è stato visto come un atteggiamento distaccato, snob, di supponenza. Ma non lo era: è solo il mio modo di vivere, sono sempre stato così. Ho cercato di guardare il mondo da fuori, ecco.

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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