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Rafaela Silva, dalla Città di Dio all’oro olimpico

“Il posto della scimmia è in gabbia” le hanno scritto dopo l’eliminazione per squalifica a Londra 2012. Ma il posto di Rafaela Silva è il judo. È il tetto del mondo. È suo il primo oro brasiliano ai Giochi di Rio della scorsa estate.

“Solo Dio sa quel che ho sofferto per arrivare fin qui” si è fatta tatuare sul bicipite destro. La biografia drammatica di chi ha una storia comune, condivisa con generazioni di brasiliani che sopravvivono nell’estremo in ombra di una nazione dalle disuguaglianze strazianti. Rafaela, infatti, è cresciuta nella Città di Dio, la favela raccontata da Fernando Meireles, uno dei direttori creativi della cerimonia d’apertura. La comunità, formata negli anni Sessanta per “ripulire” le zone intorno ai resort di Copacabana, Ipanema e Leblon. La pacificazione da parte della polizia resta solo un annuncio, qui la droga, la violenza, le gang rimangono eccome. E il sottotitolo del capolavoro di Meireles torna a illustrare lo scenario della Città di Dio: “Se corri, la bestia ti prenderà. Se ti fermi, la bestia ti mangerà”.

Già da piccola, Rafaela è sempre impegnata a fare a botte con i ragazzi per le strade. “Qui se non colpisci per prima, qualcuno ti colpirà” ha raccontato la sorella Raquel al New York Times. “È una questione di sopravvivenza”. I genitori fanno quel che possono per allontanarle dalle tentazioni e dai pericoli. Le portano all’Instituto Reação (Istituto Reazione), la scuola di judo per tutte le età che Geraldo Bernardes ha fondato con il suo ex allievo Flávio Canto, bronzo ad Atene 2004, ha fondato a Rocinha, la più estesa favela di Rio. “Il judo ha delle regole” aggiunge Raquel, “la strada no”.

In Brasile, il judo è il secondo sport più atteso ai Giochi dopo il calcio. Nessuna disciplina ha regalato ai verdeoro più medaglie olimpiche da quando è entrato nel programma a cinque cerchi a Tokyo 1964. È un perfetto mix di arte e scienza, di espressione e controllo del corpo, introdotto qui negli anni Trenta da immigrati giapponesi.

Il judo, spiega Bernardes al New York Times, “richiede molti sacrifici. Ma in una comunità povera, i ragazzi sono abituati ai sacrifici. Hanno visto la povertà, la violenza. Rafaela è sempre stata aggressiva e voleva una vita migliore”. Bernardes avvisa Rafaela e Raquel, che resterà incinta a 15 anni e abbandonerà la strada dello sport: niente esami per la cintura se avrete ancora problemi a scuola o in strada. È abbastanza per tenerle fuori dai guai.

Bernardes paga le spese per l’allenamento e le trasferte di Rafaela. “All’inizio lo facevo perché mi piaceva” confessa l’atleta, “ma Geraldo ci ha mostrato un altro mondo. Era un lavoro. Ha piantato un seme”. Un seme che dà i suoi frutti, grazie alla coordinazione naturale alimentata dalle infinite partite a calcio e a pipa, una sorta di arte marziale in cui si fanno volare aquiloni e si cerca di tagliare i fili agli avversari, nel 2008. Rafaela diventa campionessa mondiale junior in Thailandia. “In quel momento ho capito che era la mia strada, che volevo essere un’atleta. Dopo tutto quel che avevo passato, i miei combattimenti erano facili. Dopo i mondiali, ho capito che le cose avrebbero potuto cambiare”.

A Rio, ha sentito sulle spalle le attese di un’intera nazione, dopo l’eliminazione di Sarah Menezes, la campionessa in carica nella categoria dei 48 chili. Non era la favorita per l’oro nei 57 chili, nonostante il titolo mondiale del 2013. Ma dimostra subito di voler andare lontano. Il primo incontro, con la tedesca Miryam Roper, dura solo 46 secondi. Elimina negli ottavi la numero 2 del mondo, la sudcoreana Kim Jan Di. La redenzione, comunque, è ancora di là da venire. Nei quarti ritrova l’ungherese Karakas, la stessa avversaria che aveva di fronte a Londra quando è stata squalificata per una presa non permessa dal regolamento.

Dopo la semifinale decisa solo al quarto minuto della sudden death contro la rumena Corina Caprioriu, in finale realizza subito un waza-ari, che regala mezzo punto, contro la numero 1 del mondo, Sumiya Dorjsuren dalla Mongolia. L’entusiasmo dopo la vittoria è assordante. “Non ho mai smesso di inseguire i miei sogni” ha spiegato tra l’orgoglio e la commozione, l’onore e la responsabilità. Da quel giorno la bambina della Città di Dio è diventata un esempio per le generazioni che verranno e che vorranno scrivere le nuove storie di domani. Avrebbe potuto continuare a vivere in strada, avrebbe potuto prendere una cattiva strada. E invece Rafaela Silva è una campionessa olimpica. Ha indicato una via per cambiare. Per inseguire la luce di un oro che luccica più del solito.

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