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Rio 2016: Nazioni e Bandiere, le Olimpiadi crocevia della storia

La cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici è di per sé uno spettacolo unico, destinato in ogni caso a far parlare di sé negli anni a venire e a divenire la prima, forse più duratura, copertina delle Olimpiadi. Più ancora degli intrattenimenti minuziosamente preparati, delle esibizioni pirotecniche e delle solenni cerimonie volte a coronare l’inaugurazione con l’accensione del fuoco dei Giochi al termine del viaggio intercontinentale della Torcia Olimpica, l’inaugurazione delle Olimpiadi è resa inimitabile dall’unica componente mantenuta tradizionalmente uguale a sé stessa nel corso degli anni: la sfilata delle delegazioni, di tutti gli atleti destinati a gareggiare nell’agone olimpico, con le diverse nazioni ordinate in ordine alfabetico nella lingua del paese ospitante, eccezion fatta per la Grecia patria dei Giochi destinata a sfilare per prima e il paese ospitante che chiude la lunga parata. La sfilata assume, edizione dopo edizione, il carattere di istantanea del mondo nel frangente storico in cui si svolgono i Giochi: la Storia letta attraverso le Olimpiadi è conoscibile scorrendo il progressivo ingresso di nuove nazioni, nuovi popoli, nuove bandiere nelle sfilate d’apertura delle diverse edizioni. Decisamente sottovalutata in campo occidentale, nei paesi in cui diviene semplicemente l’occasione per discutere sul nome dell’alfiere portabandiera o per mettere in mostra gli eleganti completi appositamente realizzati da alti stilisti per vestire gli atleti, la sfilata delle nazioni è invece per i rappresentati di numerosi paesi un momento cruciale, l’occasione per ribadire al mondo la propria esistenza, per presentare sé stessi attraverso l’intermediazione dei propri atleti. La presenza delle diverse selezioni ai Giochi, inoltre, rispecchia oggettivamente il mondo nella misura in cui riesce a farlo un’organizzazione come il CIO, che alle Olimpiadi 2016 ha ammesso 205 diverse delegazioni nazionali, numero superiore a quello degli stati riconosciuti oggigiorno dall’ONU. Alle Olimpiadi vi saranno come di consueto, ad esempio, tre Cine: accanto ai rappresentanti della Repubblica Popolare, infatti, gareggeranno 60 atleti di Taipei Cinese” (Taiwan) e ben 38 della città di Hong Kong. Contemporaneamente, realtà come Aruba, Guam, le Isole Vergini, le Samoa Americane o le Isole Cook potranno gareggiare autonomamente, e alla cerimonia inaugurale gli occhi del mondo potranno ammirare, oltre alle imponenti delegazioni di paesi come gli USA (554 atleti) o l’Australia (419), anche i microscopici plotoni della Mauritania e dello Swaziland o la sfilata solitaria di Etimoni Timuani, centometrista di Tuvalu che sarà portabandiera di sé stesso e dei 10.000 connazionali abitanti questo remoto membro oceanico del Commonwealth.

La sfilata delle bandiere sfida la geopolitica, le volontà dei governi e le barriere imposte dalle relazioni internazionali. Nonostante la vicenda, a dir poco spiacevole, del blocco delle uniformi e dei simboli degli atleti palestinesi da parte del governo israeliano, anche la martoriata terra mediorientale sarà rappresentata da sei olimpionici e dal suo vessillo, legittimamente ammesso. Sventolerà in testa a una ristretta delegazione anche la bandiera della Siria, nella sua versione adottata dal governo di Damasco, confermato una volta di più nel suo ruolo di unico rappresentante legittimo di una nazione devastata da cinque anni di guerra civile dalla scelta del CIO di ammettere i suoi segni distintivi, con buona pace di Hillary Clinton e Benjamin Netanyahu. Il Kosovo, non riconosciuto definitivamente dall’ONU, e il Sud Sudan, ultimo arrivato e ultimo tra gli ultimi dei paesi ONU per le spaventose problematiche interne, reclameranno a loro volta il loro posto nel mondo con il loro esordio alle Olimpiadi.

I Giochi, le loro peculiarità e, in generale, l’intero mondo dello sport riflettono le dinamiche della Storia, e in diversi casi riescono addirittura a percorrerle o a garantire incroci curiosi. Per paesi piccoli, o nati da poco, una medaglia olimpica acquisisce sempre un sapore speciale, e gli atleti che riescono a conseguire successi in palcoscenici tanto importanti acquisiscono una popolarità proporzionalmente molto maggiore e duratura dei ben più numerosi medagliati nostrani. Nel 1992, a Barcellona, il podio del torneo maschile di pallacanestro vide a fianco degli Stati Uniti dello sfolgorante Dream Team due nuove selezioni, due nuove nazioni, Croazia e Lituania, che proprio nella XXV Olimpiade ebbero modo di presentarsi al mondo. La vittoria, nella gara per il bronzo, della Lituania contro la Comunità degli Stati Indipendenti, rappresentante di buona parte degli stati ex sovietici, rappresentò un successo di straordinaria importanza simbolica non solo per Sabonis e compagni, ma per un intero popolo che celebrò, in campo sportivo, una sorta di seconda festa di indipendenza nazionale. Allo stesso modo, Grenada ha consacrato come suo ambasciatore nel mondo Kirani James, quattrocentista ventenne capace di portare in dote al paese la prima medaglia della sua storia al paese caraibico a Londra 2012, vincendo la propria specialità e sopravanzando i più quotati concorrenti americani; ora James ci riproverà, cercando di bissare il tripudio donato dalla sua impresa al piccolo paese di 100.000 abitanti che, nei Caraibi arcipelago della velocità, si attende nuove medaglie dal suo principale alfiere.

Le Olimpiadi festa di sport, palcoscenico delle nazioni e crocevia di popoli e storie non possono prescindere dalle bandiere. Nella festa universale e caleidoscopica, a fare da tratto distintivo e unitario al tempo stesso sono proprio gli emblemi nazionali, liberi di sventolare a piacimento senza che alcun tipo di vincolo esterno possa reprimerli o confinarli. Per la prima volta, alle delegazioni nazionali a Rio de Janeiro si unirà, sotto l’emblema del CIO, anche una selezione di atleti rifugiati, scampati a guerre, devastazioni e persecuzioni e ora giunti sul palcoscenico sportivo più importante del mondo per coronare il sogno di una carriera e di un’esistenza intera. Perché le Olimpiadi sono anche questo: un’occasione di riscatto, un momento topico in cui tanto la storia di una nazione intera quanto quella personale, e irripetibile, di una singola vita possono svoltare. E nel momento all’orgoglio di poter dire “Io ci sono!”, “Noi ci siamo!” si aggiunge l’irripetibile gioia di un successo, di una medaglia, si capisce quanto le Olimpiadi travalichino la dimensione della pura competizione sportiva per diventare componente primaria del vissuto collettivo dell’intero pianeta.

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