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Ricchi o Poveri: dov’è finita la Middle Class della Serie A?

I nobili se la ridono: gli operai sono sempre più operai e la borghesia è piccola piccola, senza le potenzialità per diventare grande. Al massimo sorride, quando per un attimo si ritrova in alto. I nobili si divertono un mondo, ma un re non c’è. Cinque principi, stretti intorno a un tesoretto che una volta sarebbe valsa la luna, lottano spietatamente per un posto al sole, riservato ai campioni che vogliono l’Europa delle grandi casate. C’è chi non perde mai, ma è appena sufficiente per tenere il gruppo compatto, non per imporre un ritmo irresistibile. E chi ogni tanto lo fa, riservando tuttavia l’onore del colpo letale a un pari grado.

Questa non è una pagina di Storia che arriva da chissà dove. Questa è la Serie A, sempre più simile a una Premier o a una Liga qualunque. E c’è qualcosa che non va. Perché se da una parte è vero che sarà entusiasmante vivere la battaglia per lo scudetto, privata probabilmente del solito, tedioso, uomo solo al comando, dall’altra c’è poco più del nulla. Chi dovrà dare l’anima per non retrocedere è già lontano anni luce, e la cerchia si è ampliata. Perché la middle class, un tempo più vicina alle nobili sorelle, soffre oggi di vertigini e preferisce volare basso. Abbassando nettamente il livello di un campionato che si trova ogni anno a gestire una coperta troppo corta.

Spieghiamoci meglio.  Come accade da sempre in tutti i campionati, ci sono tre tronconi. Il primo si gioca il titolo e i posti disponibili per l’Europa e il terzo pensa a salvare la pelle. Il secondo, invece, balla in un limbo a metà strada tra la gloria e il fallimento. Un posizionamento tranquillo, senza patemi. In molti casi non cercano altro che un anno di transizione, sognando nuovi obiettivi per il futuro. Il problema, però, è l’assenza totale di ambizioni: la middle class è troppo piccola per impensierire le grandi e si avvicina al livello del terzo gruppo, riuscendo comunque a vincere agilmente il campionato dei poveri.

Lo dicono i numeri: le prime cinque in classifica (Napoli, Inter, Juventus, Lazio e Roma) hanno raccolto globalmente la miseria di quattro sconfitte, tutte arrivate in scontri diretti. Di queste, le prime due non hanno mai perso e hanno raccolto rispettivamente 31 e 29 punti sui 33 disponibili in undici giornate. La Beneamata spallettiana ha riscritto persino il record dell’Inter del Triplete, ma il punto in più gli è valso finora solo il secondo posto. A differenza della creatura di Mourinho, primissima nel 2009/2010 con sette lunghezze di vantaggio sulla Juventus. La lotta per il titolo non è mai stata così aperta, e il duello tra le cinque sorelle, racchiuse in sette punti (forse quattro, se la Roma batterà la Sampdoria nel recupero del 13 dicembre), potrebbe esser messa in discussione solo dall’inserimento dei doriani (sesti a -11) con la sfida appena menzionata o un’improbabile rimonta del Milan, ottavo a -15.

Se si mette da parte lo psicodramma del Benevento, guardare la classifica a testa in giù porta risposte simili. Il livellamento verso il basso delle squadre della seconda metà della graduatoria ottiene come conseguenza una lotta retrocessione finalmente viva e aperta a più nomi, sorprendenti o meno. Lo dimostra la distanza esigua di 3 punti che separa il Verona (penultimo a 6) dal Cagliari, quattordicesimo con 9. E se nobili e operai devono affrontare una lotta simile per obiettivi diversi, l’arma a disposizione è la stessa: pareggiare serve a poco. Nel primo caso si gioca per vincere sempre, nel secondo per arrivare ai 3 punti quando possibile.


 

La Serie A ha per questo messo una croce sulla possibilità di spartire il bottino (nessun pareggio nelle ultime due giornate): le grandi, impelagate in una lotta serratissima, non possono lasciar per strada manco le briciole, le piccole si impegnano solo contro le avversarie del loro livello e le medie, in via d’estinzione, non riescono a contrastare lo strapotere delle più forti e si rifanno nei confronti delle più deboli. Dei tre tronconi canonici ne restano due, con il rischio che Sampdoria (?), Fiorentina, Milan, Torino e Atalanta (ma anche Chievo, Bologna e Udinese) siano più simili alle ultime che alle prime.

 

Questo fenomeno ha due conseguenze. Da una parte le grandi stanno assumendo una dimensione sempre più europea, certificata dall’ottimo rendimento in Champions ed Europa League. Dall’altra la Serie A abbassa continuamente il livello medio, dando vita ad un’infinità di sfide non all’altezza della storia del nostro campionato. Finché non si ripartiranno i diritti tv con maggior serietà (finalmente ci si sta muovendo in questo senso) e non si opterà per un ritorno alle 18 squadre di un tempo che ci metterebbe al riparo da fenomeni spiacevoli come quello che sta vivendo il Benevento, la A sarà questa. Più bella in alcuni casi, improponibile in moltissimi altri. E con una borghesia che non avrà mezzi e motivazioni per diventare nobile. La vogliamo così? Decisamente no.

 

 

 

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