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Resiliente da sempre: Paolo Sollier, il compagno centravanti

Resiliente da sempre: Paolo Sollier, il compagno centravanti

L’autografo non lo fece mai a nessuno, nemmeno a un bambino; era già un gesto politico, quel rifiuto programmatico. Perché secondo lui il calciatore non andava idolatrato, come già accadeva da tempo in un’Italia che, dopo la ricostruzione, aveva attraversato il boom economico, qualche riflesso della rivoluzione culturale e ora, metà anni settanta, si ritrovava nel bel mezzo di contrapposizioni dure, oltranziste, sempre violente nei toni e spesso negli atti.

Anni settanta, una tuta blu, una coscienza di classe acquisita attraverso l’esperienza nell’associazionismo, peraltro di matrice cattolica, le buone e sistematiche letture, la voglia di comprendere le storture della società, per poi poterle combattere, dopo averle denunciate. Al contempo, il borsone da calcio: accostamento eretico, elemento incongruo, tanto per il buon senso borghese quanto per il dogmatismo rigido della sinistra più oltranzista.

In mezzo a tutto questo si districava e per la verità si districa ancora il fisico compatto di Paolo Sollier, piemontese di Chiomonte, attaccante di rendimento, più che realizzatore, che oggi ha una barba meno folta e meno scura ma che continua a dire e pensare le stesse cose di cinquant’anni fa, più o meno, in un mondo così tanto differente, all’interno del quale l’età gli rende più facile praticare l’arte, se così possiamo chiamarla, della coerenza.

Forse non saremmo qui, a raccontare di lui, calciatore non memorabile, professionista dalla carriera dignitosa, se non avesse scelto di vivere nel modo che a lui è sembrato il più giusto, il più coerente con i principi che ha cercato di onorare. Che poi in un ambiente abituato ai cliché, come quello del calcio professionistico nell’Italia degli anni che venivano acquisendo una sfumatura color piombo, lui venisse percepito come un dissidente, una scheggia impazzita, un elemento non previsto dal “sistema” era persino scontato, oltre che inevitabile. Così dedito a perseguire il modo di vivere che più gli piaceva, non poteva permettersi il lusso di piacere anche al resto del mondo che frequentava.

Cinzano, Cossatese, Provercelli: le sue maglie fino al 1974: anni in cui, oltre alla divisa di gioco, aveva indossato anche la tuta da operaio, alla Fiat Mirafiori: scarpe bullonate, si diceva una volta, e coscienza di classe, si diceva sempre quella volta lì. Lui stesso seppe tenerle separate, come se fosse capace di sdoppiarsi, per frequentare due mondi così distanti.

Cominciò a salutare col pugno chiuso, all’ingresso in campo come dopo ognuno dei suoi gol non così numerosi; più per ricordarsi sempre chi era che per sfidare qualche banale cliché, sin da quando non era ancora approdato al professionismo.

Poi quel pugno trovò la ribalta di una promozione in Serie A e di un campionato di tutto riguardo, dal 1974 al 1976, con la maglia del Perugia più memorabile che si ricordi, quello allestito da Silvano Ramaccioni e guidato in panchina da Ilario Castagner. Non cambiò il saluto, si moltiplicarono i suoi significati, crebbe la sua portata simbolica. Eppure quel pugno era anche un guscio, per così dire, all’interno del quale Paolo Sollier voleva continuare a racchiudere la sua identità di uomo pensante, che sceglieva il proprio modo di rapportarsi al mondo e alla società in cui viveva; il tutto in un calcio in cui quasi tutti gli altri protagonisti sembravano programmati per non mettere mai il naso fuori del rettangolo di gioco. E anche come uomo di sinistra seppe avere vedute più ampie della maggior parte dei compagni, in questo caso non quelli di squadra ma quelli di Avanguardia operaia e degli altri movimenti radicali dell’epoca: a loro ha sempre rinfacciato la colpa di aver snobbato il calcio e lo sport in generale, declassandoli a terreno privilegiato del disimpegno e del qualunquismo.

Iconico, come dissidente, suo malgrado, soprattutto quando dopo l’approdo alla massima serie la ribalta dei media nazionali cominciò a considerarlo come l’insetto, rarissimo, da osservare attraverso la lente del microscopio. Per questo Paolo Frajese, durante una storica puntata de “La domenica sportiva” lo guardava come avrebbe guardato un marziano; per questo la Curva Nord della Lazio gli riservò lo striscione con la parola “Boia”, quella volta che il Perugia portò sul terreno dell’Olimpico dieci avversari e un nemico politico.

Rimini, Pro Vercelli, Biellese, Cossatese: il prosieguo della sua parabola da calciatore, dopo quel Perugia che sarebbe continuato a crescere, dopo di lui. Nel frattempo, un libro, uscito nel 1976, in cui lui, ancora più marziano per averlo scritto e, innanzitutto, pensato, racconta dal di dentro l’ambiente del calcio e, in controluce, una società in via di radicali cambiamenti: “Calci e sputi e colpi di testa”, dove la ridondanza delle congiunzioni sembra già preannunciare la ricchezza degli aneddoti scritti e descritti, peraltro in una prosa apprezzabile. Più di un giornalista accolse l’opera con fastidio, soprattutto quando si capì che Sollier sapeva scrivere meglio di parecchi professionisti della carta stampata. Tra loro, un paio di firme celebri ancora oggi, nonché ideologicamente incompatibili con l’autore.

Ha allenato in provincia, dopo aver smesso di giocare; non a grandi livelli ma sempre a modo suo, tra Piemonte e Lombardia. Guida la Nazionale degli scrittori, che nel nome omaggia Osvaldo Soriano; collabora con varie testate; nel 2008 ha scritto “Spogliatoio”, con Paolo La Bua.

“Le idee le lascio ai giovani, io mi nutro ancora di ideali” dice oggi di sé Paolo Sollier che, se giocasse ai nostri giorni, il pugno chiuso lo alzerebbe con ancora più gusto e maggiore convinzione.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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