Era il 26 maggio 1993 all’Olympiastadion di Monaco di Baviera. Sugli spalti, circa 65.000 spettatori trattenevano il fiato davanti a una finale che la storia non aveva ancora scritto. In panchina per l’Olympique Marsiglia sedeva un uomo di 71 anni, con il cappotto dell’allenatore e l’aria distratta di chi ha visto troppe partite per lasciarsi impressionare da una in più. Si chiamava Raymond Goethals, e quella sera era lì per diventare l’unico allenatore belga ad aver mai vinto la Coppa dei Campioni — quello che oggi chiamiamo Champions League. La storia di Goethals, però, è qualcosa che va ben oltre un gol di Basile Boli al 43° minuto.
È la storia di un uomo che ha attraversato decenni di calcio con il passo felpato di un investigatore, lasciando ovunque un’impronta inconfondibile, e una scia di domande senza risposta.
Da Forest a Forest: il portiere di Bruxelles che non voleva restare in porta
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Nato il 7 ottobre 1921 a Forest, una delle diciannove municipalità della Regione di Bruxelles-Capitale, Raymond Goethals morì nello stesso quartiere l’8 dicembre 2004, all’età di 83 anni. Una vita intera racchiusa in pochi chilometri di città, eppure capace di espandersi su mezzo mondo del calcio.
Entrato a nove anni nel settore giovanile del Daring Bruxelles, Goethals esordì in prima squadra nel 1941, in piena occupazione tedesca del Belgio. Il calcio, allora, era uno dei pochi spazi rimasti alla normalità. Goethals era un portiere — non uno di quelli destinati alla leggenda, ma uno di quelli che capiscono il gioco da dentro la porta, che imparano a leggere gli attaccanti prima che questi sappiano cosa faranno. Nel 1949 passò a un’altra squadra della capitale, il Racing Club de Bruxelles, dove giocò fino al suo ritiro avvenuto nel 1952.
Trentuno anni. Un’età in cui altri stavano costruendo le loro carriere più luminose. Goethals, invece, appese i guanti e cambiò prospettiva: non più il campo da dentro, ma da fuori. Non più il portiere che para, ma l’allenatore che prevede.
Il “Santone Belga” e la sua filosofia del calcio
Soprannominato “il santone belga“, Raymond Goethals è stato uno stratega finissimo, inventore di un calcio tattico, tenace, non bello da vedere ma sempre difficile da affrontare. Un’estetica deliberata del pragmatismo, in un’epoca in cui il calcio europeo era spesso dominato dalle grandi idee romantiche: il calcio totale olandese, il gioco di posizione dei catalani, l’asse brasiliano dei fantacalcisti. Goethals andava controcorrente. Lui costruiva squadre difficili da battere, non squadre piacevoli da guardare.
Tra le tante mosse tattiche poi copiate da altri allenatori, un esempio emblematico: approfittando del lunghissimo rinvio di piede del portiere Pfaff, saltare il centrocampo contro squadre più dotate tecnicamente. Una soluzione pragmatica, quasi brutale nella sua semplicità. Ma efficace. Sempre efficace.
L’Anderlecht e le Coppe delle Coppe: la firma europea
Raymond Goethals, soprannominato “Raymundo”, “Raymond-la-science”, “il mago belga” o anche “il mago”, è l’allenatore di calcio belga di maggior successo. È anche noto per la sua schiettezza, il suo accento “brusseleer” e il suo stile che ricorda il personaggio di Colombo.
Non a caso. Come il celebre detective televisivo, Goethals sembrava perennemente impreparato, distratto, fuori posto — e poi, all’improvviso, rivelava di avere tutto già capito da tempo.
Ha allenato squadre di mezzo mondo — Stade Waremme, Saint Trond, Anderlecht e Standard Liegi in Belgio; Bordeaux e Marsiglia in Francia; Corinthians e San Paolo in Brasile — ed è stato alla guida della nazionale belga dal 1968 al 1976.
La carriera di Goethals come allenatore di club prese slancio verso negli anni Settanta, sulla panchina dell’Anderlecht, una delle grandi famiglie del calcio belga. Furono anni di gloria europea autentica. Nel 1976, l’Anderlecht conquistò la prima Coppa delle Coppe della sua storia; nel 1978, l’Anderlecht confermò lo stato di grazia portandosi a casa la seconda Coppa delle Coppe in tre anni, battendo l’Austria Vienna con una prestazione memorabile, in una finale disputata al Parco dei Principi di Parigi.
Con l’Anderlecht ottenne anche due Supercoppe Europee (1976 e 1978) e tre campionati belgi (1981-82, 1982-83, 1986-87).
Era la conferma che quel vecchio portiere di Bruxelles aveva costruito un metodo. Un’idea di calcio replicabile, adattabile, esportabile. Anche a squadre con mezzi diversi, storie diverse, culture diverse. Ma la carriera di Goethals non sarebbe stata la storia controversa e affascinante che è diventata senza alcune ombre.
Lo Standard Liegi e il primo scandalo
Nel 1981, lo Standard Liegi si affidò a Raymond Goethals, che iniziò conquistando la prima Supercoppa del Belgio e successivamente il titolo dopo più di un decennio di digiuno. Con nomi come Arie Haan, Michel Preud’homme e il terzino Eric Gerets, lo Standard tornò in cima al calcio belga. Ma quei successi portarono con sé un’ombra lunga.
Come accertato dagli atti dell’inchiesta federale belga del 1984, lo Standard avvicinò il capitano del Thor Waterschei, Roland Janssen, per assicurarsi che gli avversari giocassero con scarso impegno nell’ultima partita del campionato 1981-1982. Lo scandalo coinvolse il segretario generale Roger Petit, diversi giocatori, tra cui Eric Gerets, e l’allenatore Raymond Goethals, che si trasferì in Portogallo per evitare le conseguenze sportive.
In seguito all’inchiesta della Federcalcio belga, Goethals fu squalificato per aver preso parte, insieme ad alcuni giocatori, all’accordo relativo all’ultima partita del campionato belga 1981-1982 tra Standard Liegi e Waterschei, vinta 3-1 dai padroni di casa e decisiva per la vittoria del campionato.
Ci furono alcune squalifiche, ma il verdetto del campo non venne modificato. Il titolo restò in bacheca. La macchia, però, era indelebile — o almeno avrebbe dovuto esserlo.
La rinascita e la chiamata di Marsiglia
Goethals, come sempre, riemerse. Tornò all’Anderlecht per una seconda stagione di successo, poi di nuovo al Bordeaux. Era ormai quasi settantenne quando arrivò la chiamata più importante della sua vita.
Il 26 maggio 1993, Goethals aveva guadagnato tutti i suoi soprannomi portando l’Olympique de Marseille al culmine dell’Europa. Due anni e mezzo prima, mentre si godeva del tempo libero e giocava a carte a Molenbeek, aveva ricevuto la proposta di guidare il Marsiglia.
L’Olympique Marsiglia di Bernard Tapie era allora uno dei club più ambiziosi — e controversi — d’Europa. Quella squadra era semplicemente straordinaria, con Barthez tra i pali, Deschamps e Desailly come spina dorsale per un attacco guidato da Rudi Völler, Boksić e Abedi Pelé.
Goethals aveva già guidato il Marsiglia a una finale di Coppa dei Campioni, nella stagione 1990-91, persa ai rigori contro la Stella Rossa di Belgrado. Poi si era fatto da parte, cedendo la panchina ad altri. Ma nel novembre 1992, quando la stagione rischiava di sfuggire di mano, fu richiamato. Un vecchio mago per un’ultima illusione.
Monaco, 26 maggio 1993: la notte che cambiò la storia
L’Olympique Marsiglia di Raymond Goethals esordì in Champions League al primo turno contro i nordirlandesi del Glentoran, passando il turno con un complessivo 8-0. Al secondo turno i rumeni della Dinamo Bucarest si dimostrarono coriacei, fermando i francesi sullo 0-0 in Romania, ma perdendo il ritorno al Vélodrome 2-0.
In seguito al sorteggio fu inserito nel gruppo A insieme ai belgi del Club Bruges, agli scozzesi dei Rangers e ai russi del CSKA Mosca, superando il turno come primo classificato restando imbattuto, totalizzando 9 punti e segnando 14 reti.
Le squadre finaliste, Marsiglia e Milan, giunsero imbattute all’appuntamento di Monaco, ma i rossoneri ci arrivarono da favoriti avendo vinto tutte le dieci gare disputate mettendo a segno 23 reti e subendone solo una.
Il Milan di Fabio Capello era considerato la squadra più forte d’Europa. Eppure quella finale, in uno dei momenti più spettacolari della storia della competizione, fu decisa da un colpo di testa di Basile Boli al 43° del primo tempo. Il Marsiglia vinse 1-0 e portò a casa la prima Coppa dei Campioni della sua storia — e la prima per un club francese.
Goethals aveva 71 anni quando guidò i marsigliesi alla storica vittoria in Champions League, diventando così il tecnico più anziano ad aver mai alzato quel trofeo. Un record che ancora oggi gli appartiene.
Goethals ha dimostrato di essere innanzitutto un allenatore preparato, poi un grandissimo personaggio, un autentico “showman”, come scrissero i tecnici italiani che già nel 1991 gli avevano assegnato la prima Panchina d’oro della storia del premio. Quella sera a Monaco si chiudeva il cerchio di una carriera straordinaria.
Il caso Valenciennes
E poi arrivò il silenzio. O meglio, arrivò la notizia.
Era il 20 maggio 1993 quando il Marsiglia giocò l’anticipo dell’ultima giornata della Division 1 in trasferta, contro il Valenciennes, che lottava per la salvezza. Vinse 1-0, gol di Boksić, e di fatto ipotecò il quinto campionato consecutivo. Sei giorni dopo, la finale di Monaco.
Due giorni dopo la partita contro il Valenciennes, un giocatore avversario, Jacques Glassmann, dopo essersi confrontato con il tecnico Primorac, confessò: la partita era stata truccata. Secondo le ricostruzioni degli atti giudiziari, il presidente Bernard Tapie e il direttore generale Jean-Pierre Bernès avevano contattato i giocatori del Valenciennes Jorge Burruchaga, Jacques Glassmann e Christophe Robert attraverso il giocatore del Marsiglia Jean-Jacques Eydelie, chiedendo loro di rendere di meno nella partita in modo che il Marsiglia potesse conservare le energie per la finale di Champions League sei giorni dopo. Burruchaga e Robert accettarono la tangente, mentre Glassmann si rifiutò e fu il primo a rivelare pubblicamente lo scandalo.
Il 24 giugno 1993, vennero trovati 250.000 franchi sepolti nel giardino di Christophe Robert. Robert confessò che quei soldi li aveva ottenuti da Jean-Jacques Eydelie dopo la partita. Lo stesso Eydelie, due giorni dopo, venne arrestato e, dopo l’arresto della moglie, confessò di aver corrotto i giocatori del Valenciennes con 250.000 franchi a testa.
Il 22 settembre 1993, la Federcalcio francese revocò lo scudetto 1992-1993 del Marsiglia, decidendo di non assegnarlo.
Tapie fu riconosciuto responsabile del caso di corruzione relativo alla partita Valenciennes-Marsiglia, e il club, vincitore della Coppa dei Campioni sul Milan a Monaco di Baviera, fu punito anche dall’UEFA e non poté disputare la Supercoppa Europea e la Coppa Intercontinentale.
A Bernard Tapie fu impedito di partecipare alla successiva competizione europea. La Champions League vinta, però, non venne revocata. Le indagini non coinvolsero Goethals in relazione alla vicenda Valenciennes. La sua posizione in quella vicenda non fu mai oggetto di procedimento a suo carico. Rimase l’uomo che aveva vinto la Champions, nel mezzo di un terremoto che avrebbe distrutto il club che l’aveva fatta vincere.
Il lascito: un’Europa alzata, una storia impossibile da dimenticare
Quando Goethals morì il 6 dicembre 2004, all’età di 83 anni, i tributi dal mondo del calcio belga e francese furono unanimi. A Marsiglia, l’intero Stadio Vélodrome pianse il suo iconico allenatore.
Cosa rimane oggi di quella storia? Rimane un titolo europeo che nessun’altra squadra francese ha più vinto, fino al recentissimo back to back del PSG. Rimane il ricordo di un tecnico che a 71 anni riuscì lì dove i migliori del mondo avevano fallito — battere il Milan di Capello, considerato allora la macchina da calcio più perfetta d’Europa.
Ogni volta che le sue idee sembravano superate, Goethals si prendeva la rivincita contro colleghi più giovani: successe anche al Milan di Fabio Capello nella finale di Champions League del 1993.
Rimane anche l’ombra dello scandalo di Valenciennes, con i suoi fatti accertati e le sue conseguenze scritte negli atti della giustizia sportiva. E rimane quella figura in cappotto che cammina a bordo campo come Colombo, con quell’aria di chi finge di non sapere mentre in realtà ha già capito tutto da tempo.
Raymond Goethals non era soltanto un allenatore. Era un paradosso vivente: l’uomo più anziano a vincere la Champions, più volte travolto dagli scandali eppure sempre risalito alla superficie, capace di costruire bellezza con materiali che altri avrebbero scartato come mediocri.
Il calcio ha avuto pochi personaggi così difficili da giudicare con un’unica parola. Perché i grandi, solitamente, non si lasciano racchiudere in nessuna definizione semplice.
Come quella notte a Monaco, che fu allo stesso tempo la vetta più alta del calcio francese dell’epoca e il preludio di uno scandalo che l’avrebbe poi spezzato.
