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Raciti 13 anni dopo: la verità sulla sua morte è ancora un caso

Raciti 13 anni dopo: la verità sulla sua morte è ancora un caso

La morte del commissario di Polizia Filippo Raciti resta ancora un caso anche a distanza di 13 anni e anche dopo la condanna e scarcerazione dei colpevoli secondo la giustizia, Daniele Micale, uscito nel 2018 e Antonino Speziale, uscito ieri dopo aver scontato quasi nove anni di reclusione.

Speziale libero

Antonino Speziale è uscito dal carcere di Messina dopo 8 anni e 8 mesi. Il tifoso del Catania, oggi 30enne, ha scontato la pena per la morte dell’ispettore di Polizia Filippo Raciti avvenuta il 2 febbraio 2007 in occasione del pre partita del derby siciliano tra Catania e Palermo. Un caso ancora oggi con alcune zone d’ombra che ha portato Speziale, all’epoca dei fatti ancora minorenne, ad essere condannato a quasi nove anni di detenzione, confermati anche dalla Cassazione nel novembre 2012. Il tifoso catanese all’uscita del carcere ha rilasciato dichiarazioni nelle quali ha commentato la sua condanna a suo dire ingiusta, con la promessa di raccontare tutto quello che ha passato in quasi nove anni di detenzione. Ad attenderlo fuori un gruppo di tifosi del Messina che hanno manifestato solidarietà per Speziale che, anche nel suo quartiere di residenza catanese, San Cristoforo, ha trovato gli ultras, questa volta della squadra etnea che, con cori, striscioni e fumogeni, hanno accolto il suo ritorno alla libertà. Per il tifo organizzato, e non solo, l’omicidio di Raciti e la condanna di Speziale (e di Daniele Micale, scarcerato nel 2018) rappresentano un grave errore giudiziario sul quale è necessario fare luce.

Un caso da ricostruire

Come è morto l’Ispettore di Polizia Filippo Raciti? L’ha veramente ucciso Antonino Speziale così come stabilito nel processo? Tredici anni dopo la morte dell’Ispettore (avvenuta nel corso degli incidenti scoppiati prima del derby siciliano Catania-Palermo del 2 febbraio 2007) sono ancora in parecchi coloro che continuano a porsi domande su quei tragici fatti accaduti a margine di quel maledetto derby. Che il destino ha voluto scolpire per sempre nella storia della città di Catania. Legando quel drammatico epilogo alla circostanza del tutto causale di essere avvenuto proprio nel giorno in cui si festeggiava il santo patrono cittadino: Sant’Agata.

I dubbi restano

E oggi, a distanza di tredici anni, da quei drammatici fatti i dubbi restano. Nonostante una verità giudiziaria ci sia stata e abbia stabilito che a uccidere Filippo Raciti sia stato un giovane che allora aveva appena 17 anni: Antonino Speziale. E lo abbia fatto, anche se oltre le sue intenzioni (Speziale è stato infatti condannato per omicidio preterintenzionale) utilizzando un sottolavello “a mò di ariete”, per colpire l’Ispettore al corpo, provocandogli lo spappolamento del fegato. Aiutato da un altro giovane che di anni ne aveva 23: Filippo Micale. Speziale e Micale per la morte di Filippo Raciti sono stati condannati rispettivamente a 9 e 11 anni di reclusione. E già questa potrebbe essere una prima interessante anomalia: perché a quello che sarebbe stato l’esecutore materiale, è stata inflitta una pena più bassa rispetto a colui che lo avrebbe aiutato? Un’anomalia che tuttavia non sarebbe rimasta l’unica, in una vicenda durata oltre 5 anni: dal febbraio 2007, da quando sono iniziate le indagini, al novembre 2012, cioè quando è stata pronunciata la sentenza definitiva della Corte di Cassazione. Ma evidentemente, non sono bastati i 5 anni di processo per fugare anche il minimo ragionevole dubbio. Se è vero, come è vero, che ancora non sembra, essere stata trovata, una risposta definitiva alla domanda: la verità giudiziaria e quella storica possono coincidere?

Le testimonianze

La ragione di questi dubbi è presto spiegata e va tutta ricercata all’interno della vicenda giudiziaria. Nella quale si sono ripetuti fatti i quali, anziché fugarli, i dubbi, li hanno alimentati. A partire dalle dichiarazioni di Salvatore Lazzaro, un collega di Raciti che la sera del 2 febbraio, prestava servizio insieme all’Ispettore presso lo stadio Massimino. E due giorni dopo la morte dell’Ispettore, ascoltato in Questura come persona informata sui fatti dichiarerà di essersi messo alla guida di un fuoristrada della Polizia (modello Discovery), nel corso degli incidenti scoppiati fuori lo stadio Massimino; di aver fatto una retromarcia; aver sentito “una botta” e aver visto l’Ispettore (posizionato alla sinistra della vettura) “portarsi le mani alla testa”; per poi essere soccorso ed essere portato in ospedale. Dai referti medici si è poi saputo che Raciti sarebbe morto due ore più tardi (poco dopo le 22) essere arrivato in Ospedale.

Può esserci un nesso tra il fatto raccontato da Lazzaro e la morte dell’ispettore? E’ quello che per esempio, ha sempre sostenuto il difensore di Speziale, l’avvocato Giuseppe Lipera. Il quale, al contrario della Procura, si è sempre detto convinto che l’ispettore sia rimasto vittima di un caso di “fuoco amico”: investito proprio dal fuoristrada guidato da Lazzaro. D’altronde, che possa non esserci un nesso tra le tesi della Procura (che vuole Raciti ucciso da un sottolavello) e la realtà dei fatti, lo hanno stabilito anche gli stessi investigatori. In particolare i carabinieri dei RIS di Parma i quali, nella perizia richiesta dal GIP Alessandra Chierego, dopo aver riprodotto in laboratorio e per diverse volte la dinamica del trauma, arriveranno a pronunciarsi “con maggiore probabilità” per “l’inidoneità” del sottolavello come l’arma del delitto. A tal punto di portare il GIP stesso, che aveva richiesto la perizia, a scarcerare immediatamente Antonino Speziale, già accusato di essere l’omicida volontario di Filippo Raciti.

Come è morto Filippo Raciti?

Se dunque non è stato con il sottolavello, come sarebbe morto Filippo Raciti? Le stesse domande se le porranno anche quei giudici di Cassazione che per due volte, nella fase delle indagini preliminari, annulleranno l’ordinanza di custodia cautelare e la seconda volta “senza rinvio”. Stabilendo in sostanza, che gli elementi raccolti dalla Procura per sostenere l’accusa di omicidio volontario nei confronti di Antonino Speziale, non sarebbero stati sufficienti per affrontare un processo. D’altronde, come raccontano gli atti processuali, non esiste una-prova-una che stabilisca oltre ogni ragionevole dubbio che Antonino Speziale sia stato in effetti  l’assassino di Filippo Raciti: a parte le dichiarazioni di Speziale stesso che ha ammesso di aver partecipato agli scontri (negando tuttavia di aver ucciso l’ispettore) non c’è una testimonianza, né un fotografia in grado di dimostrare con esattezza che sia stato proprio il diciassettenne tifoso del Catania ad uccidere il povero Ispettore. Tuttavia la Procura riuscirà comunque ad ottenere il processo, grazie ad un lecito escamotage di natura processuale: la derubricazione del reato che da omicidio volontario passerà a preterintenzionale. Tra le proteste vane dei difensori degli imputati che invece avrebbero voluto l’archivazione ai sensi dell’allora vigente legge Pecorella.

La condanna

Ma anche nel corso del processo non mancheranno i colpi di scena: come la parziale ritrattazione in aula dell’autista del Discovery Salvatore Lazzaro, il quale di fronte ai magistrati non ripeterà la stessa versione fornita davanti ai suoi colleghi. Piuttosto dirà che Raciti non si trovava alla “sua sinistra” (dunque nel raggio di azione del Discovery) ma “dolorante a dieci metri di distanza”. Aggiungendo di non aver sentito “una botta” ma “un boato” e lasciando dunque intendere che questa sarebbe stata la causa della morte dell’ispettore. La parziale “retromarcia” di Lazzaro in aula, come la controperizia eseguita dalla Scientifica di Roma (che contesterà la precedente dei RIS di Parma ma più nel metodo che nel merito) basteranno a convincere i giudici che aveva ragione la Procura: l’assassino di Raciti è lui, Antonino Speziale. E va condannato insieme al suo aiutante, Daniele Micale che, nel frattempo, è stato scarcerato. Così convinti che nel marzo 2019 viene rigettata la richiesta da parte dell’avvocato di Speziale di affidamento al servizio sociale e dichiarata inammissibile la detenzione domiciliare.

Ma non basteranno a convincere coloro i quali a distanza di 14 anni continuano a chiedere la verità.

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