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Raccontami di Sugar Ray, di Scorsese e del revolver di Babbo Natale

Raccontami di Sugar Ray, di Scorsese e del revolver di Babbo Natale

La verità è che non dovresti chiamarti Giacobbe, se ogni mattina ti tocca svoltare l’angolo su Mulberry Street; dove gli italiani come te e come tuo padre o sono morti di fame che spezzettano il pane nero per far aumentare di volume le loro zuppe di cavolo, oppure hanno abiti vistosi, scarpe di due colori e quasi sempre non pagano le consumazioni nelle trattorie dove mangiano, o nei bar dove si fanno servire una specie di espresso che dovrebbe somigliare a quello napoletano. Anzi, i soldi li chiedono loro ai negozianti, una volta al mese. Poi si rintanano dentro qualche bisca, dalla quale vengono fuori ogni tanto per mettersi a parlare in gruppo, come Al Pacino, Michael Madsen e gli altri gangster in qualche ripresa di “Donnie Brasco”: colletti a punta sopra i doppiopetti a quadri larghi, occhiali con le lenti color fumo, i portasigarette d’oro. Negli anni settanta, come negli cinquanta, come all’inizio degli anni venti, quando Giacobbe La Motta aveva già imparato la lezione più importante di tutte, da suo padre: se si fosse fatto ancora pestare e strappare i vestiti da quel branco di bulli che quasi ogni mattina gli estorceva lo sfilatino che sua madre gli preparava prima che andasse a scuola, il suo genitore gliene avrebbe date dieci volte tanto. Glielo aveva detto nel dialetto originario di Messina, perché papà doveva ancora imparare lo slang di quelli che nel quartiere dicevano o scrivevano sulle insegne “Grosseria” al posto di grocery. Ecco perché Jake e non Jack: certi nomi si pronunciano meglio se nascono imperfetti, come certi cazzotti, che scopri di averli soltanto perché non hai potuto fare a meno di usarli. Senza sapere ancora che diverranno pugni.

A dieci anni Giacobbe…pardon, Jake La Motta combatteva già, in qualche scantinato di Brooklyn, perché oltre alle lotte tra cani, tra galli e anche tra mezzi pugili mai divenuti del tutto tali, si poteva scommettere pure sui combattimenti tra bambini, con il benestare dei genitori che, attraverso i picchiatori in miniatura che si ritrovavano in casa, provavano ad alzare qualche dollaro. O parecchi dollari, se il bambino si mostrava tosto per davvero. Non era ancora la boxe, quella; eppure era già…Martin Scorsese. Jake si stava scrivendo il copione da sé. Che poi la storia diventasse degna di un film d’autore e non finisse nella catasta di luoghi comuni buoni per certe pellicole che sembrano assomigliarsi tutte, questo dipendeva da lui. Non che le cose si fossero messe bene, a quel punto: non aveva ancora i peli sul petto e gli toccava varcare i cancelli di Coxsackie, il riformatorio nuovo di pacca dello Stato di New York. 1935, furtarelli vari con lo scopo di mettersi in tasca quei bigliettoni che vincendo gli incontri vedeva soltanto passare, visto che suo padre li strangolava subito nella sua graffetta.

Un grande amico, sin da quegli anni, avrebbe sempre avuto, Jake La Motta, nato Giacobbe: Thomas Rocco Barbella, che alla storia sarebbe passato anche lui con un nome differente: Rocky Graziano. Anche lui peso medio, anche lui un giorno Campione del Mondo; anche lui sulla strada di Ray Sugar Robinson, ma non tutte le volte in cui sarebbe capitato a Jake, come una notte di sesso al confronto con una storia d’amore. Ma, soprattutto, anche lui all’inizio piccolo delinquente nel Bronx: la catechesi laica e infernale che dalla strada portava dietro le sbarre da minorenni. Succedeva ai più fortunati, e non sembri un paradosso. Perché la redenzione a quel punto diventava una possibilità, con la maggior parte della vita davanti e quella futura che avrebbe avuto più di una possibilità di essere migliore di quella passata. E un poco di cliché, perché quelli non mancano mai, così come una bestemmia da alzare contro qualche cielo non manca mai nella versione “broccolino” di un blues minimamente degno di essere suonato: anche stavolta in riformatorio c’è una palestra e anche stavolta la palestra e gli allenamenti li gestisce un sacerdote.

Padre Jo con la scusa di dover redimere un po’ di ragazzini nati per perdersi ha imparato anche a riconoscere i potenziali campioni. In Jake vede subito una cosa, fondamentalmente: che tutte le incazzature che ha già mandato giù prematuramente, quel ragazzino se le carica nei colpi ai quali chiede ogni volta di essere risarcito: risarcito per quello sfilatino che gli rubavano sulla strada di scuola, per quell’italiano masticato male e quell’inglese nato bastardo in bocca; per aver fatto il fenomeno da baraccone a beneficio degli adulti che avevano la sua stessa fame come alibi, oltre a molte cicatrici in più, più dentro che fuori.

Anche un grande nemico avrebbe avuto, Jake La Motta, come una sacchetta di cemento che le sue debolezze gli posavano ciclicamente sulla spalla , costringendolo ogni volta a essere il manovale di se stesso, per ricostruire la propria forma fisica: il peso. Capace di aumentare di trenta chilogrammi tra un incontro e l’altro, quando si lasciava andare alla cucina e al vino dei paisà, che quando poté iniziare a permettersela non doveva più nemmeno pagarla, nei migliori ristoranti italiani di New York; anche perché iniziò ad andarci sempre più spesso assieme ad altri paisà, a quelli che i soldi dai ristoratori italiani li pretendevano una volta al mese, con tanto di bacio alle mani.

– Il peso, il peso, il peso… -: la litania di un De Niro perfetto, plasmato da Martin Scorsese per il più bel film sulla boxe che il cinema abbia regalato a chi ama entrambe queste forme di declinazione della propria anima. Non furono la gestualità sul ring e le movenze quasi da professionista acquisite grazie ai consigli dello stesso La Motta, i fiori all’occhiello dell’attore italoamericano, per quanto rese in modo eccelso: furono proprio tutti quei chili in più che si seppe caricare in viso e sull’addome, a colpi di foie gras e omelette ingurgitati quasi a forza in tanti locali di Parigi, per interpretare il La Motta che si lasciava andare dopo una difesa del titolo, o l’uomo che, appena ritiratosi dalla boxe, portava in scena la propria anima rimasta dolente sulla ribalta dei locali, alcuni dei quali di sua proprietà, dove si esibiva come intrattenitore e dove nelle serate più buie si ubriacava assieme ai clienti più debosciati e più cedevoli alle lusinghe dell’alcol. Perché il Toro del Bronx, quando ingrassava, metà della colpa poteva darla alla bottiglia, lasciando l’altra alla forchetta. Del resto anche la bottiglia era femmina, come (quasi) tutte le donne che riuscì ad amare, sposandone sette, finché ebbe vita, vale a dire il 19 settembre del 2017, con un fardello di gloria e di cadute sulle spalle per le quali anche i suoi novantacinque anni sembravano comunque troppo pochi.

Avanzava e martellava con la stessa ostinazione con la quale si faceva pestare nelle serate più storte. E non capiremo mai, ammesso che lo abbia mai capito lui stesso, se fu la sua boxe a prendere spunto dalla sua vita o viceversa. Di sicuro l’una e l’altra sarebbero sempre andate a braccetto nel rammentargli che dietro ogni angolo poteva esserci sempre qualcuno o qualcosa per colpa dei quali anche la serata meglio riuscita rischiava di finire a puttane. Per questo mentre la cintura di Campione del Mondo gli avvolgeva i fianchi magri dopo la conquista del titolo contro Marcel Cerdan, sua moglie Vicky quasi contemporaneamente faceva i bagagli per farglieli tornare grassi di bagordi e frustrazione. Vicky, la numero due, la più iconica e certamente la più bella; non meno bella della splendida e burrosa Cathy Moriarty che la interpretò nel film. Vicky che lo tradì, sembra, con suo fratello Joey, che era anche il suo manager, e con qualcuno dei boss che facevano capo a Frankie Carbo, il potente capoclan; perché a essere puttana per davvero è la vita, non chi ci sale a bordo per assecondarne il corso. Carbo era il referente della famiglia Lucchese, padrone incontrastato della boxe durante l’epoca del Toro e per tutta quella successiva, quando avrebbe avuto in mano il destino e le borse di Sonny Liston.

Gli toccò perdere, sempre senza andare giù, contro una mezza sega come Billy Fox, per conto di Carbo e della sua montagna di scommesse, per ottenere la possibilità di combattere per il titolo. Lo avrebbe rivelato, non soltanto ai cronisti, una volta ritirato, quando una commissione d’inchiesta del Senato lo chiamò in causa per far luce sulle sulfuree aderenze tra la mafia e la boxe negli anni quaranta e cinquanta.

La sua boxe non era fatta per gli esteti; nemmeno per i tecnici: non sarebbe mai passato alla storia se avesse dovuto affidarsi allo stile o alla purezza del gesto. A renderlo indimenticabile è stata la sua tempra, il piglio da combattente identico quando attaccava e quando subiva; quando apriva tagli e quando gliene aprivano addosso. Ha bullizzato se stesso, nei frangenti più duri, per costringersi a rimanere in piedi: il Toro è morto più di una volta, pur di non farsi ammazzare.

E all’opposto del suo emisfero pugilistico, prima o poi all’orizzonte il Toro avvistava Sugar Ray, come lo chiamava lui nei suoi monologhi, quelli con cui intratteneva il pubblico nei suoi locali, finché restava lucido.

Due angoli non furono mai così opposti, mai così distanti. Ed era soltanto in parte una questione di boxe, di tecnica, o di stile. Entrava in ballo il modo di vivere, di essere, di apparire.

Ed erano spigoli per entrambi, i lati di quel quadrato.

Era cominciata quando gli Stati Uniti erano da poco entrati nella Seconda Guerra mondiale; è finita quando il mondo era già diviso in due dalla Cortina di ferro, anche se mancavano dieci anni all’erezione del Muro di Berlino. La prima volta il presidente era Franklin Delano Roosevelt, l’ultima Harry Truman.

Un pugile mette sempre in gioco se stesso, di fronte a qualsiasi avversario; ci sono però dei confronti in cui ciascuno dei contendenti sarebbe disposto a perdere la vita, pur di battere il suo nemico del cuore. Questo sono stati l’uno per l’altro Ray Sugar Robinson e Jack La Motta, che si sono odiati più di quanto abbiano fatto gli abitanti dei quartieri dove sono cresciuti e dove hanno cominciato a fare a pugni, ancora prima di saper combattere. Salivano sul quadrato assieme a loro, Harlem e il Bronx, mentre Sugar e il Toro incarnavano i due mondi pugilistici opposti che in pochi hanno saputo rappresentare meglio di loro: se Sugar era lo stile, l’abilità nella scherma, la grazia letale che dissimulava la potenza dei colpi che andavano a segno, il Toro era uno che picchiava con tutto il corpo, come se riuscisse a comprimere ogni fibra muscolare nel tratto che dall’avambraccio arrivava alle nocche; accusava una partenza lenta, poi proseguiva inesorabilmente, alzando il ritmo nella parte finale. Inoltre il Toro aveva la capacità di riuscire ogni volta a tornare dall’inferno, anche quando aveva le orbite quasi cucite per il gonfiore, gli zigomi deformati e stava a fatica in piedi. Ma sempre in piedi rimaneva, anche quando non capiva più la differenza con l’essere sdraiato.

 

La prima volta fu nel 1942, quando Robinson batté La Motta per la prima delle cinque occasioni in cui avrebbe avuto la meglio su di lui. La Motta aveva vinto il secondo confronto, interrompendo un’era geologica, in termini pugilistici, di vittorie di Robinson.

Come qualcuno ha detto, il Toro ha trasferito la rissa al centro del quadrato. Forse ci ha portato tutto il Bronx, tra quelle corde, minacciando di farlo a pezzi se qualcuno avesse osato chiamarlo Giacobbe. In quel modo poteva chiamarlo soltanto sua madre.

Una volta avrebbe dovuto incontrare anche Rocky Graziano, il suo amico del cuore, quel tipo di amico che in pochi possono dire di aver incontrato nel corso della vita. Quell’incontro sembrava già quasi del tutto organizzato, nel 1950; poi è sfumato per qualche motivo. Si sarebbero uccisi con la stessa intensità con la quale si sono voluti bene.

Un altro incontro non ha mai potuto sostenere, Jake La Motta, nato Giacobbe: quello con quel signore, panciuto come lui quando il controllo del peso gli sfuggiva di mano, che una volta all’anno faceva visita agli altri ragazzini, vestito dello stesso colore del sangue che Sugar gli aveva spremuto ogni volta dalla pelle. Quell’appuntamento mancato pensò bene di sintetizzarlo a modo suo, anche per far capire perché poi non ebbe più paura di nulla e di nessuno: – Eravamo così poveri che la sera della Vigilia mio padre uscì in cortile e sparò tre colpi di revolver in aria. Quando rientrò ci disse “Babbo Natale si è suicidato” -.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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