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Quelle acque gloriose che si tingono d’azzurro

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Quelle acque gloriose che si tingono d’azzurro

Oggi il Settebello di pallanuoto avrà l’opportunità di conquistare la medaglia d’oro ai Mondiali in corso in Corea del Sud. Un appuntamento che ci fa tornare alla mente le gesta della pallanuoto italiana, rimaste scolpite nella storia dello sport italiano.

Il Settebello è ancora lì, a contendersi il trono mondiale, contro la Spagna, e ancora brucia quel pallone entrato per tutti ma non per l’arbitro dello scorso Europeo 2018, che ha consegnato alla Spagna l’opportunità di vendicare lo sgarbo fattogli 26 anni fa, quando la posta in palio erano le Olimpiadi. Giochi di Barcellona ’92, Alessandro Campagna all’epoca era ancora in costume e calottina. La camicia se la sarebbe messa solo qualche tempo più tardi. Insieme all’attuale Ct, in acqua, c’erano Carlo Silipo, Giuseppe Porzio, Mario Fiorillo. In poche parole, la generazione d’oro delle acque italiane. A guidarli, quel Ratko Rudić che di ori ne aveva già collezionati due, consecutivi, tra Los Angeles e Seul, con la sua Jugoslavia. Furono botte anche all’epoca, sul Montjuïc che era stato patibolo e per le Olimpiadi si era rifatto il trucco con le corsie della Bernat Picornell, il parquet del Palau Sant Jordi e il tartan del Lluís Companys. Le Olimpiadi si chiudevano quella domenica, Re Juan Carlos aspettava solo l’ultima gioia. Ma sarebbe stata attesa vana. L’oro se lo sarebbe preso il Settebello, in una partita interminabile, condita anche dal derby slavo a bordo vasca: da una parte il sangue serbo di Rudić, dall’altra quello croato del tecnico spagnolo, Dragan Matutinović. Troppa epica sportiva, tutta insieme. Gli ingredienti per un’impresa.

L’avrebbe fatta eccome il Settebello, sempre avanti nel punteggio, ma costantemente con gli spagnoli attaccati alla calottina. Finché non sono proprio loro a passare in vantaggio, con quel Manuel Estiarte che oggi l’acqua l’ha saluta per abbracciare il calcio e soprattutto Josep Guardiola, di cui è diventato assistente, oltre a esserne il migliore amico da sempre. Solo che lo spagnolo non sarebbe neanche dovuto essere in vasca, per un acceso contatto, l’ennesimo, col nostro Mario Fiorillo. Ma per gli arbitri è solo il capitano partenopeo a meritarsi l’espulsione. Estiarte non solo resta in acqua, segnato dallo scambio di cortesie, ma a 42’’ dalla fine porta pure i suoi in vantaggio. È quasi fatta, anche perché se ne è già andato un supplementare e tutta una partita. Quello è il secondo overtime, la braccia pesano il doppio e le gambe sembrano piombo. Ma il cuore azzurro è una piuma, le mani di Massimiliano Ferretti sono velluto e si torna in parità. Sarà ancora lunga. Vanno via altri tre tempi, senza reti, solo difesa e strenua resistenza. Si arriva al sesto capitolo di quella che ormai è diventata una saga. Il Settebello si rilancia in avanti a un giro d’orologio dalla fine, Ferretti potrebbe segnarne un altro e viene affondato. Ma ormai i fischietti di Van Dorp e Martinez neanche si muovono più. Il romano deve fare da uomo assist per guadagnarsi quel pezzo di paradiso. E lo fa servendo Nando Gandolfi, il giocatore chiamato provvidenza. Lo segna lui il gol decisivo, con le mani del portiere spagnolo che se lo lasciano sgusciare. Altro che dubbi odierni, quella è una rete evidente ed è 9-8. Ormai manca davvero poco, nonostante ci sia ancora spazio per una traversa, che l’estremo azzurro, la colonna Francesco Attolico, benedice come mai fatto prima in carriera. È oro italiano, mentre la Spagna piange. L’Italia invece non rideva così tanto da Roma ’60.

Siamo nell’era più bella della pallanuoto azzurra, che non si sarebbe conclusa lì. Ma a far gol in calottina avevamo iniziato già diversi anni prima. Gli albori nel 1948, Olimpiade di Londra. La Nazionale è un distaccamento della Rari Nantes Napoli, che durante i lunghi viaggi occupa il tempo tra scopa e scopone. Nasce così il Settebello. La voce l’avrebbe sparsa via radio Niccolò Carosio, annunciando oltretutto che i vari Gildo Arena e Pasquale Buonocore si erano messi alle spalle i maestri Ungheresi e al collo la medaglia più preziosa. Appena un anno prima, invece, era arrivato l’Europeo. Perché la pallanuoto italiana il suo l’ha sempre fatto. L’oro sarebbe tornato solo dodici anni dopo, ma nel mezzo la Nazionale era rimasta sempre a galla. Bronzo a Helsinki nel ’52, stesso metallo ai Mondiali di casa di Torino, nel 1954. In Australia, invece, ai giochi Olimpici del ’56, il podio sfuggito di un soffio e la premiazione guardata dalla quarta piazza. Ma nell’acqua di casa, la generazione di Salvatore Gionta si era ripresa tutto con gli interessi. Roba mica da poco vincerle praticamente tutte, riducendo a formalità due gironi e chiudere mettendosi dietro URSS, Jugoslavia e Ungheria. Tutti i maestri dell’Est ridimensionati, in una volta sola.

Anche se i magiari la loro vendetta l’avrebbero avuta, a Montréal, nel 1976. Gianni Lonzi intanto era passato a condurre la squadra a bordo vasca. Argento canadese, bronzo dodici mesi dopo, agli Europei svedesi di Jönköping. Ma se a quella generazione azzurra era mancato solo l’ultimo acuto, il premio sarebbe arrivato l’anno seguente in Germania, in occasione Mondiali. Gianni De Magistris e compagni avrebbero rinnovato ancora il faccia a faccia con l’Ungheria. E questa volta l’avrebbero risolto. Dietro il Settebello, di nuovo la solita schiera: magiari, jugoslavi e sovietici. Ma dalle magnifiche quattro, l’Italia non s’era mai mossa. Lo avrebbe fatto negli anni successivi, con una crisi passeggera. Agli appuntamenti importanti il Settebello arriva sempre, ma stecca costantemente. L’interregno Fritz Dennerlein avrebbe partorito solo un argento iridato, nell’86. Sempre in quella Spagna amata e odiata, ma stavolta nella capitale Madrid. In acqua già sgomitano Campagna, Ferretti, Porzio e Fiorillo. È tutta argilla che Rudić plasmerà di lì a poco, ma quel 22 agosto il maestro jugoslavo è a bordo vasca della propria nazionale. E soffre per quattro supplementari, finché non si materializza il 12-11 che concretizza i propri sogni di oro. Poi il guru avrebbe scelto l’azzurro, per risanarne le ferite coreane di Seul (anonimo settimo posto) e quelle mondiali di Perth (poco meglio, sesta piazza). Ma quella era una golden generation destinata a dominare le acque. Avrebbe iniziato a farlo a Barcellona, tra botte, gol e successi. L’idillio sarebbe continuato agli Europei di Sheffield, un anno dopo, in un rinnovato duello magiaro. Poi soprattutto in quella Roma che il Settebello lo aveva visto campione olimpico. Nel ’94, invece, erano Mondiali. Nel calcio avevamo da poco maledetto i rigori di Pasadena, in acqua il Foro Italico aveva visto l’Italia dominare la finale. Ancora la Spagna, ma stavolta cinque gol di differenza.

Il canto del cigno dell’era Rudić si sarebbe manifestato ad Atlanta, nel 1996. Dei ragazzi d’oro era rimasto poco, oltre Attolico e Silipo. La nuova generazione si poggiava ormai sui fratelli Calcaterra, Alberto Angelini e Alessandro Bovo. In Georgia sarebbe stato bronzo, così come nel ’99 agli Europei giocati in casa, nelle acque di Firenze. L’era Rudić ormai prossima a finire e i titoli di coda Sidney, con i sintomi di una lieve crisi attenuti solo da un argento europeo.

Per rinascere serviva Alessandro Campagna, dopo che l’era De Crescenzo aveva prodotto più lacrime che sorrisi. In azzurro, il Ct partenopeo non era riuscito a replicare quanto fatto con la sua Posillipo, sia in costume che in camicia. Neanche il peso di quella bacheca aveva risvegliato il movimento. Ma il Settebello sarebbe comunque riuscito a ripartire, piangendo lacrime d’argento in Croazia, nel 2010, ma rifacendosi al Mondiale cinese di Shanghai. Anno 2011, i nuovi eroi sono Stefano Tempesti, Valentino Gallo, Christian Presciutti, Deni Fiorentini, Matteo Aicardi. Il nuovo che avanza e travolge tutti i soliti noti. Fuori la Spagna, fuori la Croazia. Finale con la Serbia, supplementare. Tripletta di Aicardi e 8-7 finale. Oro, a diciassette anni dal Foro Italico. Possibile antipasto di una Londra che l’estate successiva avrebbe invece regalato soddisfazioni e una lacrima finale. Perché intanto Ratko Rudić aveva varcato il confine, arrivando sul bordo vasca croato. E l’allievo Campagna non sarebbe riuscito a superare il maestro, rimanendogli un passo indietro. Argento. Oggi possiamo riscrivere la storia e riprenderci la medaglia del metallo più prezioso.

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