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Quella sera al Gallia di Milano: la “prima” dello Snooker in Italia (parte quarta): Verso una rivincita Mondiale

Quella sera al Gallia di Milano: la “prima” dello Snooker in Italia (parte quarta): Verso una rivincita Mondiale

Tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, in quel periodo di prosperità e spensieratezza che va sotto il nome di BELLE ÉPOQUE, il biliardo era in gran voga a Parigi, come a Londra e New York. Le sfide tra le celebrità della stecca davanti ad un folto pubblico pagante, erano di rito e l’eccitazione per il risultato favoriva un gran giro di scommesse atte ad alimentare  l’interesse per questa nuova forma di intrattenimento, che era diventato il BILIARDO SPETTACOLO. Gli incontri potevano disputarsi nei teatri, nei casinò, come pure in saloni storici o, addirittura, nei circhi equestri quando era previsto un grande afflusso di pubblico. Di norma, però, per questioni logistiche e d’immagine la soluzione preferita era il GRANDE ALBERGO, dove un gioco elegante e di nobile  tradizione come il biliardo, poteva offrirsi al pubblico nella cornice più adatta a valorizzare tutto il suo fascino. Meta fissa per gli appassionati parigini era il GRAND HOTEL dove si esibiva abitualmente Maurice Vignaux, soprannominato IL LEONE DI FRANCIA per la folta capigliatura, la taglia imponente e la solidità che dimostrava al tavolo nei momenti che contano. Nel TEMPO il giocatore proveniente dal sud del paese – da Tolosa, esattamente – si era conquistato una fama di INVINCIBILITA’, mantenendo saldamente in pugno lo scettro di campione del mondo professionisti  di carambola, la specialità di tradizione per i nostri cugini d’oltralpe.

 

Una sorta di eroe nazionale questo Vignaux, che era letteralmente idolatrato dai suoi tifosi. Tra i tanti il banchiere Enrico Cernuschi, di Monza, esiliato in Francia per motivi politici e diventato uno degli uomini più ricchi del paese – fondatore di PARIBAS, tra l’altro – ma anche uomo di cultura, amante dell’arte e creatore di un importante museo nella capitale. Un uomo appassionato e generoso, che amava scommettere nella vita, come nel biliardo. Resta famoso il BEAU GESTE nei confronti di Vignaux, al termine di un vittoriosa sfida con un campione americano, con  l’offerta in pubblico di un assegno A TANTI ZERI, a ricompensa dell’INGENTE SOMMA procuratagli da una «fortunata» scommessa sull’esito dell’incontro. Maurice ed Enrico, o Henry, come preferite, due modi di essere  vincenti sul panno verde  come nella vita, alla BELLE ÉPOQUE, ma sempre all’ombra dell’amato TRICOLORE .

(collezione Corrado Amato)

Adesso prepariamoci al cambio di scena, perchè è ora di salire nella macchina del tempo per trasferirci in ERA TELEVISIVA, alla fine degli anni ottanta, quando lo SNOOKER, dopo aver fatto STRIKE nel Regno Unito, parte baldanzosamente alla conquista di un posto al sole nell’ Europa continentale. La MATCHROOM organizza sotto l’egida della WPBSA – di fatto la WORLD SNOOKER dell’epoca – un circuito di 4 prove più un GRAND FINAL  conclusivo, che arriva a toccare per la prima volta anche l’Italia, portando i più forti professionisti del mondo ad esibirsi a Milano, sotto i riflettori della tivù, per un’autentica serata di gala su Telemontecarlo. Gli inglesi, che in fatto di televisione la sanno lunga, vanno sul sicuro e presentano uno snooker in GUANTI BIANCHI nel salone delle feste del prestigioso EXCELSIOR HOTEL GALLIA, uno degli alberghi più rinomati della metropoli lombarda. Cambiano le epoche, ma l’abbinamento tra BILIARDO e GRANDE ALBERGO rimane vincente, ancor più adesso rispetto al passato quando bisognava fare GRANDI NUMERI in sala per poter rendere remunerativo l’evento. Ora i grandi numeri – e CHE NUMERI – li fa automaticamente la televisione, per cui basta un pubblico selezionato a fare da degna cornice nell’arena, che poi a tutto il resto ci pensano Steve Davis e i VIRTUOSI della stecca della MATCHROOM, di Barry Hearn. Lo spettacolo va ad iniziare proprio con Davis opposto a Meo, quindi, a seguire, avremo Griffiths-Thorne. La sequenza è quella giusta per dare subito interesse al torneo. Davis è Davis, basta la parola, mentre Meo è il potenziale ORIUNDO che può regalare una nota di tifo campanilistico all’evento. In effetti Tony Meo, classe 1959, nasce a Londra da genitori italiani che, ad un certo punto, presi dalla nostalgia, decidono di ritornare nella natia Venezia. Tony fa di testa sua e preferisce restare nella capitale a giocare con Jimmy White, per lui una sorta di fratellino minore – quello BUONO tra l’altro – per continuare a scorazzare nelle sale biliardo, a  RIPULIRE sistematicamente tutti gli ignari avversari che non si  capacitavano di  essere finiti in mano a due SATANASSI IMBERBI, che non sbagliano un colpo. Poi il decollo verticale per il brillante Tony, che a 17 anni diventa il più giovane giocatore a realizzare un 147, in competizione ufficiale. Hearn lo vuole alla Matchroom a far coppia con Davis ed è da questo nucleo che nasce l’dea del SUPERTEAM che andrà alla conquista del mondo.

 Al GALLIA si comincia nel primo pomeriggio, con Davis-Meo. Tra i due è un po’ la storia, se vogliamo, del RE e del suo SCUDIERO e a tal punto che quando Davis si trova a parlare del suo amico di origine italiana, lo chiama Tony MIO, quasi a voler far credere che si tratti di una cosa SUA , di una sorta di attendente di cui poter disporre senza farsi troppi problemi. In realtà MIO è la corretta pronuncia di MEO, in inglese, ma si tratta di una «sfumatura» che pochi riescono a cogliere, perché nell’ambiente del biliardo nostrano la conoscenza dell’inglese, all’epoca, era praticamente ZERO! Lasciando da parte le facezie, Davis conosceva bene la forza del suo compagno preferito di coppia, quel giocatore che lo aveva supportato, non a caso ,nella conquista di ben 4 titoli mondiali di DOPPIO. Ma Tony è molto valido anche in singolo, come comprovato in carriera da vari titoli internazionali che vanno ad aggiungersi ad un British Open – torneo valido per il ranking – e ad una semifinale in campionato del mondo. Giocatore molto dotato  dal punto di vista tecnico, il mancino londinese, da buon LATINO,  pecca un po’ di emotività e non è mai parso in possesso di  un adeguato livello di autostima. Un bel giocatore da TOP 16, ma poco credibile per reggere il confronto con un’autentica macchina da guerra come Davis, arrivato a 31 anni al vertice della carriera, con la conferma a numero uno del mondo e la conquista del quinto titolo iridato.  Come non bastasse, nell’87/88 ha completato anche la TRIPLICE CORONA, diventando il  primo  a vincere in una sola stagione i tre tornei più importanti: Mondiale, Masters e U.K. Giocatore implacabile, sempre assetato di vittoria (una specie di Vignaux trasportato in era moderna, dalla carambola allo snooker) Davis ha su Meo anche un chiaro vantaggio sotto il profilo psicologico, che gli viene dall’averlo battuto sistematicamente nei testa a testa, con un eloquente bilancio di 29 vittorie contro appena 6 sconfitte. Ora bisogna considerare  che queste semifinali sono programmate sulla breve distanza delle 5 partite, per cui la sorpresa è sempre dietro l’angolo, ma si dà il caso che Meo  stia attraversando un periodo negativo. E’ uscito momentaneamente dai TOP 16, quando invece  il suo RE continua a mietere successi su tutti i campi di battaglia. Di recente anche all’inizio  di questo nuovo TOUR CONTINENTALE sponsorizzato in grande stile dagli  inglesi della Norwich Union Insurance.

Il match tra i due amici-rivali londinesi comincia all’insegna dell’equilibrio. Meo non è per nulla rinunciatario e nella terra dei SUOI AVI cerca ispirazione per una bella rivincita  su questa specie di fratello CRUDELE che è, per lui, Davis. Il match va impostato con grande attenzione fin dall’inizio ed è il campione del mondo a mettersi in moto per primo con  una miniserie di 36, che risulta decisiva per la vittoria in un frame iniziale a basso punteggio, vinto per 55-10. Adesso è Meo a trovarsi subito sotto pressione,  per una partita che non può permettersi il lusso di perdere. Il NOSTRO ha una bella reazione e col prezioso contributo di un buon break da 46, fissa l’1-1. Il terzo frame è quello chiave in un incontro al meglio dei 5 e si sviluppa, comprensibilmente, in modo frammentato per poi accendersi nel finale sui colori. Qui Davis piazza il colpo di reni per imporsi allo sprint, sulla nera, per 65-51. Si mette male  per il nostro «ORIUNDO», che comincia a vedere  decisamente nero quando dalla tribunetta laterale si alza un «FORZA TONI», in marcato accento veneziano, che vorrebbe essere di incoraggiamento, ma in realtà finisce col fargli più male che bene, perchè riapre una vecchia ferita mai completamente rimarginata. Una cicatrice rimastagli in petto per  un episodio analogo, proprio contro Davis, nella finale di un torneo valido per il ranking : il Lada Classic 1984. Un match equilibratissimo che sull’8-8 finisce al DECIDER. Qui succede il «fattaccio», se così lo vogliamo chiamare, perchè dalle tribune parte, proprio nel momento meno indicato, un «Come on, Tony» che fa perdere la concentrazione al NOSTRO, portandolo a commettere un fatale errore nella serie finale sui colori, proprio quando il  primo successo in un torneo valido per il ranking era lì, a portata di mano. A 4  anni di distanza la ferita si riapre adesso,  al GALLIA, nel frame potenzialmente decisivo del primo match professionistico di SNOOKER, in Italia. Un match che il nostro «ORIUNDO» darebbe chissà cosa per vincere, proprio davanti ai  SUOI FAMILIARI venuti a sostenerlo dalla laguna. Invece PESCI IN FACCIA anche questa volta per  il BUON TONI che si fa prendere dal nervosismo e mette allo scoperto il suo famoso TIC, quello di tamburellare FASTIDIOSAMENTE le dita sul panno, mentre è in posizione di tiro. Quel tic che nel tempo, complice la tv, sarebbe diventato VIRALE e alla lunga avrebbe contribuito a ricordarci  questo bel giocatore più per il suo VEZZO stilistico, che non per le vittorie in carriera che, comunque, non sono state poche.  Il cosiddetto TIC DI MEO ha «COLPITO» duro nello snooker, ma fortunatamente non è diventato una vera e propria PANDEMIA, restando confinato al classico gioco con le 21 bilie colorate. Chi invece continua  a colpire duro è, come sempre, il pluricampione del mondo che va a piazzare una valida serie di 41, che gli consente di chiudere il quarto frame col punteggio di 61-27. Il match si conclude sul 3-1 e Davis diventa il primo finalista del torneo di Milano.

 Adesso, in sala, inservienti all’opera per dare una bella spazzolata al biliardo, mentre gli ospiti hanno una  mezzora di pausa per andare al bar, o per sciamare verso la HALL a far commenti su Davis e sulla qualità di un evento che è davvero FUORI QUOTA per quelle che sono le abitudini del biliardo nel nostro paese. Poi, verso le 17, si riprende con la seconda semifinale per dare spazio, quindi, alla pausa cena in attesa della finale, prevista per le ore 20. Introdotti in sala dal maestro di cerimonie e salutati da un caloroso applauso, ecco intanto che arrivano i protagonisti del prossimo incontro. Si tratta del gallese Terry Griffiths, 41 anni, numero 5 del mondo, e l’inglese Willie Thorne, 34 anni, numero 13, facilmente riconoscibile per l’inconfondibile PELATA, sempre tirata a lucido, che sembra stargli appiccicata in testa. Sicuramente la semifinale meno coinvolgente per il pubblico, perchè a differenza della prima qui gli spettatori fanno fatica a distinguere chi sia l’uno, chi sia l’altro. Però se quello con la pelata è l’inglese, allora l’altro, più filiforme, deve essere il gallese … Griffiths tra l’altro è quello con la sigaretta sempre accesa, ma la sua non va considerata una caduta di stile, anzi va interpretata come in omaggio silente all’onnipotenza delle multinazionali del tabacco, che con le loro sponsorizzazioni hanno decretato la fortuna di questo gioco. Se poi il vicecampione mondiale fuma come UN TURCO, allora è più che probabile che dipenda dalla sua condizione di giocatore più sotto pressione, in campo. Thorne, al confronto, può riposare tra due guanciali, perchè se non ce la fa lui, c’è sempre Davis a coprirgli le spalle. Ma MR. MAXIMUM sa anche che, in qualche modo, l’avversario lo soffre sia per la facilità di esecuzione, sia per la qualità  del gioco di serie. Non a caso è lui avanti nei testa a testa,  per 11-7.  Niente di strano perché il talento dello sfortunato Thorne (1954 – 2020), come pure le sue DEBOLEZZE UMANE sono state ben in evidenza nel corso di una carriera contrassegnata, comprensibilmente, da preoccupanti ALTI E BASSI. (nda: vedi PARTE TERZA del nostro racconto). Emblematico del personaggio è di aver realizzato innumerevoli SERIE PERFETTE  al Club, a Leicester, ma UNA SOLA  in competizione ufficiale in tutta la carriera. Come dire TANTO FUMO  e …

Griffiths -Thorne è la semifinale meno blasonata, ma gli addetti ai lavori sanno che si tratta del match potenzialmente più interessante, sia per l’equilibrio delle forze in campo, sia per le forti motivazioni che spingono i due a dare il meglio. Griffiths, in particolare, si ritrova con le SPALLE AL MURO  e solo vincendo il torneo potrà accedere al GRAND FINAL di Montecarlo, in compagnia di Davis, Taylor e White, per andare a caccia del superpremio di 100.000 sterline, pari a 330 milioni di lire, che andrà  al vincitore del CIRCUITO. In caso contrario sarà Thorne a far rotta verso la Costa Azzurra. Vietato parlare, dunque, di match di esibizione come tanti possono pensare. Questo è proprio l’ incontro che nessuno vuole perdere. Si parte in STRETTA DIFESA ed è il gallese a prendere l’iniziativa per  piazzare il primo affondo con una serie di 41, che lo porta a chiudere in tranquillità  il frame iniziale, per 89-25. A seguire arriva lo  STEAL che gli consente di bruciare in rimonta, per 79-69, un Thorne protagonista di un ottimo avvio, grazie ad una valida serie di 62 destinata ad essere ricordata come il primo MEZZO CENTONE visto nel BEL PAESE. Ma più che la serie di qualità  è lo STEAL a far male in questo gioco. Poi Griffiths è molto tecnico, pulito, uno che procede con la regolarità di un METRONOMO. Se ti sta davanti gioca ancor più ALLA REGOLA e non c’è verso che  possa commette imprudenze. Rimontarlo diventa difficile e se ne accorge bene l’inglese  che questa volta deve rassegnarsi a subire un secco 3-0. In fondo per l’alba dello snooker in Italia, finale migliore non ci può essere. Davis e Griffiths si sono affrontati quest’anno in finale al Mondiale e adesso è giunto il momento dell’attesa RIVINCITA. Griffiths è obbligato ad imporsi, ma Davis non vuole perdere MAI. I due arrivano ben rodati al match-clou e la distanza dell’incontro, sul classico FORMAT delle 9 partite, per una potenziale durata di 3-4 ore di gioco, è garanzia di una FINALE ad alto livello. Ora è arrivato il momento della pausa cena e i fortunati che possono permettersi di pasteggiare al GALLIA, sanno già  che sarà, comunque, una serata speciale. Peccato per i due filiformi campioni non poter godere appieno di una cucina italiana di così alta scuola. E’ comprensibile, peraltro, che con lo stomaco bloccato dalla tensione, più che un toast e una coca non riescano a mandar giù. Ma i GRANDI, è risaputo, hanno ben altro di cui nutrirsi. Sfide e gloria sportiva sono il loro pane quotidiano.

 

 

 

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