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Quando i Re del Rugby curarono le ferite della Grande Guerra

Quando i Re del Rugby curarono le ferite della Grande Guerra

Il 28 giugno 1919 veniva firmato il Trattato di Versailles che poneva fine ufficialmente alla Prima Guerra Mondiale, lasciandosi dietro morte e distruzione. In questo contesto lo Sport ricoprì il ruolo fondamentale di cercare di guarire le tragiche ferite della Grande Guerra. Vi raccontiamo in che modo.

L’11 novembre 1918 il primo conflitto mondiale giunse finalmente al termine con la firma da parte della Germania dell’armistizio imposto dagli Alleati. Per quattro anni e tre mesi i demoni della distruzione e della morte avevano vagato indisturbati tra le terre d’Europa seminando la furia cieca e irrazionale della guerra. Più di 9 milioni di giovani vite erano state spezzate sui campi di battaglia, oltre 21 milioni i feriti.

Tra i civili circa un milione di persone erano morte a causa delle operazioni militari e più di 5 milioni decedute per carestie ed epidemie. Una cicatrice indelebile nella storia dell’umanità che aveva ridotto l’Europa ad un cumulo di macerie. Lo stato di belligeranza tra le varie nazioni rimase in vigore per diversi mesi dopo l’armistizio fino all’apertura della conferenza di pace di Parigi del 18 gennaio 1919 che avrebbe portato alla stipula del trattato di Versailles del 28 giugno 1919.

Aveva inizio il lungo processo di smobilitazione delle truppe dal fronte. I sopravvissuti provenienti da ogni parte dell’Impero britannico furono costretti a rimane in Europa ancora per molto tempo prima di poter far ritorno a casa. Una situazione favorevole per l’organizzazione di un maestoso torneo sportivo internazionale in onore della vittoria militare.

Per tutta la durata del conflitto gli sport di squadra come il rugby furono un aiuto fondamentale per mantenere gli uomini in forma e occupati, distogliendoli dagli orrori della guerra. Ebbero un ruolo chiave nel tenere alto il morale delle truppe e nel rafforzare il senso di appartenenza. Così, nel gennaio 1919, il War Office, dipartimento del governo britannico preposto all’amministrazione delle forze armate, decise di pianificare una competizione di rugby a 15 tra le diverse formazioni militari dell’Impero. L’8 febbraio, i vari rappresentanti si riunirono al Junior United Services Club di Londra con a capo il generale Harrington per trovare l’accordo sull’Inter-Services and Dominions Rugby Championship da giocarsi sotto l’egida dell’Army Rugby Union. L’evento ricevette il sigillo reale di approvazione, diventando la King’s Cup, in onore di Sua maestà Giorgio V. Il sovrano conosceva l’importanza sociale dello sport e la sua grande forza aggregativa, per questo non perse l’occasione di celebrare la vittoria delle truppe provenienti da ogni parte del mondo nell’ambito di un evento che era una vera e propria dichiarazione di mantenimento dell’Impero britannico in un’unione politica e sportiva. Un evento per commemorare inoltre il grande tributo di vite dato dai giocatori di rugby alla causa. Ben il 90% dei giocatori britannici si era arruolato e il 35% era caduto in guerra. Una dedizione al sacrificio trasmessa dallo spirito guerriero dello sport praticato. I giocatori di rugby erano uomini duri, temprati dalla fatica, abituati al lavoro di squadra e alla disciplina. In molti casi appartenenti alla classe media, si trovarono spesso con funzioni di comando al fronte.

Quello che fu il primo torneo a livello internazionale per gli sport di squadra venne preparato minuziosamente per dare a tutta la Gran Bretagna la possibilità di acclamare le truppe nazionali e quelle dei Dominions che avevano coraggiosamente difeso l’Impero e i comuni valori anglosassoni. Le otto sedi vennero scelte per raggiungere una vasta popolazione in tutto il Paese: Edimburgo (Scozia), Swansea e Newport (Galles), Bradford, Gloucester, Leicester, Portsmouth e Londra (Inghilterra) dal 1º marzo al 16 aprile 1919. Sei rappresentative presero parte al torneo strutturato in un girone all’italiana: quella dell’esercito britannico (British Army, che partecipò con il nome di Mother Country) e dell’aviazione britannica (RAF, Royal Air Force), poi quelle delle forze armate neozelandesi (NZEF, New Zealand Expeditionary Force), australiane (Australian Services), sudafricane (SA Combined Services) e canadesi (Canadian Services). Al termine del torneo si trovarono in testa alla classifica appaiate ad 8 punti la British Army e le forze armate neozelandesi, dalle uniformi di gioco completamente nere. Entrambe con 4 vittorie e 1 sconfitta. La Mother Country aveva perso proprio contro i neozelandesi 3-6 a Edimburgo, mentre la NZEF era stata battuta dagli storici rivali australiani 5-6 a Bradford. Per l’assegnazione del trofeo si disputò lo spareggio a Twickenham il 16 aprile 1919.

L’incontro fu incerto ma alla fine prevalsero i neozelandesi per 9-3. La fisicità delle truppe dell’ANZAC (Australian and New Zealand Army Corps), che era stata ammirata durante la guerra, mostrò la sua superiorità sul campo da gioco. Durante il torneo non mancarono le polemiche. La più importante concerneva la presenza di giocatori di rugby a 13 professionisti, soprattutto australiani, contro i quali la RFU (Rugby Football Union), organo amministrativo del rugby inglese, aveva preso più volte posizione. Inoltre, nelle partite della competizione riemersero le divergenti visioni su regolamento e gioco tra l’emisfero boreale e quello australe. I britannici erano soliti criticare il vigoroso stile di gioco interessato esclusivamente al risultato degli oceanici. Nonostante ciò l’evento fu un successo e per mantenere la promessa fatta agli alleati di guerra francesi si tenne il 19 aprile 1919 a Twickenham un incontro tra la rappresentativa neozelandese, vincitrice della King’s Cup, e la squadra delle forze armate transalpine. La partita non fu combattuta e la NZEF si impose con un netto 20-3. Dopo l’incontro, re Giorgio V consegnò il trofeo a Jack Ryan, capitano della formazione neozelandese. Anche il match di ritorno a Parigi, a maggio, vide la vittoria dei Kiwis per 16-10. Da allora e per molti anni a venire nessun’altra competizione riunirà le migliori nazionali di rugby fino alla 1987 Rugby World Cup, che riprenderà il filo della storia da dove era stato abbandonato sette decenni prima: vale a dire con gli All Blacks sul trono del mondo.

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    Gianmarco Galfano

    Luglio 25, 2019 at 4:34 pm

    Complimenti, ottimo articolo!

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