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#Prequel, prima del Professionismo: Intervista ad Amedeo Carboni

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#Prequel, prima del Professionismo: Intervista ad Amedeo Carboni

L’ex terzino racconta il periodo che ha preceduto il suo ingresso nel mondo del calcio professionistico, nella sua Arezzo.

Arezzo, Fiorentina, Bari, Empoli, Parma, Sampdoria, Roma, Valencia. Sono le maglie di club indossate da Amedeo Carboni, ex terzino entrato indelebilmente nel cuore dei tifosi della Roma e soprattutto del Valencia, per l’impegno e la dedizione profuso fino all’ultimo giorno della sua carriera. Diciotto presenze in Nazionale Maggiore in un periodo in cui la concorrenza per una maglia azzurra era agguerritissima, certificano l’indiscutibile valore di un calciatore che sapeva unire costanza e lealtà sul campo da gioco. Una volta appese definitivamente le scarpe da calcio a quel chiodo arrugginito che ogni atleta finge fino all’ultimo momento di non vedere, Carboni nel 2006 ha assunto il ruolo di direttore sportivo del Valencia prima di mostrare al pubblico la sua competenza nel ruolo di opinionista in alcune trasmissioni sportive italiane. Insieme alla sua numerosa famiglia ora vive in Spagna, la sua seconda patria, ma non ha mai dimenticato le sue origini e gli albori della sua storia sportiva iniziata ad Arezzo.

Ciao Amedeo, grazie per aver accettato questa intervista. Dove ti trovi esattamente in questo momento?

Ciao, mi trovo a Barcellona, con la mia famiglia, ormai questa è casa mia.

 Vero, in Spagna stai vivendo da molti anni una seconda vita, ma noi in realtà noi vorremmo partire dal tuo passato, ad esempio dai tuoi fratelli calciatori come te.

Sì, sono l’ultimo di quattro fratelli, tre maschi e una sorella. Ho avuto due fratelli maggiori che hanno giocato a calcio e in larga parte è merito loro se ho continuato su questa strada. Entrambi erano attaccanti. Sergio è del ’49 ed è arrivato fino alla convocazione nella Nazionale Dilettanti che all’epoca era abbastanza importante, mentre Guido, dopo aver militato in molte squadre toscane di Serie C ha avuto e sta avendo una carriera molto intensa su varie panchine italiane, nel ruolo di allenatore.

 Seguire le orme del fratello maggiore si è rivelata una scelta naturale?

Io e mio fratello Guido in sostanza abbiamo seguito l’esempio del nostro fratello maggiore che per noi era come una guida spirituale per quanto riguarda il calcio. Quando non andavo a scuola Sergio mi portava con sé a vedere gli allenamenti. Era ed è ancora uno degli sport più semplici da fare, bastava un pallone per giocare ovunque. Non dovevi comprare neanche scarpe adatte per il calcio… anche se poi le rompevamo tutte!

Tutto lascia pensare che i tuoi genitori fossero presumibilmente pronti all’eventualità che avresti continuato a giocare seriamente al calcio

Sì, anche se mio padre, dopo tre figli entrati nel mondo del calcio, ancora non riusciva a capire il fuorigioco! (ride, ndr) Ad ogni modo siamo cresciuti senza avere pressioni da parte dei nostri genitori anche perché non conoscevano questo mondo. Ci hanno lasciati liberi di inseguire il nostro sogno senza dimenticare la priorità assoluta degli studi che per loro era fondamentale. Le alternative non erano molte, in quel periodo dalle mie parti potevi al massimo andare in bicicletta o praticare la corsa campestre.

E a scuola come te la cavavi?

Devo dire che fino alle scuole medie andavo piuttosto bene, poi quando gli allenamenti e gli impegni nel calcio assunsero una rilevanza maggiore cominciai ad avvertire le prime difficoltà negli studi.

Ti mancano la tua Arezzo e la Toscana?

Certo, i miei fratelli e mia sorella vivono ancora lì, ogni occasione è buona per tornare nella mia terra. Lasciai Arezzo la prima volta per andare a giocare nella Primavera della Fiorentina dove trovai subito Arrigo Sacchi come allenatore. Con lui il rapporto è stato molto buono, mi ha portato anche in Nazionale. Poi mi accasai a Bari, in prestito perché ero sempre di proprietà dell’Arezzo.

 In quel periodo intermedio avevi già il sentore che un giorno saresti diventato un calciatore importante?

Onestamente no, ho sempre vissuto alla giornata in quegli anni, pensavo all’allenamento e alla partita della domenica successiva. Penso che il nostro sia un lavoro in cui l’aspetto mentale conta più di quello fisico, bisogna sempre rimanere con i piedi per terra.

 Di quegli anni ricordi un nome in particolare, un addetto ai lavori, una persona che si è rivelata cruciale per la tua carriera?

Tutti i calciatori ricordano sempre un allenatore professionista che reputano importante per la propria carriera, invece a me piace ricordare gli allenatori dell’infanzia. Avevano un doppio ruolo, quello di istruttori di calcio e di genitori, erano dei veri e propri educatori. Si sta perdendo questo ruolo nel calcio contemporaneo, quando hai 10/11 anni non puoi pensare di instillare a un ragazzino solo i dettami del calcio, ma devi cercare di comunicargli anche altre cose come la probabilità che la sua vita professionale potrebbe materializzarsi lontano da un campo da calcio.

 Qualcuno dice che negli ultimi tempi la tecnica dei calciatori sia peggiorata perché i bambini giocano meno a calcio nelle strade e perché gli allenatori si concentrano sin da subito sulla tattica, concordi con questa tesi?

In realtà rispetto a qualche anno fa credo che le nuove accademie abbiano raddrizzato la rotta e che siano più attente sotto quel profilo. C’è da dire che ai miei tempi si era più autodidatti, anche se a mio avviso oggi si continua a dare molta importanza al risultato in un’età troppo giovane per il calciatore. Molti allenatori di queste scuole calcio sono giovani e quando sei giovane dai più importanza al risultato, questo potrebbe essere uno dei motivi. Penso che più i giocatori sono piccoli di età e più ci debba essere una figura con molta esperienza a guidarli.

 Come molti altri suoi ex colleghi che abbiamo intervistato pensi che il ruolo dei genitori sia diventato sempre più soffocante per i giovani calciatori?  

Sì, credo che alcuni genitori siano tremendi… E’ il vero problema, pensano di avere Messi o Ronaldo in famiglia, pretendono che il loro figlio debba avere subito un procuratore e che il loro figlio debba mettere in secondo piano la scuola. Conosco genitori che hanno lasciato il lavoro per seguire il figlio, altri ammettono candidamente che vorrebbero un figlio ricco che guadagni tanti soldi perché vedono ragazzi che in grandi squadre, a 17 anni, percepiscono già 5 o 600 mila euro. Non si pongono neanche il problema di quali potrebbero essere i reali desideri del figlio.

 Pensi che il web e le nuove tecnologie abbiano influito negativamente in tal senso?

Tutte le recenti novità vanno trattate con le dovute precauzioni. In questi settori c’è un ritorno commerciale enorme che non sempre va di pari passo con i meriti di un atleta. L’esempio lampante è il giro di soldi che muove un Cristiano Ronaldo o un Neymar che è sicuramente superiore rispetto a Lionel Messi. Mi viene in mente anche Iniesta, a mio avviso un grandissimo di tutti i tempi, che commercialmente non era a quei livelli anche perché caratterialmente molto riservato.

 C’è una cosa che hai trasmesso o vorresti trasmettere ai tuoi cinque figli?

Con mia moglie stiamo cercando di dare il massimo ai nostri figli nell’ambito dell’istruzione e della formazione, è la cosa più importante per il loro futuro. Il consiglio che mi permetto spesso di dargli è di cercare un lavoro che gli piaccia perché la passione è il motore di tutto. Quando lo troveranno sarà tutto in discesa. Non esistono lavori perfetti ed è vero, anche i calciatori quando giocano male e finiscono al centro delle critiche di stampa e tifosi o si trovano male in un club e in una città, vivono momenti molto difficili nonostante stipendi di tutto rispetto. Ho conosciuto persone che avrebbero speso tutti i loro soldi per curarsi da una grave malattia…

 Amedeo, sei stato gentilissimo, da oggi sei un personaggio di #Prequel.

Figurati, grazie a voi, è stato un piacere.

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Antonio D Avanzo
A cura di

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