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Prendere i Tori per le corna: in difesa del Lipsia

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Prendere i Tori per le corna: in difesa del Lipsia

La plastica è qui per restare. Meglio arrendersi, perché è come la VAR. Ci sono problemi, critiche, ma indietro non si torna. Quindi, tanto vale imparare a gestirla, apprezzarla per quel che è e criticarla non per partito preso, ma per problematiche reali. Un discorso che sembra legato a doppio filo al dibattito sul cambiamento climatico, ma che in realtà parla di calcio. E no, non per la similitudine con la VAR. La plastica, per i tifosi tedeschi (ma non solo per loro), ha un nome e una ragione sociale. RasenBallsport Leipzig. Il club più odiato di Germania. Una squadra che gioca all’attacco, ma che ha bisogno di qualcuno che la difenda. Dai luoghi comuni e da un’antipatia comprensibile, soprattutto ora che è tra le migliori sedici squadre d’Europa. Un odio che a volte è anche più che sportivo. Che per certi versi è persino atteso. E certamente esagerato, nonostante tanti “sì, ma”.

“Sì, ma è la squadra della Red Bull!”. Vero, verissimo. Al punto che per non fare confusione in Europa con il Salisburgo hanno dovuto riorganizzare le due società e far vedere che, in linea assolutamente teorica, la proprietà è differente. Dunque, la squadra dei Tori che hanno le ali. Come ben due scuderie nel mondiale Formula Uno, altrettante squadre di hockey su ghiaccio e persino un team di Mountain Bike. Ambiti in cui però nessuno ha nulla da ridire. Succede che una grande azienda abbia parecchio a che fare con lo sport. Chissà se quando negli anni Venti gli Agnelli hanno preso le redini alla Juventus qualcuno ha parlato di squadra di plastica. Eppure le sorti della Signora sono da ormai un secolo legate alla FIAT quanto quelle del Lipsia alla Red Bull. Magari, se la squadra bianconera si fosse chiamata Football Italia Amatori Torino qualcuno avrebbe capito meglio il nesso.

“Sì, ma ci prendono per i fondelli! Cercano di nascondere il fatto che siano della Red Bull!”.  Obiezione respinta. Il Lipsia si chiama RasenBallsport, che tradotto è un terrificante “lo sport della palla sul prato”. Insomma, un po’ qualsiasi attività di squadra e non, dal rugby al cricket, passando per il golf e le bocce. Ma meglio non stare qui a sottilizzare. Il nome dell’azienda è nascosto e viene richiamato solo dalle iniziali, il Lipsia non si chiama Red Bull come il Salisburgo. Ma c’è un ottimo motivo e non dipende dalla società. In Germania è proibito inserire un marchio commerciale all’interno del nome di una squadra. Come dite? Il BAYER Leverkusen? Così legato all’azienda farmaceutica che la squadra e i calciatori vengono colloquialmente chiamati ASPIRINE? Eh, no, in quel caso c’è stata una deroga. Però le squadre di plastica a questo punto sono almeno due (senza andare a pescare anche il molto motoristico Wolfsburg). E se il tifoso neutrale si sente preso in giro da un nome ridicolo, che nasconde una realtà conclamata e mai nascosta, la colpa non è certo del club.

“Sì, ma il Lipsia non ha storia, è di recente fondazione. È cresciuto grazie ai soldi della Red Bull!”. Innegabile, il club è nato nel 2009. Giusto una decina di anni per arrivare dalla NOFV-Oberliga, la quinta divisione tedesca, alla qualificazione alla fase a eliminazione diretta della Champions League. Se però saper organizzare, programmare e applicare in campo le proprie capacità e disponibilità economiche è un crimine, allora non è il caso di prostrarsi davanti al Leicester, al Montpellier o a chissà quale altro “miracolo” del calcio moderno. Il compianto Vichai Srivaddhanaprabha non era mica un poveraccio. E nel 2009, mentre il Lipsia era invischiato nella quinta divisione, le Foxes erano giusto qualche gradino più su, in League One. Poi, due anni dopo, sono arrivati i soldi dalla Thailandia ed è iniziato il cammino verso una vittoria leggendaria. Ma se quello del Leicester è un miracolo, il Lipsia non può essere un abominio.

“Sì, ma hanno comprato il titolo da una squadra già esistente!”. Come se fosse una cosa mai accaduta. Succede in tutte le serie minori, ovunque. E il cammino della Red Bull per “trovare” il Lipsia è stato tortuoso, ma ha riportato il calcio della Germania Est in Bundesliga. Sì, ok, non sarà romantico come l’Union Berlino (a cui vanno 92 minuti di applausi a prescindere), ma quando c’era da investire nelle squadre della ex DDR-Oberliga, dov’erano le società o i grandi gruppi industriali? Solo per rimanere a Lipsia, la gloriosa Lokomotive è fallita e ora vivacchia in quarta serie, il Sachsen-Chemie è morto, risorto e di nuovo deceduto, nonostante l’offerta della Red Bull di acquisire il titolo. “Onore a chi non si è piegato”, penseranno certamente i tifosi biancoverdi. Che però ora un club per cui tifare non ce l’hanno più. Fa schifo e non si può essere più d’accordo che sia effettivamente così. Ma è il mondo del calcio moderno che crea queste situazioni, non può essere colpa di chi ha l’unica pecca di stare al gioco. E a questo punto l’SSV Markranstädt, che ha ceduto il suo titolo sportivo, non è meno complice. Un anno dopo è rinato, una divisione più in basso, con una bella buonuscita da parte della Red Bull. C’è odore di plastica anche lì? No, per carità, in quel caso il club si è “affrancato dal giogo della multinazionale”. Che lo abbia fatto guadagnandoci, evidentemente, non è molto chiaro.

“Sì, ma i tifosi del Lipsia non esistevano. Sono artificiali!”. Qui ci vorrebbe una lunga digressione in grado di spiegare le origini del celeberrimo premio “Grazie Al C***o”, che non può che andare di diritto a un’obiezione simile. Qualsiasi squadra nasce senza tifosi. Quando accade il contrario, allora sì che è un’operazione fatta a tavolino. Il “dramma” del Lipsia è essere nati nel 2009 e non magari nel 1969, un anno prima del per nulla plasticoso Paris Saint-Germain. Un giorno, i nonni potranno raccontare ai nipotini di quando i Tori Rossi iniziavano la scalata dalla quinta divisione o della prima storica qualificazione in Champions. E si creeranno miti fondativi accettati ed accettabili, come quello della fusione che ha fatto nascere la Roma o la scissione della Juventus che ha visto sorgere il Torino. Il problema è che quei nonni del futuro oggi sono ancora dei trentaquattrenni senza figli, che si sfondano di Red Bull (la proprietà bisogna pur supportarla, dopotutto) a ogni gol di Sabitzer o di Forsberg. Ma appena provano a ricordare il leggendario 3-2 di Coppa di Germania contro il Wolfsburg nel 2011 (Lipsia in Regionalliga, Wolfsburg campione di Germania due anni prima) vengono riempiti di insulti. Il tempo sarà anche galantuomo, ma le altre tifoserie, al momento, lo sono decisamente un po’ meno.

“Sì, ma col Salisburgo si scambiano i giocatori!”. Verissimo, ma chiamateli scemi. Quanti giovani talenti hanno sprecato il loro potenziale aspettando un’occasione mai arrivata in un grande club? E quanti altri si sono bruciati dopo l’impatto improvviso con un campionato ancora troppo competitivo per le proprie capacità? In casa Red Bull hanno affinato un meccanismo che molti altri club utilizzano da decenni (vedere il caso Chelsea-Vitesse, tanto per rendersene conto). E quindi i giovanissimi che vengono individuati dall’area scouting (forse al momento la migliore al mondo) si fanno prima le ossa a Salisburgo, dove possono crescere senza troppe pressioni (vero Håland?). Poi arriva lo step successivo, il Lipsia. La Bundesliga, un campionato di livello molto più alto rispetto a quello austriaco. E qui i ragazzi capiscono davvero chi sono. E alcuni, come Naby Keita, spiccano il volo verso altri lidi, in cambio di bei soldoni per il gruppo Red Bull. Cosa c’è di diverso rispetto a quello che fanno molti altri rispettabilissimi club con decine di squadre satellite, qualcuno dovrebbe anche prendersi la briga di spiegarlo.

“Sì, ma sono la dimostrazione che ormai comanda il business e il denaro!”. Certo, assieme al Manchester City, al PSG, ma anche alle insospettabili Real Madrid e Barcellona. O, tanto per tornare all’inizio, la Juventus. Questo è il futuro del calcio, che piaccia oppure no. Indietro non si torna, purtroppo o per fortuna. Togliere il denaro dall’equazione significa far implodere il sistema, ma un reset non è nè assicurato nè tantomeno garanzia di “rimettere tutto a posto”. Non era più bello quando si andava a fare una scampagnata senza avere il telefonino sempre in mano? Certo, ma andatelo a buttare invece di stare a leggere queste parole. La ruota gira, altrimenti non avremmo mai avuto, paradossalmente, la ruota stessa. Togli i soldi, togli i diritti TV, togli tutto. E tu, tifoso che vivi in un paese europeo che non è la Germania, il Lipsia (o il Bayern, o il Borussia, o chicchessia) non lo vedi più. Così come le altre grandi squadre. Si vuole tornare al calcio degli anni Cinquanta, con i report degli inviati e niente dirette? Liberissimi di provare, ma quanti accetterebbero di farlo? E va bene non accettare il sistema, cercare di migliorarne le storture. In Germania, poi, c’è una enorme attenzione al tifoso, come dimostra la scelta di cancellare i Monday Night perchè non piacciono a chi va allo stadio. Ma una battaglia utopistica nel nome del “bel calcio di una volta” non ha senso. Anche perchè negli anni Venti del secolo scorso qualcuno avrà visto la nuova regola del fuorigioco a due giocatori e avrà pensato “eh, non è più il bel calcio di una volta”. E ci sarà sempre qualcuno più nostalgico di noi.

Quindi, a giochi fatti, meglio prendere i Tori per le corna. Si può odiare il Lipsia. Anzi, sportivamente parlando, se non lo si tifa, si deve odiare. Perchè può permettersi di scoprire campioncini, venderli a peso d’oro e trovarne tanti altri. Perchè ha convinto uno dei migliori giovani tecnici del mondo a sposare un progetto a lungo raggio. Perchè è un club che non si può prendere per il collo in fase di mercato, costringendolo a cedere giocatori a meno di quanto vorrebbe. Perchè è vero, fa rabbia vedere una società nata dal nulla, che ha alle spalle un colosso economico, che in dieci anni riesce a fare ciò che tantissimi club in tutto il mondo possono solamente sognare. Perchè forse il prossimo anno Håland non giocherà nè allo United nè alla Juventus, ma magari prenderà il posto di Werner. Che a sua volta il Bayern, nonostante la fastidiosa puzza di plastica che arriva dalla Red Bull Arena, pagherà molto volentieri parecchi milioni, come già accaduto con Kimmich. Odiate il Lipsia. Schifatelo. Disprezzatelo. Per quello che accade in campo e anche fuori. Ma non dategliene la colpa. Il RasenBallsport Leipzig è erede dei mali del calcio del suo tempo, non ne è di certo l’origine. E le colpe dei genitori non possono e non devono ricadere sui figli.

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