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Poli che si attraggono

Quando si affronta un avversario in una partita di calcio, a volte ci sono roboanti proclami quasi di battaglia atavica. Si parla di guerra, di nemico. Qualche allenatore utilizza un linguaggio militare per caricare.

Esiste un modo e un mondo diverso, che accoglie il rivale, che capisce anche quando si piega su se stesso per la fragilità del momento. E quando è il tuo avversario a tenderti la mano per rialzarti, la stretta ti sostiene di più.

Carl Ikeme è il portiere titolare della Nigeria. Si è guadagnato il ruolo sul campo, giocando tutte le partite di qualificazione. Gioca nel Wolverhampton, Inghilterra.
Il trentaduenne portiere un giorno va a fare degli esami di sangue assolutamente normali.
Normale non lo è il risultato, anzi la sentenza. Leucemia. La Nigeria però è qualificata alla coppa del mondo. Ma lui non potrà esserci, deve sospendere ogni attività agonistica. E pazienza se era l’occasione della sua vita, visto che in gioco ora c’è la vita stessa.

L’allenatore delle Aquile, Gernot Rohr, è a metà tra il problema di trovare un altro portiere e il dramma del suo titolare. Se non altro non si scorda di essergli grato, dice che lo porterà al mondiale come ventiquattresimo e che qualsiasi compenso verrà dato dalla federazione spetterà anche a lui. “Sarà con noi ovunque, dalla colazione al campo, fino a notte, il nostro uomo in più”. Solo che in Russia, il ragazzo non potrà andare, troppo cagionevole.
E fin qui, per quanto normale non sia, è quantomeno prevedibile che i tuoi compagni ti dimostrino affetto.

Poco prima di Nigeria – Islanda, avviene un gesto sublime. Capita che Jón Dadi Bodvarsson, giocatore islandese, sia ex compagno di Ikeme. Lui vorrebbe salutare il portiere con un bel gesto, proprio mentre la sua nazionale si incontra con l’altra di un mondo, di una vita, di un polo completamente diverso. Due antipodi senza che nessuno se ne sia accorto.

Allora va dal suo allenatore e gli chiede di provare a sondare se i ragazzi della squadra hanno voglia di salutare il portiere con lui. Il risultato lo vedete in questa foto. I giocatori islandesi che si fanno la foto tutti insieme, in mano hanno la maglia della Island con il nome di Ikeme. Mentre Hallgrimsson l’allenatore, giustifica il gesto dicendo “ci sono cose più importanti che il calcio, questa lo è”, il capitano Gunnarrsson va oltre. E dice una frase che molti in questi giorni dovrebbero tatuarsi, quando si fanno discorsi di varia estrazione e diversità, dice poche, ma lapidarie parole. “Gli auguriamo il meglio, siamo una grande famiglia”. Detto da un islandese ad un nigeriano. Che magari imparerà per l’occasione a dire “takk fyrir”, ovvero grazie mille.

Ettore Zanca
A cura di

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