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Piazzale Loreto e Michele Moretti, il terzino partigiano: quando il calcio si incrocia con la Storia

Piazzale Loreto e Michele Moretti, il terzino partigiano: quando il calcio si incrocia con la Storia

Il 29 aprile 1945 i corpi di Benito Mussolini, della sua amante Claretta Petacci e di altri gerarchi del fascismo venivano esposti a piazzale Loreto a Milano. Oggi, 29 aprile 2020, cade il 75esimo anniversario da quell’episodio che, secondo alcuni, rappresenta la fine simbolica del PNF (Partito Nazionale Fascista).

Mussolini e la Petacci erano stati giustiziati il giorno precedente, 28 aprile 1945, presso la località di Giulino di Mezzagra: una frazione del comune di Tremezzina, nella provincia lombarda di Como.

Il capo del regime fascista venne arrestato qualche ora prima mentre cercava di fuggire oltre confine per ottenere esilio politico in Svizzera o Germania. Terminava così, in modo parecchio inglorioso a parere di chi scrive, quel regime che, dal 28 ottobre 1922, aveva il folle obiettivo di riportare l’Italia “ai fasti dell’impero romano”.

Come da noi descritto in precedenti articoli furono parecchi i giocatori del tempo che diedero il loro contributo alla lotta di Resistenza contro questa dittatura. Tra questi, ad esempio, possiamo ricordare la figura di Giacomo Losi, conosciuto anche con il soprannome di “Core De Roma”. Ma vi è anche un altro personaggio, legato al mondo calcistico di quell’epoca, che prese parte alla fucilazione dello stesso Mussolini. Il suo nome era Michele Moretti, un partigiano della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”, ed era conosciuto con il soprannome di battaglia di Pietro Gatti.

Nato a Como il 26 marzo 1908, Moretti, vide da subito l’oppressione che il PNF attuò contro chi cercava di contrastarlo. Nel 1922 infatti, il padre Fedele, venne licenziato dal mestiere di ferroviere perchè nutriva simpatie verso il partito socialista.

Da un punto di vista strettamente calcistico questo personaggio, come spiegato da Edoardo Molinelli nel bel libro “Cuori Partigiani”, diede il via alla sua carriera da terzino nell’Esperia Football Club: “la seconda squadra di Como”. Da lì, prosegue Molinelli, “passò all’Associazione Calcio Comense nel 1927 (il vecchio nome dell’attuale squadra della città lombarda, n.d.r.), un anno dopo la fusione tra Esperia e Como FC”.

Moretti con la maglia dell’Italia

Tra la fine degli anni ’20 e l’inzio dei ’30 la Comense disputò alcune delle sue migliori stagioni di sempre. Questi risultati arrivarono grazie soprattutto alla solidità del reparto difensivo di cui Moretti diventò, nel corso del tempo, uno dei pilastri insostituibili.

Nella stagione 1930/1931 arrivò la promozione in serie B. Nel 1933/’34 la squadra della città lariana si classificò quarta e mancò, per soli due punti, la possibilità di giocarsi i play-off di promozione per la Serie A.

Nel 1934/’35, purtroppo, qualcosa andò storto e il terzino perse quel suo ruolo inamovibile in difesa e, per tale motivo, decise di lasciare il Como per trasferirsi al Chiasso. La squadra del Canton Ticino fu l’ultima della carriera calcistica di Moretti.

Come spiegato da Molinelli nella sua opera sui giocatori partigiani, però, la carriera di questo calciatore “oltre ad avergli regalato momenti di grande soddisfazione sportiva, era stata caratterizzata da alcuni episodi entrati poi a pieno titolo nella leggenda, episodi che tratteggiano perfettamente il suo carattere: era un ribelle, Michele, e non riusciva ad accettare le ingiustizie”. Nel febbraio del 1932, ad esempio, si ribellò (per mere questioni calcistiche) niente meno che a Vittorio Pozzo: celebre ct della nazionale di calcio, con la quale vinse la Coppa del Mondo nel 1934 e nel 1938.

Ma il lato più ribelle di Michele Moretti sicuramente lo si nota dal punto di vista politico. Già a metà anni ’30, difatti, aderì al Partito Comunista ( a quel tempo clandestino visto che era stato messo fuori legge dal regime fascista).

L’episodio più famoso, che unisce calcio e politica, riguardante questo terzino è quella che lo ritrae prima una partita, in mezzo ai compagni di squadra che fanno il saluto romano. Moretti dal canto suo, come descrive Molinelli nel libro, “tiene entrambe le braccia ben rivolte a terra”.

Con la caduta del regime di Mussolini, datato 25 luglio 1943, il giocatore passò ai fatti e diede il via a numerose mobilitazioni di protesta. Per questa sua presa di posizione militante fu arrestato dai nazi-fascisti e rinchiuso nel campo di concentramento di Sesto San Giovanni in attesa di essere deportato in Germania per i lavori forzati.

Il giocatore, però, riuscì a fuggire e il 24 aprile 1944  e salì sui monti dell’Altolago di Como per unirsi alle formazioni partigiane locali. Per l’esattezza, in questa circostanza, diede il suo fondamentale contributo alla nascita di quella che sarà riconosciuta con il nome di 52esima Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”.

L’episodio per cui viene ricordata la carriera partigiana di Moretti, però, avvenne in un luogo ed in una data ben precisi: il 28 aprile 1945 a Giulino. In quel giorno e in quella fazione, come ricordato all’inizio del pezzo, avvenne la fucilazione del capo indiscusso del Partito Nazionale Fascista. Michele Moretti, come viene spiegato in “Cuori Partigiani”, ebbe un ruolo decisivo nell’arresto del Duce, datato 27 aprile. Molinelli ci dice infatti che “si deve all’intuizione di Moretti di far credere al comandante nazista che il Ponte della Vallorba e il Ponte del Passo fossero stati minati che i tedeschi si arresero senza combattere, e fu lo stesso Moretti a dettare le condizioni per il passaggio della colonna e a ordinare il controllo mezzo per mezzo che portò al riconoscimento di Mussolini, camuffatosi da soldato della Wehrmacht e nascostosi in fondo a uno dei camion sotto una coperta militare”.

Fu, inoltre, Pietro Gatti che riuscì a convincere il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) nel prendere una decisione veloce sul da farsi. Vi erano infatti due pericoli principali da evitare: il primo era che il prigioniero finisse in mano alleata; il secondo, senza alcun dubbio il peggiore, che venisse liberato dagli ultimi fascisti rimasti fedeli.

Fu lo stesso Moretti, inoltre, ad accogliere i due partigiani, Aldo Lampredi “Guido” e Walter Audisio “Colonnello Valerio” , inviati dallo stesso CLN per uccidere Mussolini. Su chi effettivamente premette il grilletto ammazzando il capo del fascismo non si è mai venuto a sapere e, probabilmente, questo quesito rimarrà per sempre avvolto nella leggenda.

Noi dal canto nostro, in chiusura del pezzo, possiamo riportare una testimonianza che ci ha lasciato lo stesso Michele Moretti. Tale racconto, contenuto in due libri-intervista pubblicati Giorgio Cavalleri dal titolo “Un giorno nella storia: 28 aprile 1945” del 1990  e Ombre sul lago del 2007, recita così: “Fatti scendere dall’auto, il duce e la Petacci vennero posti contro il muretto di villa Belmonte. Mentre “Valerio”, imbracciato il mitra, pronunciava la sentenza di morte in nome del popolo italiano, Mussolini non apparve troppo sorpreso e, quando ebbe l’arma puntata contro di sé, gridò con foga Viva l’Italia! Ma il mitra si inceppò e quindi “Guido” estrasse la rivoltella, ma anche da questa non partirono i colpi. Allora Valerio mi chiamò, invitandomi a portargli il mio mitra modello MAS 7,75 lungo, di fabbricazione francese. Io arrivai di corsa […]. Poi…”.

Michele Moretti, nel dopoguerra, ricoprì un ruolo di sindacalista e, nel 1993, ricevette dal comune di Como l’Abbondino d’Oro: la massima onorificenza cittadina conferita a persone meritevoli del territorio. Morì nella città lariana il 5 marzo 1995 pochi giorni prima del suo 87esimo compleanno.

Un ringraziamento speciale a Edoardo Molinelli, autore del libro “Cuori Partigiani” per il contributo alla stesura di questo articolo.

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