È il minuto numero 83 di Argentina – Egitto, ottavo di finale del Mondiale. I campioni del Mondo sono sotto 2 – 1. Il diez Leo Messi ha prima sbagliato un rigore e poi fornito l’assist che ha riaperto la partita. Ora, dopo il più confuso di quelli che Bruno Pizzul avrebbe definito batti e ribatti il pallone torna verso di lui, come se qualcosa che va al di là della logica e della fisica sospingesse sempre la redonda verso chi sa trattarla bene. A quel punto Messi fa quello che Messi deve fare in un momento così decisivo. Direbbe la Gialappa’s Band che scaraventa una sbarbogia urticante sotto la traversa e fa due pari. Sebbene il risultato dica ancora altro, per quelli che sono i mutevoli umori del calcio, l’Albiceleste in quel momento ha vinto la partita. Pochi minuti, infatti, ed Enzo Fernandez fa 3-2.
Alla fine Leo piange, chissà se per la tensione che si scioglie o per la consapevolezza di quanto questo ballo abbia rischiato di essere l’ultimo. Invece no, ce ne sarà ancora almeno un altro. Un’altra sfida in cui toccherà a lui prendere in mano questa altrimenti sconclusionata scaloneta e portarla un passo più in là. Perché, diciamocelo, sta facendo tutto Messi. Goal, assist, rigori sbagliati. Se avesse dato davvero seguito al proposito di smettere con la Nazionale al termine del vittorioso ed emozionante Mondiale del 2022, chissà l’Argentina che cosa avrebbe concluso. Qualcuno lo immaginava come un attore appesantito dagli anni che fa la sua passerella finale in giro per gli USA per raccattare una dose di applausi più di pietas che di entusiasmo e invece questo segna e fa assist in tutte le partite.
Veniamo quindi al dunque. Per quale astruso, illogico, folle, psichedelico motivo sotto ad ogni post social che celebra l’ennesima impresa della Pulga si scatena una pletora di diversamente nostalgici che non riesce a resistere alla tentazione di (provare a) spiegare allo sprovveduto lettore di commenti cosa Diego Armando Maradona avrebbe fatto meglio di Messi se in campo ci fosse stato lui?
Ma soprattutto, gliene frega davvero qualcosa a qualcuno?
Non ne posso più. Non riesco a comprendere quale forza inarrestabile, quale impetuoso moto interno, si agiti fra le membra di questi grilli parlanti per indurli ad un’azione così evidentemente insensata. L’Argentina vince, Messi segna e loro, che si presume amino il calcio e quindi provino piacere nel guardarlo, anziché godersi gli highlights si precipitano sotto a ogni post che tratta l’argomento per scrivere un neanche troppo breve saggio che renda evidente la superiorità di Maradona.
Il calcio è argomento divisivo per antonomasia, me ne rendo conto, ma provo a traslare l’immagine in un altro contesto per vedere se regge.
Nei corridoi di un museo vi fermate di fronte a un quadro, che so, di Picasso. Siete lì che lo commentate ammirati insieme a qualcuno quando alle vostre spalle appare da dietro un estintore un simpatico signore di mezza età, in bermuda e sandali coi calzini, che si intromette nella conversazione per significarvi che, senza ombra di dubbio, Raffaello Sanzio lo avrebbe dipinto molto meglio. Per poi insistere, che voi non lo sapete, che non c’eravate, che lui sa bene quel che dice. L’intervento della sicurezza sarebbe l’inevitabile primo passo, e non mi sentirei di escludere a prescindere un TSO.
Il primo istinto sarebbe quello di non leggerli, certi commenti, giacché la pur avanzata tecnologia di questi anni non ha ancora inventato un lanciafiamme digitale che permetta di dargli simbolicamente fuoco; dopo aver – faticosamente – resistito alla tentazione di chiedere a uno dei tanti commentatori da quanto tempo frequenti così tanto la grappa, decido di ragionare su questo tema in maniera un minimo più seria.
Mi domando se in quest’epoca dell’opinione (non richiesta) ad ogni costo sia più importante dire la propria che godersi il panorama.
Voglio dire, uno sarà anche convinto che Maradona sia meglio di Messi (io non lo so e non lo voglio sapere, non mi interessa, li abbraccio e li bacio idealmente entrambi), ma come fa a non esaltarsi per il controllo di esterno e la successiva fulminea conclusione con cui Leo ha trafitto Capo Verde? Dire che questa sia stata una giocata sontuosa significa ridimensionare la bellezza di uno dei tanti goal capolavoro di Diego?
Al di là della nostra nazionale tendenza a dividerci in fazioni anche quando si parla di carbonara o amatriciana – non sia mai che uno sia libero di mangiare quello che vuole senza che ci sia un altro che gli illustra perché l’acidità del pomodoro arricchisce il guanciale di note nuove -, credo, ripensando alla sua intera carriera, che questa sia una questione strettamente legata a Leo Messi.
Lui e Diego sono egualmente mancini, egualmente bassi e, evitiamo di riaprire la polemica e diciamo democristianamente, egualmente forti. Quindi il paragone è in un certo senso obbligato, sebbene entro certi limiti.
Però, nonostante Leo abbia inanellato fin da subito prestazioni e numeri da GOAT assoluto che non interessano in un pezzo come questo, è sempre stato costretto ad inseguire qualcos’altro.
Per anni è stato oggetto quasi di scherno da parte degli argentini – popolo sempre pacato – che lo accusavano di essere spagnolo, per il noto trasferimento a Barcellona in giovanissima età. Non era solo quello il punto: a ferire l’orgoglio dei sudamericani era il fatto che, obiettivamente, Leo in Europa era immenso mentre con la Nazionale stentava. Lo prendevano come un insulto, come se lo facesse apposta. È sempre bene ricordare una battuta attribuita ad un altro rosarino di successo, El Negro Roberto Fontanarrosa: sapete come si suicida un argentino? Si arrampica sul proprio ego e poi si butta giù.
Tollerare che uno nato lì fosse diventato grande altrove e che ad ogni rientro in patria sembrasse il fratello scarso era impossibile. Era come perdonare un affronto davanti al mondo.
Poi, piano piano, Messi ha cominciato a incidere anche con la Nazionale, trascinandola alla finale, persa, nel 2014.
E lì i maradoniani ebbero vita facile. Nonostante Diego lo difendesse a spada tratta – il che fa poco testo, precedentemente era stato in grado di eleggere a suo erede finanche Andrès D’Alessandro – la vox populi era chiara: Maradona ha vinto un Mondiale da solo, lui no. A nulla serviva fare sommessamente notare che in quella squadra c’era gente come Valdano e Burruchaga. Diego aveva vinto, lui no.
Quando ha vinto anche Leo, sfoderando un mondiale sontuoso, gli argentini hanno immediatamente, e senza il minimo sobbalzo, cambiato idea.
Anche perché, nel frattempo, Diego era morto. O meglio, aveva finito di morire. Essendo nato nel 1984 ho cominciato a scoprire il calcio all’epoca della squalifica per cocaina di Maradona ed ho uno strano ricordo di quel tempo: quando ne sentivo parlare, in particolare dai tifosi napoletani, avevo l’impressione che si parlasse di un defunto. Se ne discuteva già al passato remoto. Poi Dios era tornato, era stato al Siviglia, era sparito di nuovo e poi era ripiombato sulla scena a USA ‘94. Il Mondiale serviva per lanciare il soccer negli Stati Uniti e, si sa, gli americani vogliono la Star. Chi era la star di USA ‘94? Roberto Baggio, un buddhista italiano col codino Stoichkov?! Un bulgaro, la star di un mondiale in America?!
Il personaggio hollywoodiano, fra tanti grandissimi campioni, mancava. E allora gli americani telefonarono a Buenos Aires chiedendo dove fosse Lui. Lui? L’uomo che insulta Fifa e Stati Uniti d’America ogni volta che scende dal letto? Sì, lui.
Si era rimesso in condizione e l’Argentina era più forte di quella del Mondiale italiano di quattro anni prima. A questo punto, si dice sul Rìo de la Plata, lo hanno fatto fuori, squalificandolo per doping in mondovisione, per paura che arrivasse fino a vincere il titolo per poi festeggiare insultando tutti con la coppa in mano.
Sto andando fuori tema. Quindi, se Diego non solo ha smesso di giocare ma è addirittura morto, che male c’è nel godersi le imprese di quello che è quantomeno il suo erede? Non è dato sapere.
Anzi, forse ho capito. Quello che questi commentatori del west subodorano, temono, percepiscono è un complotto: FIFA e americani vogliono che l’Argentina di Messi vinca il secondo Mondiale di fila, che Leo segni, così da poterlo consacrare come il più grande di sempre a discapito di Diego.
Ci sarebbe da fare una sola domanda: perché?
Non esistendo una risposta è difficile fare progressi. La dietrologia si incatena a pochi fatti, alcuni veri. Ad esempio, fin qui il cammino dell’Albiceleste è stato agevole.
Vero, ma per quanto questo dipenda anche da fattori non preventivabili, è comunque credibile che sia nell’interesse di chi organizza il Mondiale mandare il più avanti possibile determinate squadre evitando partite fra i big ai sedicesimi. Le avversarie trovate da Messi sulla propria strada non sono state finora irresistibili, ma non lo sono state neppure Ghana, Stati Uniti, Cechia, Australia ed Ucraina. Chi le ha affrontate?
La vittoriosa Italia del 2006 prima della semifinale; non sono sicuro, ma mi sembra di ricordare che non si offese nessuno.
C’è poi tutta una questione arbitrale. Secondo molti, Messi andava espulso alla prima giornata. Non entro nel merito, ma voglio dire: prima o poi sarebbe rientrato. O forse in alcuni Stati americani è prevista la pena di morte in caso di intervento falloso?
Le carriere di Maradona e Messi, a questo punto, si potrebbero dire equivalenti, sebbene chi sia più attento ai numeri rilevi come i titoli vinti da Leo siano decisamente di più (i maradoniani obiettano che due scudetti a Napoli ne valgono almeno 15). Le caratteristiche fisiche e tecniche si somigliano – i detrattori di Messi lo chiamano Nano, bisognerebbe fargli notare che i dati ufficiali lo vogliono 5 cm più alto di Diego, se mai questo dovesse significare qualcosa -, entrambi hanno vinto un Mondiale da protagonisti. Messi ha vinto otto volte il Pallone d’oro, che all’epoca del Pibe non poteva essere assegnato a giocatori non europei. Bisogna trovare qualcosa che sposti il piatto della bilancia a favore di Maradona.
Per molto tempo il leit motiv ha riguardato la ruvidità delle marcature: ai tempi di Diego, dicono i suoi adoratori, i difensori lo ammazzavano di calci. È difficile negarlo, come è difficile negare che Maradona queste regole d’ingaggio le abbia accettate con sportività: le prendeva e quando poteva le dava. Allo stesso tempo potremmo dire che il calcio di oggi è super organizzato, iper fisico e che quindi, pur venendo meno una generale licenza di uccidere concessa agli stopper, presenta ai dribblomani da scorribanda, come Diego e Leo, problemi di diversa natura ma di egualmente difficile risoluzione.
Chi, esasperato dalle polemiche infinite, voglia porre fine alla conversazione è solito dire che non si possono confrontare due giocatori di epoche diverse.
Nel caso della diatriba Maradona – Messi, almeno secondo me, questo non è sufficiente.
Diego e Leo sono, e questa è una differenza molto più profonda, due uomini che appartengono ad epoche molto diverse della storia dell’umanità.
Napoleone un giorno disse che per conoscere un uomo bisogna conoscere il Mondo dei suoi vent’anni. È evidente che il Mondo dei vent’anni di Maradona e quello di Messi non solo sono diversi, proprio non si parlano.
Nell’ultimo periodo, forti anche delle polemiche sul Mondiale, i seguaci di Maradona – a Rosario dal 1998 esiste la Iglesia Maradoniana, conta 820.000 iscritti nel mondo, fra cui, per la cronaca, Lionel Messi – stanno portando avanti una narrazione polarizzata e chiara: Maradona era un uomo contro il Sistema, mentre Messi del Sistema fa parte a pieno titolo e se ne avvantaggia quotidianamente.
Diego viene spesso definito un uomo del popolo, quando era più precisamente un populista, con tutto ciò che questo comporta. Se ci dovessimo mettere a ricercare un filo di coerenza, nel suo pensiero e nel suo orientamento politico, lo troveremmo solo – e non è poco – nella vicinanza agli umili. Per il resto, tolto un più volte espresso disprezzo verso gli USA (ridimensionato durante la presidenza Obama), la confusione regna abbastanza sovrana.
A Messi viene contestato di avere indossato il Bisht al momento della premiazione in Qatar nel 2022, perché quel gesto sarebbe stato pensato per dare un segno della supremazia araba su tutto il Mondo, nonché un chiaro esempio di sportwashing.
Diego ha allenato in due diverse occasioni negli Emirati, eppure nessuno ha detto nulla.
Una cosa è certa: mentre Maradona parlava – talvolta più del necessario – Messi tace. Non sulle storture della FIFA, sugli americani, sulle Malvinas. Su tutto. Messi parla, se indispensabile, di calcio. Fa beneficenza in silenzio, la dichiarazione sopra le righe non è roba per lui.
Questo è figlio non solo del suo passato – è lecito pensare che l’infanzia passata in solitudine a Barcellona sperando che la cura di ormone della crescita sortisse l’effetto desiderato non lo abbia reso un giovane esuberante – ma anche dell’epoca in cui viviamo. Messi evidentemente sa, perché qualcuno glielo ha spiegato, che ogni sua ipotetica dichiarazione politica sarebbe travolta dall’onda dei social, delle tv sportive h24, dei commenti, dei confratelli della Iglesia Maradoniana che affollano il mio feed di Facebook.
L’inazione di Messi, per costoro, è un delitto imperdonabile, mentre qualsiasi azione di Maradona fu un atto politico. Anche il goal di mano all’Inghilterra. Certo, la guerra delle Malvinas, i più di 600 argentini caduti, ma Diego quel giorno fece semplicemente una furbata. Non potendoci arrivare di testa ci arrivò di mano. Poi, interpellato, da buon populista disse che era stata la mano de Dios.
Le sue frequenti uscite pubbliche hanno contribuito a rafforzare la fama, meritata, del suo carisma. I detrattori di Messi sostengono che quest’ultimo ne sia completamente privo. Al di là del fatto che non sia così facile credere che uno abituato a gestire la mole di pressione che gli casca in testa tutti i giorni non abbia carisma, ci sono tante dichiarazioni di compagni e qualche sporadico video che attestano come Leo, in maniera del tutto diversa da Diego, sprigioni un’aura di evidente impatto sul prossimo. Negli ultimi anni si è lasciato andare anche a qualche uscita più maradoniana, come nel caso del celebre Que mires, Bobo? (Cosa guardi, coglione?!) ripetuto più volte al termine dei quarti di finale contro l’Olanda nel 2022 in diretta televisiva.
Insomma, Maradona e Messi sono due divinità assolute, due geni, che in una casualità quasi poetica si somigliano nello sport ma non nella vita. Diego è un eroe tragico a tutti gli effetti: quello su cui il destino si abbatte verticalmente, frustrando ogni suo tentativo di sovvertirlo. È un personaggio sofocleo, immerso in contraddizioni insanabili. Leo è un eroe da filmone americano: parte da underdog, lotta, vince, cade e quando sembra troppo tardi conquista la vittoria che lo riabilita agli occhi del mondo.
Detto questo: cosa cazzo ce ne frega a noi di litigare su chi sia meglio?! Sono due erogatori di bellezza e dovremmo essere grati alla vita per il solo fatto di poterli guardare. Uno non gioca più, chi lo ha visto può coltivarne il ricordo – possibilmente senza rompere i coglioni al prossimo -, gli altri si devono accontentare dei filmati.
L’altro, a 39 anni, illumina e trascina, e la diretta televisiva ci permette di goderne. Cerchiamo inutilmente di dividerli quando la connessione fra i due fu resa evidente nella finale del 2022 proprio da Messi, che subito prima del rigore decisivo di Montiel alza gli occhi, non per rivolgersi a Dio ma a Diego. Vamos, Diego, daselo invoca verso il cielo. Goal. Chissà che non sia Diego a guidare le recenti imprese di Leo. Del resto al 10 lo ha scritto anche il cantante Indio Solari prima di morire. Che ne pensi di vincere un altro Mondiale? Sei lì per quello, Viejo.
Godiamoci Messi, e se ne sentiamo la necessità subito dopo apriamo YouTube e ammiriamo Diego. Al prossimo, di chi pensiamo sia meglio, non gliene frega niente.
