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Perché legalmente la SuperLega è inattacabile

Chi vince la Champions? E l’Europa League? E, soprattutto, quando potremo tornare allo Stadio? Se fino a qualche giorno fa le domande di milioni di appassionati riguardavano il calcio all’interno del rettangolo verde, nelle ultime ore gli interrogativi più grandi stanno colpendo la politica dello sport più amato del mondo. L’ufficializzazione della SuperLega di due giorni fa e le risposte piccate della UEFA (e della FIFA) e dei rappresentanti dei campionati nazionali hanno spostato completamente l’attenzione verso questo scontro epocale che, come tutte le guerre, anche le più frivole (per modo di dire, vista la mole di denari che l’industria calcio sposta a livello globale), sta lasciando più di qualche vittima sul terreno sport bellico. La situazione sembra essersi ridimensionata, con le inglesi (Manchester City, Arsenal Manchester United, Tottenham, Liverpool e Chelsea) che hanno ufficializzato il loro ritiro, anche come conseguenza delle dichiarazioni di Boris Johnson, “disposto a qualsiasi provvedimento” pur di bloccare la nascita della SuperLega, e le veementi proteste da parte dei rispettivi tifosi. Dalla Spagna, invece, fanno sapere che il motivo del ritiro delle sei inglesi non sarebbe riconducibile né alle proteste del pubblico amico né alle minacce del Governo o della UEFA, bensì a una grande offerta di denaro proveniente dalla UEFA stessa. Anche Atletico Madrid, Inter e Milan hanno deciso di sfilarsi. E nelle ultime ore la Juventus attraverso un comunicato ha dichiarato che ci sono “allo stato attuale ridotte possibilità di essere portato a compimento nella forma in cui è stato inizialmente concepito”, manifestando un sostanziale passo indietro.

Il nuovo campionato dedicato all’elitè calcistica sta (stava?) tragicamente rovinando i piani già egemonici del massimo organo calcistico europeo che tra Champions, Europa League e la neonata Conference League credeva di aver rafforzato ulteriormente il suo strapotere nel calcio del vecchio continente. I dodici dissidenti, fondatori della SuperLega, sono stati prontamente minacciati dalla UEFA che ha lanciato un anatema verso questi eretici (e chi gli andrà dietro) che lascia spazio a poche interpretazioni: chi gioca la Superlega non potrà partecipare alle Coppe europee “ufficiali” (e ai campionati nazionali, almeno stando alle parole del membro del board UEFA Evelina Christillin). Del resto, gli interessi economici legati a sponsor e diritti tv sono un bottino troppo goloso e la nascita di una lega parallela e concorrente che coinvolge i club che rappresentano il motivo principale per cui vengono investiti soldi a palate, rischia di far esplodere un ordigno atomico, sul quale, a dirla tutta, siamo seduti sopra da tanto tempo.

Tralasciando l’aspetto etico della questione, e mettendo da parte le opinioni personali (di questa testata) che propenderebbero per un calcio senza SuperLega per ovvie ragioni legate alla componente “democratica” del gioco, già morente di suo sotto i fendenti del dio denaro che tutto muove e sempre domina, il bandolo della matassa da ricercare riguarda in particolare le posizioni che i due contendenti hanno e avrebbero da un punto di vista del diritto della concorrenza, qualora finissero davanti a un giudice.

L’imposizione di un divieto di partecipazione alle Coppe Europee targate UEFA e ai campionati nazionali sembrerebbe non essere una strada agevole, alla luce del diritto alla libertà di impresa: l’articolo 101 del Trattato UE, infatti, tende a vietare comportamenti con cui un’associazione di imprese (che sia la UEFA o una Lega nazionale) intenda “boicottare” altre imprese concorrenti, e questo è certamente un aspetto su cui i fondatori della SuperLega faranno leva .

D’altra parte la UEFA ha accusato invece proprio i team di SuperLega di voler limitare la libertà di impresa di cui sopra, cercando di drenare risorse al sistema, impedendo il corretto svolgimento delle competizioni già in essere e alterando l’equilibrio competitivo tra i club, creando un circolo chiuso di “eletti”. Tesi di buon senso ma che si scontrano con una realtà dei fatti in cui, apparentemente, la partecipazione alla SuperLega non comporterebbe l’abbandono delle squadre aderenti dalla Champions, Europa League o competizioni nazionali (con ciò tutelando almeno in parte il loro valore economico) e la stessa Superlega avrebbe una quota di “apertura” rispetto ad altri club, potenzialmente anche connessa al merito sportivo (vincitore Champions, Europa League, posizionamento ranking UEFA?)

Tutti particolari che impatterebbero sul castello accusatorio della UEFA, la quale, ove escludesse i ribelli, paradossalmente potrebbe trovarsi sul banco degli imputati.

E se in passato in un contenzioso del genere avvenuto nel basket tra ULEB e ECA in tema EuroLega la UE rispose con il classico e pilatesco “vedetevela tra di voi”, la questione SuperLega nel calcio non verrebbe ignorata vista la portata economica della situazione. La partita è ancora tutta da giocare, ma stante la situazione, quello che emerge è che la UEFA, pur avendo un potere politico maggiore rispetto alla SuperLega, dettaglio non trascurabile, sconta una posizione di partenza più complessa ove volesse invocare le norme a tutela della concorrenza. 

Ad oggi l’unica cosa certa è che il rapporto tra le due entità diventa giorno dopo giorno sempre più logoro e la frattura sempre più insanabile, anche se l’uscita di alcuni club  ha per adesso calmato le acque. Quello che ci si può aspettare in  futuro è un accordo tra UEFA e SuperLega che possa accontentare tutti, o almeno cercare di limitare i danni. I restanti club della SuperLega probabilmente non faranno mai un passo indietro, visto anche l’investimento di JP Morgan di 3,5 miliardi (essenziale per ripianare i debiti societari), e hanno già dichiarato che “date le circostanze attuali, riconsidereremo i passaggi più appropriati per rimodellare il progetto”. La UEFA, forte dell’appoggio della FIFA e dei Governi nazionali, non mollerà la presa.

In chiusura è doveroso constatare ancora una volta il totale disinteresse nei confronti dei tifosi. Tutte le decisioni prese ormai da tempo immemore nel calcio hanno messo al centro unicamente o quasi il denaro, ragionando solo in virtù di un entertainment orientato al brand e non allo spettatore. In questa vicenda non c’è un buono o un cattivo, la UEFA che oggi sbatte i pugni e invoca principi democratici e “sentimentali” è una delle principali artefici di questo degrado che affligge il gioco. E se oggi richiama ad alta voce quei valori ormai sbiaditi lo fa solo per attaccare qualcuno che le sta provando a “rubare la palla”, impaurita di perdere da un momento all’altro scettro e corona.

La guerra è iniziata, ma le vittime saremo solo noi.

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