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Perché in Italia non nascono più Campioni? Giocalcio, facciamoli tornare a giocare

Nel calcio non vinciamo più nulla e non generiamo più campioni perchè non giochiamo liberamente per strada, in una piazza, all’Oratorio. Troppi adulti, pochi spazi liberi, poco tempo a disposizione.

Con l’Italia fuori dal Campionato del Mondo, in molti si stanno chiedendo: “Perché?”.
In troppi stanno cercando dei responsabili che poi alla fine si scopre che responsabilità non hanno.
Allora tutti ricorrono alla panacea dei settori giovanili ponendosi la domanda: perché le nostre Academy non producono più campioni che possano consentire al football nostrano di riposizionarsi in maniera dignitosa a livello internazionale?
Il motivo è molto semplice e di recente è stato scritto con grande chiarezza da Gianluca Ripani nel suo ultimo libro Giocalcio (Sovera Edizioni): i giovani non giocano più per strada. Johan Cruijff ha dichiarato: “La strada mi ha insegnato a cadere e la libertà di giocare”.

Sbagliare senza la pressione di un adulto, che sottolinea l’errore e propone un esercizio correttivo o addirittura la codifica di un gesto tecnico che dovrebbe essere uguale per tutti, sicuramente blocca la crescita e lo sviluppo del talento.
Le vecchie generazioni, quelle che avevano e hanno ancora, nonostante la non più verdissima età, tanta tecnica individuale, giocavano per strada mediamente 3 ore al giorno per 9 mesi l’anno dedicando a questa forma di libero autoapprendimento ben 648 ore l’anno.
Oggi in una normale Scuola Calcio si somministrano 3 ore di allenamento a settimana + 45’ di gara, arrivando così a 135 ore di attività in un anno.
Nello studio di Ripani si fa un’altra considerazione importante: delle 135 ore realmente solo il 15% è dedicato alla partita il restante 85% è dedicato alle esercitazioni.
Abbiamo dato, con tanta semplicità la nostra riposta a tutti quelli che si chiedono perché in Italia non nascono più grandi talenti e conseguentemente perché il calcio italiano vive questo momento di depressione totale.
Semplicemente perché le nuove generazioni non giocano più al calcio per un numero sufficiente di ore necessarie a individuare, formare e sviluppare un talento. Anche se l’esempio può sembrare irriguardoso un giovane ballerino si esercita e quindi migliora il proprio talento per 3/4 ore al giorno.

Il problema quindi non è legato tanto alla metodologia dell’allenamento o alla sequenza delle esercitazioni. Ormai ne leggiamo di tutti i tipi e in tutte le salse.
• Volumetti di esercitazioni più o meno frutto di un copia e incolla generalizzato;
• Corsi video su come si organizza un allenamento per bambini di 7/8 anni.
• Codifica di esercitazioni.
• Test somministrati a bambini in piena fase di sviluppo.

Adesso poi ci sono i corsi di aggiornamento riservato ad allenatori che assistono alla dimostrazione di un tecnico di settore giovanile di un grande club europeo, per la modica cifra di 300/400 Euro, a dimostrare come è strutturato il proprio allenamento.
E li vedi prendere appunti, filmare video, come veri studenti di una facoltà Universitaria quando un big mondiale della disciplina spiega magari un nuovo protocollo di ricerca da seguire.

Si trascurano però un paio di questioni:
1) Questi grandi tecnici lavorano con giovani che sono stati selezionati su un campione di migliaia di candidature;
2) Stiamo parlano di club di livello internazionale che investono in questo settore milioni di euro a stagione.
Cosa possa trovare di utile in un corso del genere un tecnico che opera in una società dilettantistica italiana, con un numero di giocatori ridotto al minimo, dove spesso devi fare i conti con spazi, materiali e genitori che sperano che quello sia il contesto realizzativo per la vita del proprio figlio, rimane un mistero.
La questione è che il calcio italiano più che continuare a sfornare tecnici più o meno preparati dovrebbe ricreare le condizioni perché più giovani giochino al calcio. Farsi domande e trovare immediatamente risposte sull’abbandono del calcio a 12 anni. Un ragazzino o una ragazzina abbandona il calcio a 12 anni, perché?
In passato c’è qualcuno che si è “dimesso” dal calcio giocato a 12 anni? Mai sentito. Giocavano tutti, bravi e meno bravi, belli e brutti, alti e bassi, magri e grassi. E quando si faceva la “conta” per fare delle partite per strada o all’oratorio tra squadre equilibrate (oggi omogenee) e c’era uno che rimaneva per ultimo, quindi non “scelto”, perché magari si era dispari, uno dei capitani diceva: “palla o scarto?”.
Confessiamolo a volte lo abbiamo detto anche noi e a volte siamo stati preferiti al pallone.

Lo “scarto” a volte veniva considerato più del possesso palla all’inizio del giuoco. Nessuno di quelli che è stato considerato scarto risulta essere finito dallo psicologo e soprattutto non credo sia mai successo vedere un genitore scendere in “strada” e dire ai compagni del figlio: “come ti sei permesso di considerare mio figlio uno scarto?” Non osiamo immaginare cosa potrebbe accadere oggi in una delle nostra Academy una situazione analoga.
Potremmo anche parlare della Match Analysis fatta in una partita Primi Calci o del Preparatore Atletico che lavora sulla forza/resistenza a 7/8 anni, ma questo per questa volta ce lo risparmiamo.
Concludiamo questa riflessione facendo un serio appello a che si possano creare le condizioni perché i “ragazzini” possano tornare a giocare liberamente senza essere ingabbiati in inutili, noiosi e dannosi percorsi metodologici.
Tutte quelle attività che consentono ai giovani di tornare a giocare insieme, dandosi delle regole da gestire senza l’intervento degli adulti, vanno favorite.
Saremmo quasi tentati di dire più campi, più spazi, meno regole ma più rispetto, in un mondo che purtroppo va in una direzione esattamente opposta a quella appena descritta.
La storia ci insegna che le grandi rivoluzioni nascono sempre da un’idea folle: la nostra idea folle è di vedere in un campo, in una piazza, un pallone e tanti ragazzini che riescono a sentirsi squadra anche se non indossano la stessa maglia; quante partite si giocano nel mondo in questo modo e non c’è bisogno di nessuna maglia perché ciascuno con la sua fisicità, corsa, gestualità è facilmente individuabile anche tra tanti colori.
Poi toccherà ai tecnici individuare i talenti in questo mare di ragazzini/e felici di “giocare” … ma questo è un altro discorso. Oggi torniamo a farli ridere insieme al gioco più bello del mondo: il calcio. Diamogli uno spazio e un pallone al resto pensano loro.

Enrico Fabbro – Allenatore UEFA Pro

Enrico Fabbro
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