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Perché corro alla Maratona di New York

Perché corro alla Maratona di New York

Il 13 settembre 1970 si correva la prima edizione della Maratona di New York, quest’anno di nuovo protagonista il 7 novembre, dopo lo stop forzato a causa del Covid19. Un’esperienza che ogni anno migliaia di italiani decidono di fare. Runners, più o meno evoluti, che non hanno difficoltà a rispondere a due domande. Una di stampo generico: perché corri per quarantadue chilometri? L’altra, più specifica, presuppone il probabile superamento dello stato psicologico che sottende alla prima: perché vai a correre la maratona a New York?

Rispondere alla prima domanda è un compito che esula dagli intenti di un pezzo giornalistico che non deve, e non può, diventare un libro. Troppi gli elementi potenzialmente coinvolti, che meriterebbero l’analisi di qualche buon discepolo di Sigmund Freud: dalla necessità di affermarsi alla ricerca di sicurezze e conferme, dalla voglia di superare i propri limiti all’esigenza di annegare qualche dolore dell’anima nella fatica del corpo. E’ una domanda alla quale chi corre la maratona di New York trova una risposta strettamente personale da offrire all’interlocutore che la formula ma che, come detto, non può trovare qui la sua collocazione appropriata.

Una scelta extrasportiva

La seconda domanda, invece, raccoglie su di sé riscontri legati a elementi oggettivi: una risposta può essere data non solo perché meno articolata della precedente ma, soprattutto, perché chi corre la maratona di New York è profondamente stimolato a fornirla. Perché andare nella Grande Mela per partecipare a una gara che, dopo il boom registrato dal running negli ultimi anni, sarebbe possibile disputare, se non nella propria città, a pochi chilometri di distanza? Il dato emozionale è sicuramente il comune denominatore di qualsiasi possibile risposta. Un conto è correre per le strade già note delle nostre città, dove la gente è spesso irritata per l’interruzione delle vie di comunicazione necessaria allo svolgimento delle gare, e lancia mugugni e improperi all’indirizzo di organizzatori e partecipanti. Un conto è farlo a New York, attraversando i cinque quartieri della città. In Italia si possono correre maratone da Torino a Milano, da Venezia a Firenze e Roma: perché attraversare l’oceano e sottoporre il fisico allo stress di un viaggio così lungo proprio a poche ore dal compimento di uno sforzo così massimale? Perché, risponderà chi l’esperienza l’ha già fatta, trasmettendone ad amici e conoscenti il fascino, il supporto che dà la gente di New York durante la gara non si trova da nessun’altra parte. Dai top runner che volano in testa al serpentone di più di cinquantamila persone agli ultimi tapascioni che finiranno la gara camminando, la ali di folla assiepate dietro le transenne incitano con calore e partecipazione tutti i corridori che sfilano da Brooklyn a Manhattan rendendo una gara podistica un evento socio culturale senza uguali.

L’impatto emotivo

E’ per vivere questi momenti che si arriva a New York due, tre, quattro giorni prima della gara, sfidando il jet lag e, per chi la nutre, la paura di volare. Una città che sa sempre come colpire, dai Pier che si affacciano sull’East River alle sgambate in bicicletta sulla pista che arriva all’Upper West Side; dalle viste mozzafiato godibili dai roof dei grattacieli a Ground Zero, the City, come la chiamano qui, offre a visitatori e residenti spunti a non finire. Una passeggiata sulla High Line regala scorci originali e architettonicamente pregevoli della parte sud occidentale di Manhattan mentre il memoriale e il museo costruiti a Ground Zero ricordano con dovizia di particolari gli storici attentati dell’11 settembre 2001. Per non parlare del Museum Mile, tratto artistico della Fifth Avenue dove in successione dalla 105° alla 82° strada si trovano diversi musei, tra i quali spiccano il Guggenheim e il Metropolitan Museum of Arts. Quello che, per turisti appassionati d’arte, è uno dei tratti più godibili della New York da visitare, per chi corre la maratona diventa l’ultima difficoltà da superare prima dell’agognata meta. Si perché è proprio in questi ultimi chilometri che la fatica aggredisce più acuta muscoli e volontà, gambe e cervello: lunghi minuti in cui gli atleti vivono il lacerante contrasto tra l’assoluta determinazione a raggiungere l’obiettivo del traguardo (manca poco ormai) e la spinta a fermarsi per trovare ristoro all’estenuante sforzo non ancora ultimato.

Chi arriva a questo passaggio in buone condizioni stringe i denti per mantenere il proprio ritmo di gara senza calare; chi viaggia in riserva rallenta il proprio passo senza mollare, facendo ricorso alla strategia della visualizzazione della finish line per non cedere alla tentazione di fermarsi. La medaglia che decora il petto di chi supera il traguardo scioglie in un bagno di soddisfazione tutte le fatiche sostenute per arrivare.

Perché, come ricordano i vari cartelli di sostegno esposti dai newyorkesi proprio negli ultimi chilometri del percorso, la fatica è transitoria mentre la soddisfazione resta per sempre.

A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo "Ci vorrebbe un mondiale" – Ultra edizioni. Nel 2021, sempre con Ultra, ha pubblicato "Da Parigi a Londra. Storia e storie degli Europei di calcio".

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