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Pelé e Garrincha: lasciarsi e dirsi gol

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Pelé e Garrincha: lasciarsi e dirsi gol

Nessuno dei due poteva saperlo. Forse per questo, anche per questo, entrambi fecero gol.

Maledetto mondiale d’Inghilterra, punteggiato dalle note dei Beatles, striato di pioggia sottile e taxi dalla livrea scura. Lusinghiero nelle premesse, acido in realtà come un sorso di whisky andato a male, duro come un’entrata troppo ruvida.

Nemmeno la Coppa del Mondo poteva saperlo, non subito almeno; per questo all’inizio si lasciò carezzare i fianchi da entrambi: da otto anni ci aveva fatto l’abitudine, come una moglie poligama, come la concubina felice degli amanti migliori che potessero capitarle. Impareggiabilmente assortiti, carezzevolmente tentatori: i preliminari li inaugurava sempre Garrincha, sul suo lato, l’unico luogo al mondo dove davvero si sentisse al sicuro; quasi corrompendo la palla, convincendola a svanire nel momento stesso in cui gli occhi di chiunque altro pensavano di averla impressa nelle retine. A Pelé spettava il culmine della gioia, raggiunto sempre prima che la rete fremesse, diluito nei tocchi e nei palleggi che lo facevano apparire solo anche nella congestione delle marcature più arcigne.

Il dodici luglio del 1966, al Goodison Park di Liverpool, Brasile e Bulgaria inaugurano il Gruppo C. Insieme, per la quarantesima volta, Pelé e Garrincha; insieme anche nel tabellino dei marcatori, al termine della gara: un calcio di punizione di Pelé, uno di Garrincha. Spettacolare, quest’ultima conclusione, che spegne all’angolino una parabola di esterno più arcuata delle gambe di chi l’ha disegnata con l’esterno destro. Curiosamente, o forse no, nel minutaggio di entrambe le marcature c’è il numero quattro: al quattordicesimo Pelé, cinquanta minuti dopo Garrincha. Dieci volte quattro, assieme, con la Seleção; vincono la trentaseiesima contro i bulgari, quattro volte hanno pareggiato. Non hanno mai avuto modo di perdere; non perderanno mai più, assieme. Contro l’Ungheria non c’è Pelé, che si è stirato e Garrincha inaugura la sua versione opaca, il un crepuscolo i cui riflessi plebei sono sempre più prigionieri del fondo di una bottiglia; contro il Portogallo c’è soltanto Pelé, recuperato a fatica soltanto per lasciare la scena a Eusebio.

Per O’Rey la disfatta è una parentesi amara che prelude ai nuovi fasti col Santos e alla gloria del mondiale messicano del 1970; per Garrincha è un piano inclinato, il principio di una discesa che presto diviene precipizio: diverranno più numerosi i figli delle partite memorabili; più frequenti le sbornie degli allenamenti svolti per intero; sempre più cospicui i debiti dei guadagni.

Eppure, ciò che sono stati assieme non tornerà più per nessuno dei due: la poesia di certe giocate, la grandezza assoluta di quelle azioni lasceranno il cono d’ombra di un’assenza tanto nell’uomo sempre più celebre, glorificato oltre l’umana soglia del millesimo gol, quanto nell’artista inconsapevole che aveva sublimato ogni sua imperfezione grazie a un talento lasciato poi svanire, come un passero da una gabbia lasciata aperta.

Diversamente eterni, oltre ogni soglia biografica ed esistenziale; a Garrincha sarebbe mancata per sempre la consapevolezza che Pelé ha sempre avuto circa la propria grandezza. A Pelé, sarebbe per sempre mancato il compagno capace di ricordargli, per ogni zolla miracolosamente inventata verso la linea di fondo, quella specie di magia che ogni tanto schiudeva le porte del paradiso anche per i miserabili, per gli ignari, per gli zoppi.

E una volta ancora, per ogni discorso che li avrebbe riuniti nello stesso racconto, ci sarebbe stato un vecchio che, con lo sguardo perso verso un punto lontano, avrebbe precisato che quando si parla di Pelé ci si toglie il cappello; per Garrincha, ci si asciuga una lacrima.

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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