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“Da Parigi a Londra – Storia e storie degli Europei di calcio”: intervista a Paolo Valenti

“Da Parigi a Londra – Storia e storie degli Europei di calcio”: intervista a Paolo Valenti

Dopo il successo ottenuto col suo primo libro (Ci vorrebbe un mondiale, Ultra Edizioni, 2018), il nostro Paolo Valenti è tornato quest’anno in libreria con “Da Parigi a Londra – Storia e storie degli Europei di calcio” (edito sempre da Ultra), un volume nel quale la storia dei campionati europei viene ripercorsa dalla sua prima edizione, tenutasi in Francia nel 1960, fino ai nostri giorni. Quasi trecento pagine che raccolgono aneddoti, curiosità, statistiche e interviste che riescono a esplorare la competizione in modo originale e avvincente. Ce lo racconta lui stesso in questa intervista.  

Paolo, il tuo secondo libro porta un titolo suggestivo: Da Parigi a Londra. Qual è la sua genesi?

Il titolo prova a riassumere il viaggio storico che compie: dalla prima finale degli Europei, che si tenne a Parigi nel 1960, a quella che si giocherà l’11 luglio a Londra.

Perché hai voluto affrontare questo percorso?

Credo che ce ne fosse bisogno. Nel senso che la letteratura sportiva, negli anni, ha prestato poca attenzione ai Campionati Europei. O, comunque, meno di quella che meritano per fascino e valore della competizione. Basta dare una scorsa veloce ai cataloghi dei vari editori che competono sul mercato: mentre i volumi che hanno ad oggetto i Mondiali sono innumerevoli, quelli che parlano di Europei si contano sulle dita delle mani. Volevo dare un contributo per colmare questo gap.

Il sottotitolo “Storia e storie degli Europei di calcio” riesce a spiegarci meglio la struttura del libro?

Penso di si perché è nel sottotitolo che si evidenzia il contenuto del testo. Volevo sottolineare il fatto che, in queste pagine, non ho voluto seguire la struttura tipica di un libro storico o delle informazioni che si trovano su Wikipedia o altri siti. La storia di ogni Europeo si forma attraverso il racconto del contesto sociale e culturale nel quale ogni edizione si è sviluppata, degli aneddoti che l’hanno contraddistinta e nell’evidenza data ai suoi maggiori protagonisti, oltre alle considerazioni di carattere tecnico e tattico che ha lasciato in eredità.

Vedo che hai anche intervistato i protagonisti che sono scesi in campo con la maglia azzurra.

Sì, quando è stato possibile ho raccolto anche le loro voci, fondamentali nel riuscire a trasmettere a chi legge l’impressione di aver vissuto situazioni che magari nemmeno si è avuto la possibilità di osservare in televisione.

Ti va di citarne qualcuno?

Se devo farlo voglio dare la precedenza a Zoff, che nonostante il carico di gloria che si porta addosso è stato di una disponibilità incredibile. Rizzitelli mi ha fatto divertire raccontandomi delle sue diatribe con Sacchi, Casiraghi mi ha colpito per la serenità con cui si rapporta anche con gli episodi negativi della sua carriera, Di Livio mi ha fatto…“salire” sul pullman della nazionale agli Europei del 2000. Ma anche gli altri sono stati molto disponibili e per questo li ringrazio.     

Cosa ci si può aspettare dalla lettura di queste pagine?

Quando scrivo cerco sempre di trovare la chiave giusta per emozionare chi legge: questo è lo scopo principale dei miei libri.

Quale valenza sociale e sportiva hanno avuto, e continuano ad avere, gli Europei?

Socialmente rappresentano un grande momento di aggregazione, un lungo attimo nel quale tutti quanti ci sentiamo più vicini e più legati al nostro Paese. Dal punto di vista sportivo sono una manifestazione che non ha molto da invidiare ai Campionati del mondo: se ci pensi bene, a parte Argentina e Brasile, e forse l’Uruguay, le migliori nazionali del mondo le abbiamo viste e le stiamo vedendo giocare in questi giorni.

C’è un aneddoto particolare che ti va di raccontare riportato nel libro?

Quello che mi ha rivelato Candreva relativo agli Europei del 2016. Mi ha detto che, quando la squadra andava in aeroporto per i trasferimenti, prima di imbarcarsi sull’aereo si metteva in circolo e cantava l’inno di Mameli. Una bella immagine, intensa, a testimonianza del coinvolgimento emotivo forte che crea la partecipazione a un Europeo, non soltanto nei tifosi.   

Dopo le ricerche che hai fatto per scrivere questo libro, secondo te qual è la partita più bella che ha giocato l’Italia nella storia degli Europei?

Per me sono due: quella che vincemmo nel 1980 a Torino con l’Inghilterra con gol di Tardelli e la semifinale del 2012 disputata contro la Germania, risolta da una doppietta di Balotelli. Match ad alta tensione emotiva nei quali i nostri giocatori seppero dimostrare di essere superiori a due grandi rivali della storia del calcio europeo e mondiale.

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