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Paolo Montero: perché i cattivi, poi così cattivi non sono mai

Paolo Montero: perché i cattivi, poi così cattivi non sono mai

Dedicato ai cattivi, che poi così cattivi non sono mai.

Così recita una bellissima canzone di Fossati, magistralmente eseguita da Loredana Bertè e più in là altrettanto magistralmente da Noemi.

Mai fidarsi delle apparenze, della prima buccia di astio che certe persone comunicano. Scorbutiche, monosillabiche e spesso iraconde. Da evitare. Eppure il fuoco che le anima a volte incendia, ma spesso se ci si riesce a passare indenni tra i loro rovi emotivi, quel fuoco scalda.

Siamo alla fine di giugno del 2006. L’Italia sta giocando un mondiale che a breve vincerà, nel frattempo in Italia il calcio è nel finimondo che porterà la Juve in B.

La nuova dirigenza ha deciso che un ex calciatore tra i più rappresentativi dei bianconeri, debba essere nominato team manager. Si chiama Gianluca Pessotto. Un onesto e bravo gregario da giocatore, piedi educati e disciplina tattica, stimato ovunque andasse, benvoluto da compagni e avversari. L’educazione fatta uomo. Solo che inspiegabilmente quel 27 giugno, la sua depressione per cui era in cura, decide di dar vita ad un cortocircuito. Lo fa salire fino all’abbaino della sede e lo fa buttare giù. Con un rosario in mano. La caduta lo devasta. Emorragie interne, ferite brutte e fratture. Ma la si pensi come si vuole, miracolosamente non è in pericolo serio di vita. Lui dirà di non ricordare nulla di quella giornata. Per fortuna, meglio ricordare quando ai rigori partecipò alla vittoria della Juve in Champions, l’ultima dei bianconeri.

Ma qui viene il bello. Uno dei compagni di Pessottino, come è soprannominato, è stato una vera “carogna” dalla garra eccessiva. Paolo Montero. Giocatore uruguagio che definire spinoso e ostico è dir poco. Fedele alla maglia e votato alla provocazione sistematica e anche però difensore efficace. Uno che manco in allenamento vorresti contro.

Insomma uno che non si attira proprio simpatie da strappare applausi. Montero dopo una carriera in Italia spesa con Atalanta e Juve è emigrato in Uruguay. È oltreoceano quando apprende di Pessotto. Non ci pensa due volte, ma nemmeno una se è per questo. Nella sua testa si affastellano le immagini di una vita passata ad avere un rapporto sincero e diretto con quel terzino dalla faccia buona e dai modi sinceri. A Paolo quelli così, che ti dicono le cose in faccia piacciono tanto. Prende l’aereo e vola dall’amico. In ospedale starà fino a che non avrà garanzie precise sulla salute di Pessotto. Ogni giorno entra in stanza, prende la sua mano e gli parla, forse con una dolcezza che non sapeva nemmeno di avere. Pessotto non è in grado in quel momento nemmeno di fiatare, ma si capisce che Montero gli fa bene. Lo fa commuovere, lo fa rispondere a stimoli positivi e Paolo ad andarsene fino a che non è tutto risolto non ci pensa proprio. Non vuole nemmeno sapere perché lo ha fatto. “Gianluca sta male, io non sono nessuno per giudicare, sono un amico e gli amici devono esserci, punto.”, così risponde a chi chiede. E sta a vedere che uno diciamo così poco simpatico, alla fine ha un cuore che oltre a prendere fuoco, scalda.

Perché i cattivi, poi così cattivi non sono mai. Le canzoni hanno sempre ragione. Quasi sempre.

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