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Pallotta come Decio Cavallo, a lui hanno venduto lo stadio e non la Fontana di Trevi

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Pallotta come Decio Cavallo, a lui hanno venduto lo stadio e non la Fontana di Trevi

(dal Fatto Quotidiano 27 Marzo 2019)

Forse se gli avessero fatto vedere, in tempo utile, il mitico Totò truffa 62 chissà, James Joseph Pallotta detto Jim avrebbe capito al volo in che razza di trappolone stava per ficcarsi con lo stadio di Tor di Valle. Perché la vecchia commedia alla romana, da Steno a Camillo Mastrocinque appunto, ci ha già raccontato tutto sulle solenni fregature prese (e date) dagli ammericani a Roma. I malcapitati in cadillac spediti da Alberto Sordi-Nando Mericoni ner burone della marranella, causa difficoltà linguistiche (“all right all right”). Ma soprattutto il paisà Decio Cavallo a cui la coppia con destrezza Totò-Nino Taranto “vendono” la Fontana di Trevi (“con dieci milioni te la cavi”, “sì è proprio un bel bisiniss!”).

Sì, è stato tutto scritto. L’americano con la grana che nell’immaginario giallorosso avrebbe solcato l’oceano col leggendario valiggione zeppo di dollari per costruire una squadrona più bella e più superba che pria. La retorica declamatoria sullo scudetto prossimo venturo di Tom Di Benedetto, il primo è un po’ stralunato presidente paisà  (“Roma non è stata costruita in un giorno”), che un bel giorno puff scomparve dalla città dei papi, come il marziano Kunt di Flaiano. Promesse promesse impietosamente rinfacciate notte e dì sulle radio della capitale dai tifosi imbufaliti dopo otto anni in cui “non si è vinto niente li mortacci loro”. Nelle vesti di Totò e Nino Taranto le giunte Alemanno e Marino che ricambiano la sòla dello scudetto che non viene “vendendo” a James autorizzazioni, permessi, ponti e varianti che non hanno. Per poi salire sull’otto volante di Virginia Raggi: prima no, poi sì, quindi forse. Che adesso è diventato un boh, l’interiezione preferita all’ombra dei Fori. E, nel frattempo ecco i proclami multipli con festose cerimonie annesse. La più gettonata quella di Virginia, stremata dopo una nottata in bianco pora stella a tagliare cubature e che al fine annuncia: ce l’abbiamo fatta Roma avrà il suo stadio (Quando? Boh). Con accanto l’avvocato Mauro Baldissoni, plenipotenziario di Pallotta, con quella faccia un po’ così di chi non sa ancora come la prenderà il padrone, che da tempo qualcosa ha subdorato. Precisamente il giorno in cui egli scoprì dai giornali che l’area di Tor di Valle – luogo desolato, discarica a cielo aperto, habitat di zoccole (nel senso dei ratti ma non soltanto) –  si era improvvisamente trasformata nella Persepolis dell’Agro romano, scrigno di inestimabili tesori archeologici, ancorché da stimare. E che, in sovrappiù, per le loro fregole da bisinnis gli americani rischiavano di mettere a rischio la mirabile pensilina della tribuna dell’ippodromo, chiuso da anni, progettata dall’architetto Jiulio Lafuente.

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Un capolavoro dell’architettura moderna il cui stato di abbandono non aveva emozionato nessuno finché James detto Jim non era apparso all’orizzonte (ma qui siamo dentro Febbre da cavallo). Per non parlare del pericolo di apocalittiche inondazioni del vicino Tevere, che perfino i più romani de Roma irresponsabilmente ignoravano. A Boston, insomma, a qualcuno cominciano a girare le scatole anche perché con gli amici di Unicredit era stato chiaro quando si erano rivolti a lui, uomo forte del Raptor Fund, comproprietario dei Bolton Celtics (basket), affinché si accollasse una gloriosa società piena di debiti (con la banca) e sull’orlo del disastro. In soldoni: io di calcio non so nulla e della Roma neppure ma se mi fate fare lo stadio, ok il prezzo è giusto. Ok rispose Unicredit sempre in soldoni: visto che gli porti un investimento da un miliardo di euro e migliaia di posti di lavoro, in Campidoglio vedrai ti accoglieranno come il messia. E per rendergli tutto più facile insieme ai buffi della As Roma gli accollarono anche il costruttore Luca Parnasi e i terreni con le zoccole. Il problema fu che insieme all’estroverso palazzinaro James dovette accollarsi in blocco la sua catena di affetti (per ritrovarci in Amici miei manca solo il cane Birillo). Comprese le mazzette e i favori che l’estroverso palazzinaro distribuiva generosamente, previa comunicazione telefonica. In modo che alla magistratura non sfuggisse neppure un sospiro. Un fattivo contributo alla giustizia che lo accomuna all’ex presidente del consiglio comunale, il grillino Marcello De Vito, pure lui finito dietro le sbarre poiché assai facondo nell’esporre i desiderata al sodale Mezzacapo (un nome da Totò, Peppino e…la malafemmina).

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“E per rendergli tutto più facile insieme ai buffi della As Roma gli accollarono anche il costruttore Luca Parnasi e i terreni con le zoccole.”

Insomma: altro che Fontana di Trevi, provate voi a comprare il nulla del nulla– neppure una pietra, un’impalcatura, che so una staccionata- per 73 milioni di euro. Tanto ha scucito in otto anni l’americano contribuendo, si presume, alla prosperità di numerose famiglie. Comprensibile che adesso James minacci di vendere la Roma al primo arabo che passa (l’ultimo, Al Qaddumi, meriterebbe un film a parte: firmò un preliminare con Pallotta per entrare in società ma poi si scoprì che era l’unico sceicco squattrinato in circolazione). E siccome Virginia tentenna, assediata dalla rivale Roberta Lombardi che pretende lo stop allo stadio, Baldissoni evoca il danno erariale, con relativo processone. Ma qui siamo dentro Un giorno in pretura.

Antonio Padellaro – Da Il Fatto Quotidiano 27 Marzo 2019

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Antonio Padellaro

Giornalista professionista dal 1968, sono stato responsabile della redazione romana del Corriere della sera, vicedirettore de L’Espresso, direttore de L’Unità e, nel 2009 fondatore e direttore de Il Fatto Quotidiano e dal 2015 presidente di Editoriale Il Fatto spa. Ho scritto libri (Non aprite agli assassini, Senza cuore e, di recente, Io gioco pulito), ho sempre tifato Roma, mi sono sempre battuto per la libertà di stampa. E continuerò a farlo.

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