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Sport & Diritti

Pallone, omofobia e quel calcio mai dato alla discriminazione

Di che colore sei? Quale Dio preghi? Chi hai deciso di amare? A intolleranze e razzismo siamo abituati – nella vita di tutti i giorni così come nello sport“cose di campo”, le chiamano nel mondo del calcio. Omofobia e pallone, una storia d’amore lunga 35 anni, da quando l’inglese Brian Clough chiamò «fottuto finocchio» Justin Fashanu, l’attaccante di colore che giocava nel suo Nottingham Forest. Fashanu fu il primo giocatore nero valutato 1 milione di sterline nella storia del calcio britannico. Fu un colpo di fulmine, quello di Clough per Justin, che si spense quando il ragazzo si dichiarò omosessuale nel ‘90: otto anni dopo, l’attaccante si sarebbe tolto la vita, a soli 37 anni, per quel “finocchio”. Oggi le cose di campo sono quelle di Maurizio Sarri, che così ha semplificato, dopo una lunga polemica, il suo “frocio” a Roberto Mancini. Ma l’omofobia non è un affare da spogliatoi. L’omofobia è, per esempio, quando non ti domandi che bene o male possa fare un omosessuale e ti affidi a quello che l’ambiente che hai attorno ti ha insegnato: maschilismo, ferocia, banalità.

 Nel 2003 la UEFA e FARE hanno pubblicato congiuntamente una guida di buone pratiche per la lotta contro il razzismo e l’omofobia nel calcio europeo, a seguito della prima conferenza Unite Against Racism (Uniti contro il Razzismo), tenutasi presso la sede del Chelsea FC a Londra. La lotta contro il razzismo veniva già vista come una politica che il calcio europeo doveva intraprendere con vigore. Da allora, l’ambiente politico e sportivo hanno dato ancora maggiore rilevanza a questo tema. Nel calcio i giocatori vittime di insulti razzisti sono tantissimi. In alcuni paesi, le attività dei tifosi d’estrema destra o neo-nazisti attorno agli stadi si sono diffuse a macchia d’olio, così come le dichiarazioni e gli insulti di personaggi famosi ripresi e diffusi dalle tv di tutto il mondo. Pochi paesi fanno eccezione. In Norvegia viene fermato il gioco in caso di insulti. Al Gay Pride di Amsterdam la Federcalcio olandese sfila con un suo carro. In Francia uno studio recente ha rivelato che il 41% dei calciatori professionisti è ostile ai gay. Il governo ha un dossier con cifre allarmanti dal 2013, ma non ha fatto nulla. Un quadro, questo, che fa da sfondo  alla storia di Yoann Lemaire: sette anni fa dichiarò la sua omosessualità di fronte a una telecamera di France3. Dopo le sue dichiarazioni Lemaire ha visto concludersi il rapporto con l’FC Chooz – la squadra in cui giocava -, ufficialmente «per proteggere entrambe le parti». La verità è che il cartellino gli è stato tolto perché omosessuale. Da quel 2009, Lemaire è rimasto solo. Ha preso casa nelle Ardenne e ha scritto un libro, “Sono il solo giocatore di calcio omosessuale” (Textes Gais, 2009). In un’intervista a Repubblica.it il calciatore ha detto: «Gli agenti e gli allenatori consigliano di non parlarne. È rischioso. La stampa, gli sponsor, la folla: devi affrontare critiche e disprezzo. Spesso da solo. Già tanti tifosi insultano, figurarsi se si sapesse che sei gay… Così si preferisce la carriera. Girano tanti di quei soldi intorno al calcio… ». Poi c’è Graeme Le Saux, ex terzino sinistro del Chelsea: considerato un talento, per tutti gli anni ‘90 è stato preso in giro e accusato di essere omosessuale. Piccolo particolare: Graeme non lo era. Ma era troppo poco “macho” per gli spogliatoi virili e maschilisti della squadra. Anche Le Saux ha raccontato la propria vicenda nella sua autobiografia: “Non sono gay, e non lo sono mai stato, ma sono diventato vittima dell’ultimo tabù del calcio inglese”.

L’Uefa, quindi, almeno formalmente c’è. Le “carte”, ci sono. Nella vita di tutti i giorni però, vengono ignorate. E come direbbe qualcuno, è il calcio bellezza. Ma davvero non c’è nessuno che può “farci qualcosa”?

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