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Mi chiamo Pierfilippo Capello, amo il Calcio, alleno Manager

Pierfilippo Capello , figlio del più famoso padre, ha fatto dello sport una ragione di vita. In questa intervista scopriremo in che modo.

Pierfilippo Capello , nato a Roma nel 1970, poche settimane prima che il più famoso padre Fabio passasse alla Juve; cresciuto a Milano è oggi un avvocato di successo.

Sposato, due figlie, si occupa dal 1999 di Diritto dello Sport materia che  insegna all’Università LIUC di Castellanza e di Pavia, tiene lezioni ai Master in Sport Law and management all’Università Statale di Milano, di Milano Bicocca, al Master SBS di Treviso e ai Master del Soe24Ore, oltre che all’I.E. di Madrid.

Di sé dice che: “a una certa età sono rimbecillito e ho cominciato a correre (pianissimo) delle maratone e a suonare (malissimo) la chitarra elettrica”.

Curiosità irrinunciabile è quella di sapere che sport pratica e, forse per non sfigurare di fronte al grande padre dice che ha praticato il calcio, il tennis, il golf, lo squash, il football americano, il pugilato, lo sci e lo sci di fondo, tutto insomma, ma, aggiunge, in modo mediocre!

Leggendo le interviste che hai rilasciato emerge il ritratto di un uomo semplice e dolce, mi sbaglio?

Non lo so, credo dipenda tutto da qual è l’angolo di riferimento: qualche mio collaboratore o controparte potrebbe non essere del tutto d’accordo sull’aggettivo “dolce”.

Le tue radici, la tua storia quanto contano per te?

Contano, certo, come per tutti; ma sono stato educato a pensare che il passato è passato e si deve solo lavorare e pensare al presente e al futuro.

So che tuo padre, quando ti vide giocare a calcio da piccolo, ti disse che non ci avresti mai mangiato con il calcio. Ci rimanesti male?

No, perché il calcio, e lo sport in generale, è democratico e sincero: chi pratica uno sport si rende perfettamente conto di quali siano i propri mezzi e i propri limiti: io ho capito subito che c’erano tanti altri giocatori molto più dotati di me, e che il mio talento era nettamente inferiore al loro. E questo vale per tutti, anche per chi gioca al calcetto il giovedì sera: chiunque entri in campo, sa perfettamente quali compagni e avversari sono più forti di lui, e quali meno; magari non lo ammetterà mai, ma dentro di se’ ne è perfettamente consapevole.

fabio capello padr die pierfilippo capello

Che ricordi hai di Fabio Capello padre e allenatore quando eri piccolo?

La grande forza di mio papà e di mia mamma è sempre stata la capacità di lasciare il lavoro di mio padre fuori dalla porta: in casa per anni non si è parlato di calcio, e anche quando eravamo ormai cresciuti io e mio fratello ci siamo trovati spesso a scoprire le ultime notizie sulla squadra allenata da Fabio Capello leggendo i giornali…

Parlaci della  tua nuova  avventura in Osborne Clarke, quale la mission della società e quale sarà il tuo ruolo?

C’è uno studio legale internazionale, noto per la sua apertura alle innovazioni, e proprio questa caratteristica si sposa perfettamente con l’industry dello sport che è evidentemente internazionale o, ancora meglio, sovranazionale, e sempre in evoluzione.

Hai affermato che lo sport può essere generatore di opportunità di lavoro, in che modo?

Lo sport è passione, ed è un modo per creare rapporti di fiducia con vecchi e nuovi clienti, che hanno interessi anche al di fuori dello sport business vero e proprio.

Hai parlato di uno sviluppo internazionale dello sport, ci spieghi?  

Prima di tutto chiariamo un punto: quando io parlo di sport, non parlo (solo) di calcio, ma di un fenomeno globale, che coinvolge allo stesso modo i professionisti milionari come l’appassionato che esce la domenica per la gara di corsa, sci, canoa o golf.

Oggi è sempre più chiaro che chi fa sport, o si occupa di sport, ha una visione del tutto internazionale: il calciatore, l’allenatore, il tennista o il giocatore di rugby sono perfettamente consapevoli che tra sei mesi potrebbero ricevere un’offerta dall’Inghilterra come dalla Cina, da Dubai o dal Sudamerica. E lo stesso approccio caratterizza anche gli sponsor, le agenzie, i consulenti…

Hai raccontato di quando sei andato in Senegal a portare un’incubatrice in un orfanotrofio, ci parli di questo aspetto della tua vita che mi piace molto.

Ho imparato in famiglia il valore della beneficenza, e che è una delle cose di cui non si parla: mi limito a dire che nel mio (molto) piccolo, mi piace pensare di aver fatto, e continuare a fare, qualcosa per gli altri.

Trovi i che i procuratori abbiano troppo potere?

Non parlerei di “potere”: la mia percezione è che, come conseguenza di una deregulation messa in atto dalla FIFA nel 2015, i procuratori si possano, oggi, muovere senza norme ben definite e senza un’autorità che sia in grado di regolare, verificare e eventualmente sanzionare i loro comportamenti. Mi spiego con un esempio, nemmeno troppo lontano da alcuni casi reali: se un agente di nazionalità inglese, utilizzando una società di diritto svizzero, realizza il trasferimento di un giocatore brasiliano da una squadra tedesca in prestito a un club di Dubai e poi in via definitiva a una squadra cinese, anche solo decidere sotto quale legislazione e giurisdizione ricada l’operato del procuratore è un rebus…

pierfilippo capello e mino raiola

Esistono delle clausole contrattuali per evitare che le società siano ostaggio dei giocatori o l’unica soluzione è metterli fuori rosa?

In Italia il professionismo sportivo è regolato dalla legge 91 del 1981, e i lavori che hanno portato alla legge risalgono alla fine degli anni ’70: con questo intendo dire che lo sport professionistico in Italia è regolato da norme scritte per un mondo completamente diverso da quello di oggi, e questo porta a evidenti problemi e anomalie.

Ogni volta che si verificano casi in cui deve intervenire la Giustizia Sportiva, dall’esterno si ha l’impressione che, anche a Sentenza arrivata, ci sia un alto grado di impunità. E’ vero? Come si spiega?

La prima spiegazione è che la giustizia sportiva ha un limitato potere inquirente e investigativo: le procure sportive (tanto quelle federali quanto quella antidoping del CONI) non possono disporre perquisizioni, né intercettare, e nemmeno imporre la consegna di documenti o altro materiale, ma si devono basare solo su ciò che ricevono, quando avviene,  dagli organi della giustizia ordinaria.

Inoltre, la giustizia sportiva non ha giurisdizione sui non tesserati: questo vuol dire che se un atleta ha commesso un illecito sportivo insieme ad altri e nessuno di questi è tesserato per una federazione, tutti costoro non possono essere oggetto di nessun procedimento sportivo, rendendo molto più complessa l’attività di chi deve garantire la giustizia all’interno delle corti sportive.

Inoltre, i codici di giustizia sportiva prevedono sanzioni che all’esterno, certo, possono apparire miti, ma il tutto deve essere parametrato al contesto nel quale le sanzioni sono comminate: per esempio anche un solo anno di squalifica, per un atleta, comporta spesso la perdita di due stagioni sportive e la necessità di trovare una fonte di reddito diversa da quella dello sport, cosa non banale per chi ha dedicato tutta la propria vita a specializzarsi in una disciplina agonistica.

Essere il figlio di un monumento come Fabio Capello come influisce sulla tua vita di tutti i giorni e come ha influito nella tua vita professionale?

Sarei ipocrita a non ammettere che essere il figlio di Fabio Capello (e di sua moglie) possa aver influito in tanti aspetti, piccoli e grandi della mia vita, personale e professionale: per questo, cerco di fare del mio meglio per non sprecare questa fortuna.

Hai appena letto L’intervista a Pierfilippo Capello

Redazione
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