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Omofobia e coincidenze. Un tweet e una ricerca scoperchiano il vaso di Pandora dello sport

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Omofobia e coincidenze. Un tweet e una ricerca scoperchiano il vaso di Pandora dello sport

Scadute le settantadue ore entro le quali avrebbe potuto far ricorso contro la decisione presa dalla Federazione australiana di rugby di licenziarlo in tronco in seguito alla pubblicazione di post omofobi sui suoi profili Twitter e Instagram, Israel Folau attraverso una nota ha precisato come tale decisione non sia da leggere come una resa e che altre vie legali sono in corso di valutazione per dirimere una questione che “potrebbe avere un enorme impatto sulla mia reputazione e la mia carriera”.

Un passo indietro. La notizia, precipitata nel mondo ovale lo scorso aprile, racconta di un post a cui in molti stentavano a credere: vuoi perché il rugby – al netto della virilità che lo contraddistingue – si era sempre dimostrato uno sport inclusivo che aveva già regolato i suoi conti con le discriminazioni sessuali grazie al coming out di due profili di alto lignaggio quali l’ex capitano del Galles, Garteh Thomas, e Nigel Owens, arbitro gallese unanimemente riconosciuto come tra i migliori fischietti al mondo; e poi perché il post della discordia recava la firma di un giocatore australiano, un “young and free” per dirla con le parole dell’inno nazionale aussie, paese da sempre sensibile ai temi legati ai diritti civili e alla discriminazione di genere.

E però le parole di Folau non lasciano spazio ad alcun dubbio: “omosessuali, adulteri, mentitori, fornicatori, ladri, ubriachi, atei e idolatri: l’inferno vi aspetta. Pentitevi! Solo Gesù salva”. Di fronte a un’uscita del genere la Federazione australiana ha avuto ben poco margine di manovra . A down-under infatti i giocatori professionisti ancora prima di sottoscrivere un contratto – individuale – con le loro franchigie d’appartenenza, sono tenuti a firmarne un altro – collettivo – con la Federazione al cui interno figurano obblighi e doveri (tra cui anche quelli relativi al codice di condotta), palesemente infranti dalle invereconde affermazioni di Folau.

A licenziamento incassato Folau non potrà quindi più giocare in alcuna squadra australiana né tantomeno prender parte alla spedizione mondiale del prossimo settembre in Giappone, e c’è da giurarci che la sua assenza peserà molto tra le fila degli uomini guidati da Michael Cheika. Il tecnico dei Wallabies non ha voluto però far lui nessuno sconto, rilasciando alla ABC  la seguente dichiarazione: “Non c’è posto per lui al Mondiale. Con la maglia dei Wallabies si rappresentano tutti gli australiani, non quelli che scegliamo”.

In attesa di capire quali saranno i capitoli successivi di questa storia, quali le intenzioni di Folau e dove (e se) lo rivedremo giocare, sulla vicenda restano da dire due cose. La prima: visto il canale scelto e la notorietà del suo autore, il post di Folau ha avuto una notevole viralità nella quale vanno ad iscriversi anche alcune reazioni d’apprezzamento e solidarietà da parte di altri rugbysti che, da cristiani praticanti e integralisti (come lo stesso Folau), hanno dovuto giustificare tra mille equilibrismi linguistici il loro gesto di fronte alle rispettive federazioni d’appartenenza, pronte anch’esse a prender provvedimenti a fronte di infrazioni del codice di condotta meno palesi e più aperte dal punto di vista della loro interpretazione.

La seconda: la decisione del licenziamento di Folau è stata presa il 17 maggio, giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia. E risale proprio a quel giorno la pubblicazione da parte di OutSport dei risultati della prima ricerca a livello europeo su omofobia e transfobia nello sport , un progetto coordinato dall’Associazione Italiana Cultura e Sport che ha investito cinque paesi e oltre cinquemila atleti LGBT. Sono risultati poco incoraggianti che fotografano un mondo, quello sportivo, molto distante dalla narrazione positiva e accogliente con cui si è soliti accostarcisi: il 90% degli intervistati infatti percepisce l’omofobia come un problema presente nel mondo dello sport; un atleta su cinque si è visto costretto a rinunciare all’attività sportiva per via del suo orientamento sessuale; e in Italia è del 41% la percentuale degli atleti che non ha ancora rivelato il proprio orientamento.

Il dato più preoccupante però è un altro. Perché a frenare il campione intervistato dal fare outing è nel 50% dei casi la discriminazione di cui è fatto oggetto da parte dei suoi stessi compagni di squadra. A conferma del fatto che, anziché oasi felice inclusiva e meritocratica, anche lo sport abbia ormai preso la china di una conventio ad excludendum coerente con le tante che stanno scandendo lo spirito di questo tempo, e che nessuna via di salvezza potrà dirsi tale (il coming out di sportivi famosi resta l’azione più incisiva secondo i risultati dello studio condotto da OutSport) se non sostenuta da un concerto di voci che, dalla famiglia alla scuola, trovino poi nella politica e nelle sue decisioni il coraggio di normare istanze già presenti nella società altrimenti destinate a polverizzarsi in tante storie e destini privi di futuro, identità e diritti. Non sarà facile, ci vorrà del tempo, ma è l’unica strada percorribile.

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    Al

    Giugno 2, 2019 at 12:19 pm

    il Folao solito idiota gnorante a cui hanno fatto il lavaggio di cervello quelle massonerie catto religiose di cui e’ piena l’africa e il sur america con predicatori miliardari e gli adepti con mega scritte gesu ti ama sul retro del furgoncino . Folao si e’ dimenticato che vive in una casa fatta da uomini , elettriciste idrauliche piastelliste che ne sono pochine , la moto e la macchina te l’ha fatta un uomo cosi anche difficile da trovare una meccanica che te le ripara e solo lavorando in una impresa di un uomo tu potrai guadagnare ,, o meglio se vuoi guadagnare devi rivolgerti ad uomini , per non dire che quando ti ammali comprerai slo medicine fatte da uomini e se sarai in un momento buio solo un uomo di puo capire ed aiutare ,,,l’omofobia e’ stata inventata da religioni ideologie che hanno bisogno di carne di cannone per fare guerre siano esse guerre di numeri o cannoni ,, se gli islamici mormoni testimoni geova o altri diventeranno il 90 % della popolazione italiana avranno vinto una battaglia , quest Falao non e’ sufficentemente intelligente per capirlo

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