Nuvolari, quel giorno d’agosto
Tazio Nuvolari è una scia di polvere, una di quelle che non vedremo mai nelle corse moderne, che la maggior parte di noi può soltanto immaginare, pensandola al tempo stesso inimmaginabile.
Alberi ai lati, a volte muretti, vie di fuga inesistenti. Più che piste, strade: a volte sterrate, proiettili di brecciolino contro gli spettatori più vicini. Il primo ponte verso il futuro, le strade: un tramite, tra luoghi separati da distanze che sembrano incolmabili, in un’Italia tortuosa, fatta quasi soltanto di provincie, negli anni tra le due guerre mondiali.
L’automobile, simbolo per eccellenza dell’avvenire; genere di lusso, eppure inquilina privilegiata dell’immaginario popolare. E l’auto da corsa come quintessenza di un’idea, di una società di là da venire. Già protagonista di un’ode di Marinetti, che nei suoi tubi di scarico ebbe la visione di serpenti dall’alito esplosivo.
Il suono del motore improvvisamente sembrava incrinare, per poi mandarlo in frantumi, un ritmo intrecciato nei secoli, scandito da zoccoli e pedali.
Un mantovano esile, scheletrico anche nel sorriso ostentato, gli stava aggrappato, direttore d’orchestra il cui cuore batteva all’unisono con i pistoni, quando imponeva alla macchina il capogiro di una sbandata di cui soltanto lui sapeva tenere le redini, per regalarle un ingresso da sposa in ogni rettilineo.

Noi lo consideriamo una leggenda, com’è ovvio, eppure non potremo mai comprendere del tutto quanto davvero lo sia stato, e come. Su una specie di carlinga terrestre, con in mano un volante che era quasi una ruota di bicicletta; protetto da un elmo di pelle morbida, da un paio d’occhialoni stile aviatore. È in una canzone di Lucio Dalla, in un meraviglioso modello di orologio della Eberhard, nella tartaruga che come simbolo paradossale volle donargli Gabriele D’Annunzio. E nemmeno questo rende l’idea, di cosa rappresentasse ogni volta che spariva nell’abitacolo senza cinture di quei siluri che sapevano ruggire senza poter promettere altro che una velocità a tratti indomabile. Carlinghe essenziali, metallo severo, gelido; equilibrio fragile di sospensioni, di raggi.
Forse non chiedeva altro che di concludere i suoi giorni con quel frastuono assordante nelle orecchie, Tazio Nuvolari; invece se n’è andato nel suo letto, un giorno di agosto di sessantasei anni fa. La prima e l’ultima cosa da uomo comune, in una vita in cui tutto ha gridato, di benzina o di dolore.


