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Nuove modifiche in Formula 1: a Budapest cambia il regolamento sulle comunicazioni

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Pochi sorpassi in pista? Formula noia? Non c’è problema. Se le scuderie non riescono a rimescolare i rapporti di forza, ecco la FIA. Ennesimo cambio in corsa. Questa volta, la riforma del regolamento riguarda le comunicazioni radio. Ennesima prova di miopia.

Antefatto: nel GP di Gran BretagnaRosberg comunica al suo ingegnere di pista un codice: “problema numero uno”. Tony Ross, dai box, decodifica il segnale. Rosberg ha problemi al cambio. La scuderia interviene dai box “radioguidando” ma dal muretto si lasciano sfuggire una frase di troppo. Precisamente un ordine: “Non inserire la settima marcia”. Il pilota della Mercedes esegue, ma finisce sotto investigazione. L’aiuto è palese. Il rischio, calcolato. Transitare ai box, significa perdere 25 secondi. Prendere una penalizzazione è un “risparmio”. Infatti, secondo regolamento, Rosberg è “multato” di appena dieci secondi. Sacrifica il secondo posto, ma si garantisce comunque podio e leadership del mondiale. E gli va di lusso.

La FIA prende atto della (ennesima) “elasticità” di interpretazione ed applicazione del regolamento. E cambia  il secondo comma riguardo ai messaggi via radio.

Sino a Silverstone il regolamento recitava: “indicazione di un problema critico alla monoposto: la comunucazone può essere effettuata solo in caso di imminente rottura di componenti o sistemi che potrebbero causare il ritiro”.

Da Budapest in poi “ogni messaggio riguardanti problemi e criticità deve contenere un imperativo rientro ai box dove si può risolvere il problema o ritirarsi”. Insomma, si deve passare dai box.  Ennesimo spartiacque di una stagione che di acqua, ne imbarca da tutte le parti: se la FIA è in cerca di spettacolo, dovrebbe prendere esempio dalla MOTO GP.

Nelle due ruote, i piloti sono “abbandonati” a se stessi: l’unico riferimento è nelle tabelle esposte dal team a ogni passaggio. Impossibile dialogare, confrontarsi su pressione e usura delle gomme, condizioni atmosferiche,  dell’asfalto, assetto del mezzo, condizioni della moto. Le decisioni vengono prese in modo autonomo: giuste o sbagliate (come è successo a Valentino Rossi e Dovizioso al Sachsenring) ma è proprio la fallibilità e l“imperfezione” dei guidizi che rende tutto più affascinante.

In F1, dove tutto è affidato  alla tecnologia, le scuderie azzerano imprevisti e probabilità. Nessuno osa. Tutti obbediscono ai box. Quanto accade in Ungheria, nelle prove dominate dalla pioggia, è evidente. La monoposto è vivisezionata, controllata in ogni singolo secondo di vita. Da dentro l’abitacolo, sebbene sia possibile, è di fatto inutile prendere decisioni autonome. Un processo castrante: numeri, calcoli, proiezioni e comunicazioni soverchiano intuizioni e percezioni del pilota. In F1, con il benestare della FIA, si “deve” guidare. Vietato pensare, valutare, prendere iniziative. Lo spettacolo si uccide anche così.

 

 

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