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#Nonunadimeno: Natsheh e Fraser Pryce, due donne che combattono la discriminazione di genere

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#Nonunadimeno: Natsheh e Fraser Pryce, due donne che combattono la discriminazione di genere

Il 25 novembre di ogni anno ricorre la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Questa ricorrenza è stata istituita, nel dicembre 1999, dall’Assemblea delle Nazioni Unite per ricordare il brutale assassinio di tre delle quattro sorelle Mirabal, vissute nella Repubblica Dominicana, che il 25 novembre 1960 furono trucidate per la loro opposizione al dittatore Rafael Leónidas Trujillo Molina.

Purtroppo, a vent’anni da questa delibera istituzionale voluta dall’Onu, sono ancora troppe le differenze di genere che discriminano il sesso femminile sotto numerosi punti di vista in altrettanti ambiti quotidiani. Tra questi non poteva mancare quello sportivo.

In questo senso, però, qualcosa si sta muovendo. Nei mesi scorsi noi di Io Gioco Pulito, attraverso alcuni articoli pubblicati, abbiamo fatto vedere come le donne stiano raggiungendo, seppur con immane fatica nella maggior parte dei casi, alcuni traguardi impensabili fino a pochi anni fa. Questa lotta di genere, però, è ancora alla fase iniziale e sono purtroppo molti i diritti che il gentil sesso può solo immaginare. Nonostante tutto noi cerchiamo sempre di guardare il lato positivo e, con l’avvicinarsi di questo importante anniversario, abbiamo deciso di raccontarvi due storie di donne che nei loro rispettivi paesi, Giordania e Giamaica, sono riuscite ad ottenere alcuni importanti risultati nel campo sportivo che possono essere analizzati come i primi di una lunga serie.

Ad Amman, capitale del piccolo paese medio-orientale sulla sponda orientale del fiume Giordano, dal 2018 esiste una palestra in cui si possono allenare solo donne: il Rumble Studio. Ad aprirla non è stata una persona a caso ma bensì Dania Natsheh che, pochi anni fa, è diventata la prima atleta a farsi accettare nella nazionale locale di thai boxe.

Il suo sogno però è un altro: diventare una pugilessa professionista e, chissà, un giorno rappresentare il proprio paese in qualche competizione internazionale.

Per il fatto che questo sport è di solito riservato ai maschi per la sua crudeltà, questa giovane ragazza ha dovuto affrontare, e continua ad affrontarli tuttora, una serie di pregiudizi di genere. Se poi si considera che la società giordana vede le donne destinate a ricoprire solamente determinati ruoli sociali ecco che quella della pugilessa può essere considerata una vera e propria rivoluzione. La boxe resta il suo ambito sportivo preferito. Ma concentrarsi solo sul mondo del ring e dei guantoni non basta a raggiungere il suo scopo. Per questo motivo Dania pratica anche arti marziali miste (Mma) e, appunto, la thai boxe.

In un paese conservatore come la Giordania, però, i problemi sono sorti fin da subito. Come spiega la diretta interessata, infatti, “Quando ho cominciato con le Mma mi dicevano che avrei dovuto comportarmi come un ragazzo e mettere su muscoli”.

Per questa ragione, all’inizio, la ragazza veniva presa in giro dagli stessi “colleghi” uomini durante gli allenamenti dato che tutti si comportavano in maniera gradassa nei suoi confronti.Se gli uomini non vogliono colpirmi in allenamento perchè sono una ragazza, con loro non mi alleno. Se no, cosa mi alleno a fare?” si chiede la giovane.

Anche in famiglia c’è chi era più che perplesso da questa scelta di vita. Come viene spiegato dalla diretta interessata: “ Uno dei miei cugini ha detto a mia madre che non capiva come poteva lasciare che praticassi sport simili. E i miei zii e zie, cugini e cugine fanno fatica a capire quello che faccio”.

Nonostante tutto, grazie in particolare alla sua determinazione, Dania si è letteralmente conquistata col passare del tempo il rispetto della maggior parte di coloro che la criticavano. A tale risultato è arrivata anche partecipando a incontri “sul momento” in luoghi come l’università di Amman per rispondere a vere e proprie provocazioni ricevute.

Anche negli ultimi tempi, in cui la situazione è migliorata rispetto a prima, ci sono ancora parecchi individui che tentano di metterle i bastoni tra le ruote. Uno dei muri con cui deve scontrarsi maggiormente Dania è quello legato alla programmazione visto che, come spiegato da lei stessa, “mi dicono sempre che il mese prossimo ci sarà una gara per le donne. Ma non è vero, ne organizzano solo per uomini”.

In segno di ribellione, la palestra femminile di Amman resta aperta e punta ad un fine ben preciso: “Non si sente mai parlare di donne arabe nei tornei. Io voglio provare che anche le donne arabe  sanno tirare di boxe. E voglio lottare contro chi non pensava che potessimo arrivare così avanti”.

D’altronde afferma infine Dania: “non ci penso proprio a rinunciare. Lo devo a me stessa, per quanto ho lottato in questi anni”.

Dalla Giordania ci trasferiamo ora in Giamaica. Di questo paese abbiamo già avuto modo di parlare per quel che riguarda la situazione sportiva femminile locale grazie all’intervento di Cedella Marley, figlia di Bob, per salvare dal fallimento le “reggae girls” della nazionale del pallone femminile.

A Kingston, la capitale della piccola isola caraibica, è nata il 27 dicembre 1986 la velocista Shelly-Ann Fraser-Pryce. Questa giovane donna poche settimane fa, durante i mondiali di atletica di Doha 2019, ha corso i 100 m. in soli 10 e 71, conquistando l’oro mondiale.

Una vittoria arrivata dopo un periodo abbastanza difficile per lei dal momento che ha dovuto attraversare un periodo di pausa legato alla maternità. In quei lunghi mesi alcuni diritti fondamentali non le sono stati minimamente riconosciuti seppur la giamaicana è dovuta rimanere lontano dai campi di allenamento per ovvie ragioni.

Suo figlio Zyon, a Doha, ha potuto festeggiare con lei questa nuova vittoria. La stessa Pryce ha voluto dire la sua su questa situazione in cui i suoi diritti fondamentali non sono stati minimamente tenuti in considerazione visto che è una donna e non un uomo.

Zyon e mio marito”, ha detto la 32enne, “la mia famiglia sono stati la mia forza. Quando tutti dubitavano, loro non lo hanno mai fatto. Per me, avere mio figlio e tornare a vincere in questo modo è la speranza di poter ispirare tutto le donne che stanno pensando di farsi una famiglia e si chiedono se potranno mai tornare al loro sport e al loro lavoro. Potete fare tutto”. Insomma ancora una volta, il piccolo paese caraibico, ha mostrato un suo lato non proprio pregevole dal punto di vista sportivo.

Troppe volte, in numerosi stati del mondo, esistono ancora forti disparità di genere. Con l’avvicinarsi di una data importante come quella del 25 novembre 2019 lanciamo un messaggio di speranza be preciso: si riuscirà mai a passare veramente dalle semplici e belle parole spese ai fatti concreti?

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